REFERENDUM/ Mauro: 4 ragioni per dire no alla riforma di Goldman Sachs e JPM

- int. Mario Mauro

“Il mito del cambiamento nasconde la più cruda realtà del partito-stato che si impossessa del 100 per cento delle istituzioni”. MARIO MAURO spiega il suo No alla riforma costituzionale

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LaPresse
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In un’intervista uscita oggi su Repubblica, l’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano, esorta a recuperare lo spirito costituente e difende la riforma costituzionale. “La riforma non è né di Renzi né di Napolitano — dice, riferendosi a se stesso, il senatore a vita —, ma è quella su cui la maggioranza del Parlamento ha trovato l’intesa”. Non è dello stesso avviso Mario Mauro (Popolari per l’Italia), ex ministro della Difesa nel governo Letta, che in questa intervista spiega perché dice no alla riforma governativa.

Senatore Mauro, se vincesse il No, ha detto Goldman Sachs in un sua nota diffusa mercoledì, la probabilità di successo delle ricapitalizzazioni delle banche più deboli diminuirebbe.

La strategia del “comportiamoci bene, votiamo Sì, perché altrimenti finiamo in miseria” è raccapricciante. Uomini delle istituzioni che si fanno complici delle banche d’affari vengono meno al patto di libertà che li lega al popolo. 

Fa il grillino adesso?

I miei non sono toni “grillini”, esprimono la passione per il destino di una generazione che ha il diritto di vivere condividendo una comune ipotesi di convivenza civile. Certo produrre documenti che presentano un’esito negativo del referendum costituzionale come l’inizio del diluvio può sembrare un contributo razionale ed oggettivo…

Ma?

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Ma a smentire Goldman Sachs ci ha pensato, in anticipo, il commissario europeo Valdis Dombrosky sul Corriere del 2 settembre. Richiesto di un parere sul nesso referendum e tenuta di banche e conti pubblici è stato lapidario: “Non prendiamo decisioni sulla base di queste argomentazioni”. E tanti saluti alla Meb-propaganda (Maria Elena Boschi, ndr) di sapore intimidatorio stile “dopo di noi il diluvio”. La verità è che vedo per Renzi un luminoso futuro di consulente di Jp Morgan e GS. Come il suo amico Blair.

Renzi ha detto che è disponibile a cambiare la legge elettorale (“sia che la Corte costituzionale dia il via libera sia che la bocci, sempre che ci siano i numeri in Parlamento”); e che il testo della riforma poteva essere scritto meglio. Come commenta?

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Tutto quello che Renzi sta dicendo a partire da quando si fanno sondaggi sul referendum è strumentale per ottenere una vittoria purché sia tale. Anche il Renzi umile, che non personalizza, fa parte di questo schema. Legittimo. Ma non mi interessa. Io sto al merito. Credo che a lei come a molti altri piaccia il calcio. Anche il calcio ha la sua costituzione: il complesso di regole che ne rende possibile un equilibrato funzionamento.

Si dice perfino che la palla è rotonda.

Appunto. Volendo intendere che nessun risultato si può dare per scontato. Ma se qualcuno stabilisse che il calcio di rigore si può dare solo alla squadra di casa, chi gioca in trasferta accetterebbe di misurarsi con le carte truccate? Ecco, a ciò è ridotta la nuova costituzione. 

Lei sembra ostile a priori. Dà ragione a Renzi che c’è qualcuno (molti, in realtà) ostili al cambiamento.

Il mito del cambiamento nasconde, come ho già detto, la più cruda realtà del partito-stato che si impossessa del 100 per cento delle istituzioni e rende di fatto impossibili rapporti corretti tra poteri dello stato, annichilendo il parlamento e nominando senza ostacoli i membri della Corte costituzionale e del Csm. È vero invece che la presunta semplificazione dell’attività legislativa passa dalle nove parole del vecchio articolo 70 alle 492 dell’attuale, con il chiaro intento di rendere impossibile la trasparenza e la linearità del processo legislativo in modo da lasciare il governo padrone del campo. 

Renzi è autoritario?

Non mi faccia dire quello che non ho detto. Io non sono tra quelli che dicono che Renzi & co. sono autoritari. Dico invece che questo testo riduce gravemente gli spazi di democrazia e libertà e che meglio sarebbe ripartire da un’assemblea costituente, dove il governo non è protagonista di un’intesa che necessariamente piega ai suoi interessi del momento. Questo è lo spirito costituente che ha caratterizzato i lavori della prima stesura della nostra carta. Poi sono stati fatte durante le legislature ordinarie puntuali e non rare modifiche. Ma qui si parla di cambiare 50 articoli. E soprattutto di modificare l’assetto delle istituzioni in senso centralista e statalista. Cioè l’esatto contrario degli ideali di Sturzo e De Gasperi.

