PIANO VACCINI/ Aghi, siringhe e test diagnostici: rischiamo la fine delle mascherine

- int. Massimiliano Boggetti

Il piano vaccini è quasi pronto. Su aghi e siringhe si rischia però una difficoltà di approvvigionamento, perché l’Italia dipende molto dall’import

vaccino covid
LaPresse

Il piano esecutivo vaccinale è pronto. Lo ha garantito in videoconferenza alle Regioni il commissario per il Covid-19, Domenico Arcuri, secondo il quale diventerà operativo non appena i vaccini avranno le autorizzazioni di immissione in commercio. Autorizzazioni che dovrebbero arrivare entro la fine di gennaio 2021. Il piano vaccini avrà due facce della medaglia: una sanitaria (dovranno essere individuate le fasce di popolazione che verranno vaccinate per prime) e una logistica (per i vaccini Pfizer che dovranno essere conservati a -75 gradi ci saranno 300 hub di distribuzione). Trapelano, quindi pochi dettagli, in attesa che il 3 dicembre il ministro Speranza alzi definitivamente il velo sull’intera operazione. Un’operazione di portata storica, visti i numeri in ballo, non solo in termini di milioni di dosi, ma anche per i nodi organizzativi che andranno affrontati e sciolti per tempo, per non rischiare di inceppare una macchina complessa e delicata. A partire da uno dei primi anelli della catena: nella fornitura di aghi e siringhe potremmo andare incontro a difficoltà di approvvigionamento come già successo con mascherine e tamponi? Lo abbiamo chiesto a Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi medici, un settore che genera in Italia un mercato da 16,5 miliardi tra mercato interno ed export, annoverando quasi 4mila aziende che occupano 76.400 dipendenti.

Il piano vaccini è ormai in rampa di lancio. Arriva però un primo allarme: potrebbe verificarsi una carenza di approvvigionamento di aghi e siringhe sul mercato internazionale?

La risposta deve tener conto di un doppio livello. È naturale che una carenza potrà verificarsi, così come si è registrata per tutti i dispositivi medici sottoposti in questi mesi a picchi di domanda molto forti. Stiamo parlando del più grande piano vaccinale mai fatto nella storia: anche se il vaccino non sarà purtroppo disponibile per tutti da subito, è previsto l’impiego di miliardi di siringhe per coprire l’intera popolazione. Si tratterà di una produzione, per numero di pezzi, mai gestita, condotta su scala eccezionale, non certo normale.

Sarà necessario riconvertire alcune produzioni?

La riconversione di impianti per la produzione di siringhe in tempi così rapidi non è certamente semplice.

Rischiamo di trovarci in una situazione simile a marzo-aprile quando era difficile, se non impossibile, reperire mascherine all’estero?

Vorrei fare una premessa. Rispetto alla prima ondata dell’epidemia, oggi siamo molto più preparati. La produzione di dispositivi medicali, infatti, era già stata allertata, perché sapevamo che l’arrivo del vaccino avrebbe richiesto l’impiego delle siringhe. Non è certamente una novità.

Giusto. Ma vorrei tornare alla domanda: potremmo rivedere quello che abbiamo visto in primavera con le mascherine pressoché introvabili?

Anche sette mesi fa era stato lanciato un grande piano di riconversione, ma nonostante che le mascherine fossero un dispositivo medico molto più semplice delle siringhe non è stato possibile farlo, se non in pochissimi casi.

Come gestire allora la possibile carenza di siringhe?

Bisogna fare in modo che la produzione a livello mondiale venga distribuita in maniera coerente là dove verranno programmate le vaccinazioni. Visto che il piano vaccinale è coordinato dalla Ue, ci si augura che anche la distribuzione di aghi e siringhe avvenga con gli stessi criteri intelligenti utilizzati per le dosi del vaccino. Non credo che sia interesse di nessuno far sì che vaccini e siringhe non siano presenti contemporaneamente nello stesso luogo.

Come è possibile garantire questa compresenza?

Sono state già indette alcune gare a livello nazionale e a livello europeo proprio per garantire l’approvvigionamento delle siringhe. La risposta alla domanda se avremo operato bene o meno la scopriremo a posteriori.

I produttori italiani di aghi e siringhe possono garantire il fabbisogno necessario per una vaccinazione di massa?

Qui arriviamo al secondo livello della risposta alla sua domanda iniziale. L’Italia è un paese più fragile rispetto ad altri, perché annovera solo due produttori sul territorio nazionale, uno di grandi dimensioni, mentre l’altro è una Pmi. Se negli altri paesi l’industria biomedicale è più presente, noi dipendiamo maggiormente dall’import, e questa è una debolezza, perché abbiamo una filiera dell’approvvigionamento più lunga.

Questo potrebbe crearci problemi?

Fino a qualche tempo fa nessuno di noi sapeva quale vaccino sarebbe arrivato per primo e quale tipo di siringa sarebbe stata richiesta. Abbiamo avuto comunque un po’ di tempo per prepararci, ma non mesi per accumulare scorte di siringhe. Non penso tuttavia che ci troveremo in una situazione di confusione come nella prima fase della pandemia.

I vaccini di Pfizer, Moderna e AstraZeneca – i più vicini a essere distribuiti in Italia – hanno caratteristiche diverse. Richiedono anche attrezzature e dispositivi diversi?

Spetta al comitato tecnico che sta lavorando sugli aspetti organizzativi dire che cosa sarà necessario utilizzare a seconda dei vaccini che arriveranno, in stretta connessione con le aziende produttrici dei vaccini. Per quando ci riguarda, posso dire che esistono diverse soluzioni. Non stiamo parlando di siringhe classiche, quelle utilizzate per le iniezioni intra-muscolo, ma di siringhe molto diverse: in alcuni casi c’è bisogno di siringhe micrograduate e in altri di siringhe che non abbiano volumi morti di aria.

