OPERA/ Scala: Lolita a Gerusalemme. La Salome di Richard Strauss

- Giuseppe Pennisi

Torna al Teatro della Scala dopo quattordici anni, una nuova produzione di Salome di Richard Strauss

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Foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Dopo quattordici anni, una nuova produzione di Salome di Richard Strauss è stata presentata alla Scala il 20 febbraio 2021. In effetti, questa nuova produzione era in fase di prova molto avanzata all’inizio di marzo 2020, quando la Scala e tutti gli altri teatri hanno dovuto chiudere a causa della pandemia. Il direttore doveva essere Zubin Mehta, che nel 1974 aveva iniziato la sua collaborazione con la Scala proprio con questo titolo. La nuova produzione è stata mostrata il 20 febbraio nella TV nazionale ed è disponibile sul canale del sito della Rai.  

Basato su un atto unico di Oscar Wilde, del quale Strauss e Hedwig Lachmann (traduttore in tedesco del lavoro di Wilde) limarono i dibattiti a carattere filosofico ed eliminarono i personaggi minori, l’opera presenta notevoli differenze rispetto al testo dello scrittore inglese. Soffermarsi sulle differenze di fondo tra le due Salome, quella di Wilde e quella di Strauss, permette di comprendere la chiave interpretativa della rappresentazione scenica. L’atto unico di Oscar Wilde è simbolista: il Battista rappresenta la nuova etica, Erode e la sua Corte sono la corruzione del passato, Salome è lo strumento perché i due mondi comunichino. Per Wilde, inoltre, la sedicenne Salome rispecchiava il sedicenne Alfred Douglas, di cui era innamorato e per il quale finì in prigione. In un saggio sull’opera, Stephan Kohler racconta come Strauss restò piuttosto freddo di fronte alla rappresentazione teatrale del lavoro di Wilde (regia di Max Reinhard), ma si decise a comporre l’opera ammirando un quadro di Gustave Moreau, maestro del decadentismo visionario.

Strauss quindi guarda più a tale decadentismo che alla sfida tra il mondo di Erode (e della depravata Erodiade) da un lato e il mondo del Battista dall’altro. Salome non è più il raccordo tra due universi, l’uno all’altro impenetrabili, ma una figura altamente tragica: aspira inutilmente a liberarsi da una perversione a lei connaturata come il peccato originale (anche in seguito alla violenza subita da bambina) per finire a scivolare nella degradazione più abietta, quella della necrofilia.

Nel 1905 lo scandalo non era dato soltanto dalla storia raccontata ma anche dall’aspetto rivoluzionario della musica: stratificazione di diversi livelli armonici, ampliamento delle tonalità verso la politonalità, uso estremo delle dissonanze e abili impasti tra le voci (che dal declamato scivolano nei cantabili) e un organico orchestrale di circa 110 elementi. Infine da non dimenticare la maestria nella scrittura dei singoli strumenti o gruppi di strumenti (si pensi ai si bemolle acutissimi del contrabbasso che accompagnano gli spasmi erotici di Salome durante l’esecuzione del Battista). E’ necessaria, per rendere a pieno l’orchestrazione, un’orchestra di solisti.

Ho un ricordo distinto della precedente produzione alla Scala nel 2007: Luc Bondy (regista) aveva ambientato la trama in una famiglia borghese e il direttore d’orchestra, Daniel Harding, era attento e preciso, ma coloro che si aspettavano che estraesse fuochi d’artificio dalla partitura di Strauss rimasero un po’ delusi.

Su questa testata, negli ultimi anni ho recensito una produzione vista ed ascoltata a Lipsia nel 2017 ed una al Festival estivo di Salisburgo nel 2018. Come in questi due allestimenti, questa produzione scaligera evita di cascare in una di queste due trappole: farne un dramma decadente dell’inizio del secolo scorso od un colossal hollywoodiano degli anni cinquanta.

Invece, la regia (Damiano Michieletto), le scenografie (Paolo Fantin), i costumi (Carla Teti), le luci (Alessandro Carletti) e la coreografia (Thomas Wilhem) hanno creato un ambiente senza tempo molto severo dove si sviluppa una tragedia freudiana: Salome è una ragazza che è stata violentata quando era adolescente e scarica le proprie tensioni su Jochanaan (interpretato da Wolfgang Koch). Il set è astratto e i costumi sono contemporanei. Alcuni angeli nudi ci ricordano che abbiamo a che fare con la Bibbia. La danza dei sette veli è un ricordo dello stupro, anzi l’incubo di uno stupro di gruppo da parte di sei uomini in smoking. In questa lettura, nessuno è senza peccato. Salome (Elena Stikhina) seduce tutti e cerca di irretire anche Jochanaan. Fa sì che il capo delle Guardie Reali, Narraboth (Attilio Glaser) si suicidi con il veleno perché è seriamente innamorato lei, ma si rende conto che la principessa è sessualmente attratta dal profeta. Erode (Gerhard Siegel) ed Erodiade (Linda Watson) sono corrotti fino al midollo.

La produzione concepita per il 2020 è stata modificata per tenere conto delle potenzialità televisive: l’orchestra non è nella fossa ma con il distanziamento, occupa quasi tutta la platea del teatro. L’intero palcoscenico della Scala è un’azione che si evolve come in un film. La tragedia parla di un dramma universale sui peccati senza redenzione. Nella direzione d’ orchestra, Riccardo Chailly ha sostituto Zubin Mehta (che era malato) alla guida di un enorme ensemble composto interamente da solisti, come richiesto da Richard Strauss. Il suono era eccezionale e affascinante. I fiati erano meravigliosi. La danza dei sette veli era sensuale ed erotica.

Il vero coup de theatre è Elena Stikhina, una soprano drammatico russa nota per le sue interpretazioni in ruoli pucciniani (principalmente Tosca) e in parti wagneriane (specialmente al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo). Ha una voce potente e gestisce molto facilmente l’imperioso ruolo del titolo. È anche una grande attrice. Anche se ha 34 anni, sembra un’adolescente: una Lolita subdola, perversa e affamata di sesso, soprattutto nella scena finale e molto sanguinosa. Ha un forte acuto e può mantenere un do e un sa per un po ‘come richiesto da Strauss, ma raramente fatto in esibizioni dal vivo.

Si distingue da tutti gli altri in un buon cast. È la personalità chiave nei quattro scontri che ha con Jochanaan, Narraboth, Erode ed Erodiade. Wolfgang Koch è un impressionante Jochanaan molto determinato. Attilio Glaser è un Narraboth debole piuttosto tormentato con una tessitura quasi adatta ad un tenore mozartiano. Gerhard Siegel è lussurioso Erode che solo alla fine della tragedia capisce appieno le sue debolezze. Sono stato felice di vedere Linda Watson di nuovo in un teatro italiano; è lussuriosa ma anche fredda e determinata (a far uccidere Jochanaan). Suggerisco ai lettori di connettersi con Raiplay.

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