 

Lei ha fatto parte della prima commissione di saggi voluta da Napolitano. Ma cosa avete partorito? Nulla, se non ricordo male.

No. La realtà è ben diversa: il gruppo a quattro formato da Onida, Quagliariello, Violante e me stilò una relazione articolata su sei linee guida: diritti dei cittadini, riforme costituzionali, parlamento e governo, rapporto stato-regioni, amministrazione della giustizia e finanziamento pubblico dei partiti. Le parole chiave di quel lavoro erano sussidiarietà, libertà, autonomia. Mi spiace, ma nulla di tutto ciò è nel testo approvato dal parlamento. 

 

A proposito di voi quattro…

Io, Onida e Quagliariello voteremo contro al referendum. Violante in più di una sede, pur orientandosi al Sì, ha chiesto modifiche tali da giustificare una rivisitazione di quanto proposto dal governo, soprattutto, come peraltro notato dallo stesso Napolitano, per la pericolosità di questo impianto dello stato connesso ad una legge elettorale che pialla il ruolo delle opposizioni e cancella i termini stessi della democrazia rappresentativa.

 

D’accordo, che lei sia contrario alla riforma per ragioni politiche, l’abbiamo capito. Veniamo al merito. Cosa non va, secondo lei? Vada per punti, per favore.

Ma la riforma non è buona purchessia, esistono le cattive riforme e le buone riforme. Complessivamente quella voluta da Renzi è una cattiva riforma, dunque voterò No. Non tutto delle riforma costituzionale è da buttare, ma essendo costretti a scegliere in maniera secca tra un sì ed un no, la scelta sarà per il no. 

 

Cominciamo dai motivi, dunque, senatore.

Ho scritto io stesso dei pericoli insiti nel percorso riformatore avviato da Renzi: il timore per la costruzione di un sistema di fatto autoritario, dove un partito con poco più del 20 per cento dei consensi del corpo elettorale può ottenere un potere immenso e di fatto incontrastabile, è anche il mio. Un timore che è aumentato dopo aver visto il renzismo occupare militarmente la Rai, porre la questione di fiducia sulla riforma della legge elettorale e addirittura (dopo aver esplicitamente negato che l’avrebbe mai fatto) su una normativa di coscienza come quella sulle unioni civili omosessuali. Forzature mai viste in un’aula parlamentare, che — se permette — fanno crescere i dubbi sulle modalità con cui verrebbe gestito il potere se fosse consegnato secondo il combinato disposto della legge elettorale e della riforma. 

 

Dunque il primo problema sta nella legge elettorale, che fa un tutt’uno con la riforma perché stabilisce come vengono eletti i deputati che votano la fiducia al governo.

L’Italicum è pienamente in vigore dal luglio scorso e non sarà toccato dall’esito del voto. Sarà un altro il passaggio determinante per la vita di quella riforma e si terrà il 4 ottobre. La Consulta ha bocciato il porcellum (sentenza 1/2014, ndr) perché ha considerato abnorme il premio di maggioranza e incostituzionale il meccanismo della lista bloccata che non permette ai cittadini di scegliersi i parlamentari. E nell’Italicum il problema non pare risolto.

 

Perché secondo lei? 

Perché il premio di maggioranza è sempre molto ampio (anche se viene assegnato dopo un ballottaggio tra le due principali liste del primo turno, sempre che nessuna abbia superato il 40 per cento dei voti) e la stragrande maggioranza dei parlamentari viene eletta con i meccanismi del capolista bloccato, scelto dunque dalle segreterie dei partiti, mentre solo una parte minoritaria dei deputati verrebbe eletta tramite preferenze. 

 

E questa riforma non viene toccata dal referendum. 

No, non viene toccata. E’ stata scritta e immaginata da Renzi sull’onda della vittoria schiacciante alle elezioni europee della primavera 2014, quando il Pd superò appunto il 40 per cento. Ma lo scenario politico appena un biennio dopo è radicalmente cambiato. L’Italicum oggi appare come una legge perfetta per il Movimento 5 Stelle, che infatti si dice indisponibile a modifiche mentre si fa protagonista di una campagna per il No al referendum in giro per l’Italia. Noi intanto dobbiamo prepararci al voto di novembre, provando a capire seriamente perché votiamo No alla riforma costituzionale. 

