J’ACCUSE/ Cazzola: c’è un’alleanza tra padri e figli che mantiene il precariato

Il tema del precariato è tornato sulle pagine dei giornali a causa della manifestazione di sabato. Eppure, spiega GIULIANO CAZZOLA, gli italiani sembrano voler far poco per eliminarlo

12.04.2011 - Giuliano Cazzola
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Susanna Camusso alla manifestazione di sabato scorso (Foto Ansa)

Si torna a parlare di “precariato” nel quadro delle manifestazioni svoltesi sabato scorso in alcune città d’Italia, tra cui – more solito – la capitale. Così, dopo settimane trascorse a inseguire i temi della giustizia, il grande Circo Barnum dell’informazione – specie se orientata a sinistra – è tornato a occuparsi – oves et boves et omnia pecora campi – della “mistica della precarietà”, riempiendo i quotidiani e i talk show di giovani che (in attesa di trovare un editore a cui affidare il racconto della loro esperienza in un call center) denunciano la loro ingrata condizione, attribuendone la responsabilità a tutti meno che a se stessi e agli sponsor della loro causa, più generosi nel fare che nel mantenere le promesse.

Le giovani generazioni hanno sicuramente il diritto di protestare: gli andamenti demografici ne assottigliano l’influenza nelle urne, sempre più requisita dagli elettori anziani; le grandi organizzazioni sociali si sono trasformate – nonostante le lacrime da coccodrillo versate sulla triste sorte dei giovani – in potenti lobby a favore degli insiders; le riforme economico-sociali del mercato del lavoro e del welfare, assolutamente indispensabili ancorchè tardive, hanno fatto pagare ai figli il conto salato di nonni e padri che non si sono fatti mancare nulla e che ancora non rinunciano ad avvalersi di trattamenti ormai divenuti insostenibili.

Ma non sono del tutto convincenti – perché resta ambigua l’analisi dei processi su cui poggiano – le rivendicazioni che questo movimento avanza allo scopo di conquistare adesso il proprio futuro. Non sembra per nulla scongiurata – soprattutto in ragione del fatto che è la Cgil il principale sponsor (anchesul piano organizzativo?) delle iniziative – la prospettiva negativa- per un corretto sviluppo economico e sociale – della saldatura di un blocco, oggettivamente conservatore, tra genitori eccessivamente tutelati (e ostili alle riforme) e figli non autonomi. Così lo snaturamento dei ruoli porta i padri a preoccuparsi, oltre i limiti del dovuto, dei figli, i quali non esitano a mettersi all’ombra dei padri e a individuare nelle prerogative paterne un quadro di garanzie per loro stessi.

In fondo, è un modo per amare le proprie catene. È una sindrome di Stoccolma a livello di massa. È la ricetta per vivere nel e del presente, senza darsi cura di quel futuro che pure si invoca. Potrà anche capitare, dunque, che un padre, stabilizzato e garantito nel posto di lavoro, dia sicurezza a un figlio che si arrabatta a collezionare rapporti di collaborazione. E che ambedue temano una revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: il primo dovendo pensare anche a un figlio dal futuro incerto; il secondo non ancora pronto a fare da sé. Ma la realtà è un’altra: fino a quando non verrà alleggerita la tutela contro i licenziamenti dei padri, i figli faticheranno a entrare stabilmente nel mercato del lavoro.

Potranno avvalersi di uno dei rapporti di cui alla legge Biagi, un provvedimento importante, che ha fatto pulizia di tanti abusi e che ha aperto nuove prospettive nelle politiche per l’impiego. Ma il dualismo rimarrà tutto intero. E che dire delle pensioni? Un padre poco più che cinquantenne, già pensionato e occupato in un’altra attività, è portato a difendere questa sua condizione perché deve produrre reddito anche per il figlio co.co.pro. o impegnato in ulteriori fasi formative allo scopo di valorizzare al massimo le sue aspettative professionali, anziché affrettarsi a guadagnare uno stipendio nei primi lavori disponibili (che invece vengono sdegnosamente rifiutati e lasciati ai lavoratori stranieri).

Sarebbe necessario che crescesse una consapevolezza diffusa di queste “relazioni pericolose”. Prima che sia troppo tardi, perché quando la politica sarà, ancora più di oggi, nelle mani degli anziani, il partito dei giovani non avrà più chances da giocare. Ma esiste un “partito dei giovani”? No. Almeno in Italia, dove i giovani non contano niente nei sindacati, negli schieramenti politici. E nemmeno nella cultura. Le nuove generazioni non sono neppure oggetto di studio, ma solo modelli per caricature, in tanti film di successo dove dei registi di moda riescono a inventarsi deiprofili di giovani che non esistono nella realtà, al solo scopo di accontentare i padri, che vanno al cinema, illudendoli di poter capire, almeno una volta, quegli oggetti misteriosi che si aggirano tra le mura domestiche, sostenendo di essere loro figli.

La sola speranza di rottura di un equilibrio vizioso potrebbe venire dai rapporti economici. Ci vorrebbe, però, una forza politica che trovasse il coraggio di puntare sui giovani ponendoli al centro di una coalizione d’interessi diversi da quelli ora dominanti, disposta ad accendere la miccia di un conflitto intergenerazionale che potrebbe trasformarsi nella lotta di classe del ventunesimo secolo. E magari qualche riformista in età potrebbe ricordarsi di quanto affermò anni or sono un “grande vecchio” della gauche, Vittorio Foa: “Essere di sinistra, oggi, vuol dire pensare agli altri e al futuro. Anzi, pensare agli altri nel futuro”.

Se ci lasciassimo solo sfiorare da un pensiero siffatto, noi, ormai anziani, potremmo riuscire a comprendere quanta verità sia contenuta in una frase di Paul Nizan: “Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”.

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