Di cosa si tratta?

Parliamo di siringhe che hanno una tecnologia particolare, grazie alla quale lo stantuffo aspira solo la dose corretta di vaccino senza volumi morti di aria, evitando così sprechi che oggi non ci possiamo permettere, soprattutto perché parliamo di grandi numeri in gioco. Si tratta di specifiche strettamente legate alle istruzioni per l’iniezione che verranno fornite dai produttori di vaccino.

Oltre ad aghi e siringhe, per mettere in campo la vaccinazione servono altri dispositivi medicali?

Sarà importante tutta la catena del freddo per il trasporto e la conservazione dei vaccini. Pfizer, per esempio, si è resa disponibile a garantire il trasporto fino alla destinazione finale. Fatta l’iniezione, però, non sarà tutto finito. C’è un passaggio sottaciuto, ma molto importante: la verifica dell’efficacia della vaccinazione.

Come può essere verificata?

Stiamo assistendo a una forte accelerazione verso i vaccini e i dati sulla loro efficacia stanno via via emergendo, non sono prodotti finiti e sperimentati sulla popolazione. Sarebbe quindi opportuno, soprattutto per vaccini nuovi, misurarne l’efficacia e la risposta protettiva dopo la somministrazione attraverso test diagnostici di laboratorio semplici da usare e a larga diffusione. È un tema da non sottovalutare, anche perché questi controlli potrebbero aiutare a capire quanto dura la protezione vaccinale.

Abbiamo già i dispositivi diagnostici per questi test?

Dipenderà dalla capacità innovativa delle aziende di diagnostica. A oggi non è stato lanciato nulla, la ricerca sta ancora lavorando.

Sul piano vaccini l’Italia è partita in ritardo rispetto ad altri paesi europei?

Non ho elementi per poter dare una risposta, ma l’Italia figura senz’altro tra i primi paesi che riceverà le dosi di vaccino.

Si parla di rilanciare testing & tracing. Abbiamo tamponi e reagenti a sufficienza per un tracciamento più capillare e diffuso?

Se a livello globale si dovesse partire con strategie di testing & tracing massicce, non ci sarebbe sufficiente capacità produttiva per rispondere al fabbisogno. Ma l’Italia è politicamente interessata a farlo? Se così fosse, bisognerebbe trovare un accordo con le aziende affinché forniscano i materiali.

In che senso “politicamente”?

Non è solo una questione di materie prime, è anche una questione organizzativa. Siamo in grado di far eseguire tanti tamponi, di raccoglierne i dati, di gestirli anche come problematica sociale? Una volta trovati i potenzialmente infetti, poi isoliamo anche tutti i loro contatti? Insomma, non basta fare un grande screening di massa se poi non si sa come gestirlo.

In questi dieci mesi che contributo ha dato l’industria italiana dei dispositivi medici nella lotta al Covid-19?

Un contributo straordinario. Pur se dipendenti dall’import, tutte le aziende che avevano una presenza commerciale nel nostro paese si sono rese disponibili a lavorare con le proprie case madri per rispondere ai fabbisogni emersi in Italia durante la pandemia. Il nostro comparto ha contribuito in modo sostanziale alla gestione dell’emergenza Covid con un notevole sforzo organizzativo, logistico e produttivo.

L’emergenza Covid impone un ripensamento della sanità italiana. Che cosa occorrerebbe fare?

La nostra ricetta, che abbiamo presentato in un documento a giugno, ruota attorno a tre parole: scienza, salute, industria.

In concreto?

A proposito di scienza, il nostro paese deve ripensare il rapporto con l’innovazione e la ricerca. Un paese che crede nella medicina e nella salute degli italiani deve promuovere la formazione, finanziare la ricerca scientifica, riqualificare il rapporto tra medico e industria.

E sulla salute?

Bisogna tornare a investire sulla salute dei cittadini con un grande piano di aggiornamento del parco tecnologico ospedaliero, che è rimasto obsoleto e inadeguato, tanto che il 50% circa dei macchinari presenti negli ospedali ha più di 10 anni. In un mondo dove il tasso di innovazione è rapidissimo, tecnologie vecchie non garantiscono un accesso corretto alle cure né un risparmio in termini di salute. In secondo luogo, occorre integrare ospedali e medici del territorio, attraverso una connessione all’avanguardia, anche con i pazienti. E devo dire che su questi punti il ministro Speranza si è dichiarato favorevole.

L’ultimo capitolo è quello dell’industria biomedicale. Che cosa chiedete?

Se il paese vuole investire su medicina territoriale e rinnovamento del parco tecnologico, può farlo solo in partnership con le industrie, ripensando a quelle regole che hanno favorito il disinvestimento delle imprese italiane. Il nostro comparto deve avere la possibilità di crescere: servono incentivi alla ricerca e tagli fiscali.

Perché?

Il settore dei dispositivi medici è già tra i più tartassati. In più, è gravato da tre balzelli che nessun altro paese al mondo impone: una tassa del 5% sugli investimenti in formazione scientifica; il sistema del payback, che pone a carico dei produttori parte della spesa, in particolare il 50% degli scostamenti dai tetti di spesa fissati a inizio anno dalle Regioni in totale autonomia; infine, è in arrivo un ulteriore prelievo forzoso dello 0,75% sul fatturato in una logica folle per cui il controllore, lo Stato, chiede di essere pagato dal controllato, le imprese, perché abbia le risorse per controllarlo. Un’assurdità.

(Marco Biscella)

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