I NUMERI/ Le “mezze verità” sui pensionati poveri d’Italia

Nei giorni scorsi è emersa l’emergenza povertà in Italia. Tuttavia, spiega GIULIANO CAZZOLA, nessuno sembra essersi preso la briga di verificare la situazione reale dei pensionati

19.07.2016 - Giuliano Cazzola
Anziani_numerinoR439
Immagini di repertorio (LaPresse)

L’Istat ha reso noti dei dati sulla povertà assoluta che hanno suscitato grande impressione nell’opinione pubblica e sollecitato misure di intervento, tra cui l’accelerazione del varo del disegno di legge sulla povertà i cui effetti – trattandosi di una delega – si avvertiranno in un tempo purtroppo inadeguato rispetto all’immediatezza delle esigenze e dei problemi. Le statistiche, però, vanno osservate con attenzione senza prestarsi a valutazioni pressappochiste e generiche. Riuscire a cogliere la specificità delle situazioni consente anche di intervenire in modo mirato, concentrando nei punti più critici le limitate risorse disponibili. 

Per esempio, l’incremento della povertà è dipeso soprattutto dalle famiglie di immigrati che da quelle di italiani. Com’è stato rilevato, poi, a causa della consueta rappresentazione di maniera della realtà sociale, siamo indotti a pensare che la povertà sia una prerogativa degli anziani e, quindi, dei pensionati. Certo, anche questa parte di popolazione ha avvertito il peso della crisi. Ed è stata colpita da provvedimenti adottati per “fare cassa”. In un universo composto di 16 milioni di nostri concittadini vi è di tutto: anche situazioni di grande disagio, laddove all’età si aggiungono condizioni di non autosufficienza e di disabilità. 

La legge dei grandi numeri, però, conferma che vi sono maggiori situazioni di difficoltà nella famiglie monoreddito con figli minori a carico. In sostanza, per quanto riguarda gli italiani un minorenne su 10 vive in condizione di povertà assoluta. Nella popolazione tra 18 e 34 anni si è passati dal 3,1% del 2005 al 9,9% di oggi. Dai 35 ai 64 anni dal 2,7% al 7,2%. L’incidenza della povertà diminuisce solo tra gli over 64 (4%). In 20 anni il reddito di questi ultimi è cresciuto del 18%, mentre quello degli under 34 è calato di 11 punti. La ricchezza è cresciuta del 60% per gli over 64 anni ed è crollata nella stessa misura per gli under 34. 

Eppure, l’84% delle prestazioni assistenziali (quelle destinate a combattere l’emarginazione e a promuovere l’inclusione) è riservata agli anziani. Si prenda persino il caso dell’assegno al nucleo familiare. Nel “welfare all’italiana” è il principale strumento di tutela delle famiglie povere e viene erogato tenendo conto del reddito e del numero dei componenti del nucleo. È una prestazione finanziata attraverso un prelievo contributivo a carico dei datori di lavoro ed è amministrata dall’Inps, nell’ambito della Gestione delle prestazioni temporanee, nel comparto del lavoro dipendente. 

Si tenga, altresì, conto che l’aliquota contributiva per questa prestazione venne tagliata nel 1995 nel quadro della riforma Dini: la parte preponderante concorse a costituire l’aliquota del 32,5% per il finanziamento delle pensioni dei lavoratori dipendenti onde evitare di dover incrementare il costo del lavoro. In sostanza, vennero spostate risorse verso il sistema pensionistico a parità di pressione contributiva. 

Bene, nonostante tutto ciò nell’anno 2015 la spesa (5,3 miliardi) per il trattamento di sostegno al reddito familiare continua a essere inferiore ai contributi incassati (6,2 miliardi). Il cospicuo avanzo di gestione, in forza del bilancio unitario dell’Inps, va a coprire i disavanzi di talune gestioni pensionistiche. Quanto ai pensionati c’è una tabella (tra le tante interessanti incluse nel XV Rapporto annuale dell’Inps) che chiarisce le effettive condizioni reddituali (medie). 

Come si può notare, le cose cambiano quando si parla di persone fisiche e non dei loro trattamenti (troppo spesso si fa confusione tra pensionati e pensioni). Se poi si passasse a considerare il reddito di una coppia di anziani, ambedue pensionati (e magari proprietari dell’appartamento in cui vivono), sarebbe facile constatare che la loro condizione economica è senz’altro migliore di quella di un nucleo monoreddito di giovani con figli minori a carico. 

Certo, vi sono certamente tante donne che, per vari motivi, percepiscono soltanto la pensione di reversibilità del marito defunto. Sono casi che meritano attenzione e tutela, ma non possono essere presentati come l’archetipo dei pensionati italiani. 

I commenti dei lettori