LAVORO E PENSIONI/ Cazzola: da Letta un “sogno” che costa 30 miliardi, chi paga?

- Giuliano Cazzola

Nel suo discorso alla Camera, Enrico Letta ha annunciato interventi sia in materia di lavoro che di pensioni. Che però, spiega GIULIANO CAZZOLA, hanno un costo non indifferente

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Quello di Enrico Letta è stato certamente un buon discorso, soprattutto per il quadro generale in cui ha inserito l’azione del suo governo: il saldo ancoraggio all’Europa (che è la vera discriminante di questa fase politica); le riforme istituzionali; la svolta politica, quanto meno in termini di legittimazione reciproca tra i due più importanti partiti della Seconda Repubblica, fino al punto di immaginare un futuro caratterizzato da un’alleanza solida ed effettiva. A quest’ultimo proposito c’è stato un passaggio significativo nelle comunicazioni del premier, quando ha ricordato – citando Beniamino Andreatta – la differenza tra il concetto di “politica” e quello di “politiche” e fatto notare che, anche quando la “politica” è divisiva, non è impossibile trovare intese tra diversi sulle “politiche”.

L’esperienza del governo Monti, pur con tutti i suoi limiti e difetti, è lì a provare che la “strana” maggioranza è stata in grado di affrontare – tra le altre – questioni delicatissime e conflittuali come le pensioni e il lavoro, da un lato, i costi della politica e la lotta alla corruzione, dall’altro. Non a caso, Letta, per ben due volte, ha fatto riferimento all’azione dell’esecutivo precedente, come se volesse rimarcare un itinerario di continuità. Il nuovo governo, dunque, non è un esecutivo di nessuno (come quello dei tecnici), ma di tutti. Napolitano è stato molto chiaro in proposito quando ha affermato che si tratta di un governo politico, che risponde ai partiti della maggioranza e non al Quirinale che pure ne è stato essenziale mallevadore.

In secondo luogo, va in frantumi quel bipolarismo irrequieto e inconcludente che ha rovinato il Paese negli ultimi vent’anni. Le coalizioni che si erano confrontate durante la campagna elettorale non esistono più. I partiti più importanti, convergendo al centro (si invera l’intuizione di Mario Monti), sono chiamati a dare prova di quelle istanze riformistiche di cui dispongono in proprio. In buona sostanza, per quante critiche abbia ricevuto in occasione di una campagna elettorale dissennata, il Governo Monti ha anticipato la svolta a cui stiamo assistendo.

Il discorso diventa più complesso quando si entra nel merito delle indicazioni di politica economica e sociale. Si avverte, pesante, la mano della mediazione tra i partiti, senza, peraltro, avere delucidazioni rassicuranti per quanto riguarda le coperture finanziarie. Il premier per ora si è limitato a fornire delle linee guida per l’azione del suo governo, ma il quadro di riferimento non è del tutto convincente, giacché si profila una prospettiva che vorrebbe tenere insieme minori entrate (in particolare: riduzione delle imposte sul lavoro, sospensione del pagamento di giugno dell’Imu in attesa di una sua revisione, la mancata applicazione dell’aumento dell’Iva) e maggiori spese (un intervento di sostegno per i redditi più bassi, il rifinanziamento della cig in deroga, la soluzione del problema degli esodati, gli incentivi per l’occupazione giovanile, il potenziamento dell’apprendistato, l’estensione al lavoro precario degli ammortizzatori sociali: tanto per ricordare gli interventi più importanti e più onerosi).

Soprattutto per quanto riguarda le pensioni sembrano essere in cantiere alcune misure di carattere strutturale. Letta ha parlato di forme di pensionamento flessibile, come la staffetta anziano-giovane quale esempio di lavoro ripartito. In particolare, ha lasciato intendere una revisione strutturale della riforma Fornero, quando ha ipotizzato un meccanismo di pensionamento anticipato gravato da una penalizzazione di carattere economico.

È appena il caso di notare che queste innovazioni fanno tutte parte di un dibattito che dura da decenni e possono dare risposte a problemi reali. A occhio, tuttavia, si tratta di un pacchetto che “batte cassa” per almeno una trentina di miliardi, a essere sparagnini. Mettiamo pure che si ragioni nell’arco di una legislatura che possa mettere in conto anche la ripresa economica. Ma non ci sentiamo ingenerosi nei confronti di un governo che apprezziamo se ci permettiamo di rivolgere sommessamente una domanda: chi paga?

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