SPILLO/ Fiat, Rcs, Generali: quel futuro (possibile) dietro le spalle

- Gianni Credit

GIANNI CREDIT fa il punto sui movimenti nei gangli dell’imprenditoria italiana. Fiat, Rcs, Generali: che cosa si muove intorno agli Agnelli? E le dimissioni (annunciate) di de Bortoli…

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Sergio Marchionne (Infophoto)

La Fiat tiene oggi l’ultima assemblea a Torino: dopo 115 anni. La Rcs annuncia che Ferruccio de Bortoli non sarà più direttore del Corriere della Sera, ma solo dall’aprile 2015. Allora si terrà l’assemblea annuale delle Generali per approvare il bilancio 2014 e decidere il dividendo. Ma già ieri il “group Ceo” del Leone, Mario Greco, ha anticipato che il pay-out – la quota dell’utile da sarà distribuita agli azionisti – sarà superiore al 40% dell’ultimo esercizio (i profitti semestrali sono in leggera contrazione ma una Piazza Affari debole ha comunque regalato un +2% al titolo). Un tempo la “Galassia del Nord” brillava di luce quasi perenne, visibile anche a lunga distanza: nell’estate 2014 è tutto diverso, ma anche gli avversari di ieri e di oggi dei poteri forti ieri e un po’ più deboli oggi sbaglierebbero a esibire soddisfazione. Sbaglierebbero – almeno a parere di chi aggiorna questi appunti – perché non è detto che i “campioni nazionali” di un intero secolo, il ventesimo, non abbiano più nulla da dire nel successivo, ormai inoltrato.
La Fiat ha cessato di essere un player sul mercato dell’auto da più di un quarto di secolo: da quando Gianni Agnelli accompagnò alla porta del Lingotto Vittorio Ghidella, consegnando il gruppo a Cesare Romiti, che pochi anni dopo avrebbe preteso dall’Avvocato anche i galloni di presidente. Non è detto che l’ingegnere vercellese (padre della Uno, l’ultimo grande modello Fiat) avrebbe mantenuto la competitività industriale della Fabbrica Italiana Automobili Torino: anche la Chrysler, negli anni ’80, era pilotata da un manager-superstar come Lee Iacocca e oggi è affidata assieme alla stessa Fiat alle ruvide cure del “rottamatore” Sergio Marchionne. E’ d’altronde legittimo chiedersi come sarebbe andata se la famiglia Agnelli avesse iniziato a disinvestire dall’auto con logica più strategica di quanto fu fatto in seguito: di quanto fece Romiti che fu per anni l’editore-proconsole (e capace) di un Corriere della Sera affidato a un de Bortoli poco più che quarantenne. Prima e meglio di quanto fu fatto – nell’immediato dopo-Romiti – dalla Fiat di Paolo Fresco: con l’avvocato Agnelli quasi ottantenne e malato, preoccupato ormai solo di celebrare un centenario molto nostalgico.
Certo, alla fine degli anni ’90, sia a Torino che in Via Solferino era divenuta forte – se non dominante – la posizione di Mediobanca di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi: le “eminenze grigie” di Romiti, guardate dagli Agnelli con un misto di rispetto e diffidenza. Non da ultimo perché proprio Via Filodrammatici aveva suggerito a Torino di vendere la Fiat alla Mercedes, tagliando corto con i prevedibili giri di valzer successivi, come quello (disastroso) con GM. Già: se allora la famiglia Agnelli avesse investito per davvero in Telecom (non il famigerato 0,6% acquisito in privatizzazione e spazzato via dall’Opa del ’99)? Se avesse esercitato in chiave attivista il suo ruolo di azionista rilevante di Stampa e Rcs, non solo in chiave di grande elettrice di direttori (potere esteso in parte anche a Repubblica, presieduta dal principe Caracciolo)?

