PACHINKO – LA MOGLIE COREANA/ La serie dedicata all’amore delle madri

- Antonio Napoli

Tra le più belle serie tv dell'anno va ad aggiungersi quella coreana in otto episodi prodotta da Apple TV+ e disponibile dalla fine del mese scorso

pachinko WEB1280 640x300 Pachinko - La moglie coreana, la serie prodotta da Apple TV+

Tra le più belle serie tv dell’anno va ad aggiungersi Pachinko – la moglie coreana, racconto drammatico di una famiglia di origini coreane condannata all’immigrazione lungo oltre 70 anni di storia. La serie è prodotta da Apple TV+ e tutti gli otto episodi sono disponibili dal 29 aprile. Prodotta negli Stati Uniti si colloca all’interno del fenomeno cinematografico degli ultimi anni che ha visto la Corea del Sud diventare un punto di riferimento della produzione globale.

Dopo il trionfo di film del calibro di Minari e Parasite, e il successo planetario di serie tv come Squid Game e Sisiphus, la nuova serie ideata da Soo Hugh e tratta dal romanzo di Min Jin Lee, alimenta un filone di straordinario successo che ha conquistato il publico di tutto il mondo.

Il racconto scorre – con continui passaggi dal passato al presente – lungo la vita di Sunja, una giovane ragazza coreana obbligata a seguire le traversie del suo Paese, dalla pesante dominazione giapponese tra le due guerre alle dure condizioni di vita da immigrati a cui sono condannati i coreani nel Giappone del boom economico. Lungo questo percorso ritroviamo alla fine Sunja ormai anziana e capostipite di una famiglia che ha raggiunto il benessere, grazie al figlio che gestisce a Osaka una casa da gioco (il “pachinko” è infatti un popolare gioco coreano) e al nipote che lavora per una banca d’affari americana.

Sunja per quanto sia una donna umile e normale è il simbolo di un’epopea umana che ci appassiona e ci commuove. La sua vita – e i pochi oggetti con cui ha attraversato il tempo: un orologio d’oro, una tazza di riso coreano, gli anelli della madre – segna un’esistenza trascorsa a lavorare umilmente e a difendere i principi messi a base della propria dignità. La sua è una storia di diritti da conquistare e riconquistare in continuazione, considerato che oltre a subire il disprezzo dei giapponesi per il suo popolo, deve aggiungere alla sua sofferenza la terribile condizione femminile a cui sono condannate le donne di quei tempi e in quei Paesi, costrette a lavori familiari pesantissimi e senza poter disporre di qualsiasi libertà o autonomia.

Sunja ama il suo Paese, il mare, la cucina tradizionale (la madre gestisce un piccolo ristorante), l’affetto dei suoi genitori. Al mercato incontra un giorno un uomo giapponese di bell’aspetto e vestito elegantemente. Non è altro che un malavitoso che gestisce per conto dell’autorità straniera il controllo del territorio. Ma Sunja ingenuamente ne accetta la corte e se ne innamora. Quando gli rivela di aspettare un bambino l’uomo reagisce dicendole che non potrà mai sposarla perché ha già una famiglia in Giappone. Ma le promette che provvederà comunque al suo mantenimento. Sunja rifiuta di diventare una concubina. Con una forza d’animo eccezionale affronta le conseguenze di questa scelta e i tentativi che l’uomo farà per riprendersi il figlio.

Quando settant’anni dopo ritroviamo Sunja – interpretata magistralmente dall’attrice sudcoreana Yoon Yeo-jeong, premio Oscar alla miglior attrice non protagonista in Minari accanto al giovane nipote Salomon, la donna non sembra essere cambiata affatto. Salomon le chiede di aiutarlo a convincere un’anziana signora coreana che si rifiuta ostinatamente di vendergli la sua vecchia casa che blocca una speculazione immobiliare in cui è coinvolta la banca d’affari per cui lavora. Ma in quell’occasione Sunja – proprio grazie all’incontro con l’altra donna coreana – capisce che è arrivato il momento di tornare nel suo Paese di origine. Si fa accompagnare dal figlio e nel viaggio di ritorno – questo volta su un comodo aereo e non seduta a terra in fondo a una sudicia stiva  – si riaccendono i ricordi della sua lunga e tormentata esistenza. Scopriamo così la forza dell’amore per le piccole cose, la felicità per le battaglie vinte e le lacrime per le dure sconfitte, l’amore condiviso con le altre donne e l’attaccamento ai valori che la famiglia le ha trasmesso.

La serie è girata utilizzando tutte e tre le lingue originali presenti nel racconto (coreano, giapponese e inglese) e ogni spettatore può scegliere e utilizzare una sola traduzione per volta, il che aiuta a entrare nel ritmo e nella musicalità espressiva di ogni linguaggio. Ormai siamo abituati ai vantaggi di questo tipo di visioni, basta ricordare ad esempio il peso della sottotitolatura in una serie in dialetto come Gomorra. Ma va ricordato che per noi italiani a lungo è valsa la regola per cui il sottotitolato era garanzia di un prodotto noioso e per pochi eletti. Al contrario oggi possiamo scoprire il valore di molte produzioni solo se rispettiamo la recitazione in lingua originale, e questo è uno dei grandi cambiamenti che dobbiamo alle serie tv e alle piattaforme streaming globali.

Pachinko rimane dunque una colossale opera dedicata al sentimento, all’amore materno, alla forza imbattibile delle donne. Scenografie, musiche, costumi sono solo cornici straordinarie di un capolavoro incentrato sulla figura di una donna in grado di reagire alle difficoltà e al dolore. La sua forza cresce ogni volta proporzionalmente alle angherie subite, senza mai eccedere, senza mai perdere saggezza e umanità. Ci si commuove spesso, ovviamente, ma soprattutto si rimane impietriti di fronte alla crudeltà umana ed estasiati davanti alla capacità che gli stessi esseri umani hanno di rimediare ai limiti della propria specie.

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