La questione potrebbe non essere retorica: sarà interessante ascoltare oggi il presidente Yaki Elkann davanti ai soci, ma già ieri Marchionne da Detroit si è ben guardato dallo smentire i “rumor” martellanti di operazioni straordinarie allo studio per Fca. L’esistenza di un offerta per cassa per il pacchetto detenuto da Exor in Fiat (al momento il 30%) non è un mistero nel circuito delle banche d’affari internazionali. La proposta – ha rivelato Der Spiegel – è stata avanzata da Volkswagen. Probabilmente non è l’unica manifestazione d’interesse verso Torino (Detroit), ma è certamente la più circostanziata: tanto che – si dice – l’erede dell’Avvocato avrebbe già sondato informalmente i familiari soci nella Giovanni Agnelli Sapaz, la vera cassaforte degli Agnelli. E le prime risposte non sarebbero stato affatto negative. L’ultima parola sarà però quella dell’ingegner Elkann: il quale, d’altronde, guida Giovanni Agnelli Sapaz, Exor e Fiat in un’era sideralmente diversa da quella in cui il nonno era l’uomo più potente d’Italia anche in quanto datore di lavoro di molte decine di migliaia di metalmeccanici.
In un capitalismo rapidamente globalizzato sulle onde virtuali di finanza e media, Elkann è da un anno nel board di NewsCorp. Mentre il riassetto di Rcs (e della Stampa) è in oggettivo stallo in Italia – per l’opposizione di soci come Diego Della Valle o lo stesso Giovanni Bazoli – Rupert Murdoch ha accelerato nelle ultime settimane: gettando le basi per la nascita di una super-piattaforma della pay-tv in Europa e attaccando negli Usa Time Warner, che anche molti anno dopo le orge della New Economy resta una della migliori fabbriche di contenuti multimediali in giro. A rischio di fanta-finanza, continuiamo a considerare credibile che gli Agnelli disinvestiranno da Fiat e investiranno nella media-industry: e che Rcs sarà prevedibilmente coinvolta in questo processo, ma in una cornice assai diversa da quella che ha accompagnato il Corriere da molti decenni. Il Corriere del crack Rizzoli, della rinascita sotto il duopolio Fiat-Mediobanca, nel quale si sono inseriti successivamente i “duumviri” Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi: dopo una prima “battaglia delle Generali” e poi dopo il tentato raid di Giampiero Fiorani, Stefano Ricucci e altri “furbetti”. E’ il ventennio in cui de Bortoli è stato “dominus” giornalistico del Corriere assieme a Paolo Mieli. Lui stesso ieri ha accreditato, con accenti delusi, lo sfondo di “fine d’epoca”: il suo trattamento d’uscita (2,5 milioni di euro) ricorda per molti versi il “non un euro in più” con cui Maranghi lasciò il cortile di Mediobanca. Al delfino di Cuccia, tuttavia, non furono concessi otto mesi come al direttore del Corriere: un “lag” che non sembra affatto un “onore della armi”. 

Pare invece la certificazione che riconoscimento che il profilo del suo successore non è stato ancora individuato, nonostante molti mesi di colloqui e una vorticosa girandola di candidature. Di più: in questa fase il nome di de Bortoli come minimo sorregge il valore dell’azienda-Corriere, mentre una rottura (a cominciare da un totale endorsement all’amministratore delegato Pietro Scott Jovane) rappresenterebbe un’incognita. D’altro canto le azioni strategiche delineate dal Ceo – a cominciare dal passaggio al tabloid del quotidiano milanese – sono ancora tutte da testare, a cominciare dal test principale: il nome, le idee, le relazioni industriali e soprattutto l’impegno finanziario non tanto di chi finora ha “posseduto e governato” il Corriere, ma di chi uscirà allo scoperto come futuro azionista strategico. A costo di apparire più debortoliani di de Bortoli medesimo, non siamo certi che resterà estraneo a questo lungo passaggio: per ragioni manageriali, che possono esulare dal fatto che l’aprile 2015 appare l’orizzonte probabile dell’uscita di scena di Bazoli e di una possibile resa dei conti elettorale per Matteo Renzi.
Ps: non ci siamo dimenticati delle Generali, le includiamo invece in questo “lungo inverno” da cui è prevedibile che anche il Leone di Trieste approdi a lidi nuovi. Che non dipendono dall’aumento del pay-out o da un’acquisizione in Malaysia.

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