 

Arriviamoci, finalmente. “No” perché?

I motivi sono fondamentalmente tre. In primo luogo perché è una riforma confusa che trasforma la Costituzione in un pasticcio. La finalità sarebbe quella di rendere più snello l’iter normativo e invece lo incasina con un bicameralismo imperfetto in cui le competenze del Senato non sono chiare. I costituzionalisti hanno contato più di dieci modalità diverse con cui si produrranno norme sulla varie materie, con un ruolo del Senato ambiguo e foriero di contenzioso presso la Corte costituzionale. Oggi con il bicameralismo perfetto l’iter di approvazione di una legge di iniziativa governativa (la quasi totalità delle leggi, ormai) non supera i sei mesi. 

 

Però si introduce l’istituto del disegno di legge ad approvazione “a data certa”.

Che con ogni probabilità si trasformerà in un boomerang di lavoro inutile e termini oltrepassati.

 

Il secondo motivo?

Perché è una riforma centralista. La riforma punta a riportare presso lo Stato centrale molte delle competenze che erano state assegnate alle Regioni, compensando questa privazione con l’istituzione del Senato composto da consiglieri regionali, che però saranno portatori degli interessi dei partiti che li eleggono e non dei territori da cui provengono. 

 

Cioè i senatori lucani non faranno l’interesse della Basilicata, ma del Pd, del M5s e di Forza Italia. In che modo?

Aggregandosi secondo i gruppi politici nazionali. 

 

Vada Avanti.

In più non viene abolita la Conferenza Stato-Regioni, dove siedono i presidenti di Regione. Avremo una tripartizione tra governo centralista, Senato delle Regioni e Conferenza Stato-Regioni che produrrà ulteriore confusione e conflitto continuo, risolto con ogni probabilità da logiche centraliste che contraddicono il principio di sussidiarietà.

 

Terzo motivo?

Perché è una riforma priva di contrappesi reali. Nella situazione del giugno 2014, con il Pd di Renzi al 40,8 per cento e al governo nella stragrande maggioranza delle Regioni, un solo partito avrebbe di fatto potuto eleggersi da solo il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i membri del Csm senza dimenticare il dominio della Rai. Qui ovviamente pesa la questione dell’Italicum che, come spiegato, non è oggetto di referendum. La novità è che lo scenario politico è cambiato e ora un potere simile potrebbe essere messo nelle mani del M5s che, come si è visto alle amministrative 2016, è destinato a vincere qualsiasi forma di ballottaggio, compreso quello nazionale immaginato dall’Italicum. Il problema resta analogo: messa nelle mani di chiunque questa riforma costituzionale è pericolosa, anche ai danni di coloro che l’hanno immaginata e scritta. Per questi motivi concreti è consigliabile a novembre votare No al referendum. 

 

Renzi va dicendo ovunque che chi vota No vuole tenersi l’esistente. Anche in tanti elettori, deve ammetterlo, questa convinzione è molto forte. 

Non è un’argomentazione debole, perché l’esistente è pessimo, ma non è colpa dei meccanismi costituzionali, alcuni dei quali arrugginiti, altri pletorici, altri ancora inutilmente costosi. Ma nessuno di questi argomenti mi convince a premiare con un voto favorevole la riforma Renzi-Boschi-Verdini. Il punto è che non si possono scrivere riforme a seconda delle convenienze del momento, perché le convenienze e i momenti sono mutevoli. Cambiano. Non cambia invece la mia decisione già spiegata mesi fa di votare No.

 

Se guardiamo gli eventi recenti, sembra di scorgere una certa linearità: le elezioni politiche del 2013, la situazione bloccata, il secondo mandato di Napolitano, il governo Letta, la consegna al paese di fare le riforme. Perché sfilarsi, perché non starci e collaborare?

Confidando nelle dichiarazioni di Renzi e Napolitano votammo inizialmente la fiducia a questo governo, che promise di mantenere la logica delle larghe intese, ma poi si è mostrato politico fino a mettere la fiducia sulle unioni civili. Non solo; la stessa Forza Italia ha sperato in un rapporto leale con Renzi. Oggi siamo tutti più sereni e più decisi a votare No. 

 

Lei voterebbe Sì al referendum con una legge elettorale diversa? A quali condizioni?

No. La legge elettorale è drammaticamente antidemocratica. Non va cambiata, va cancellata. Occorre garantire all’Italia una legge elettorale che permetta la rappresentatività. La governabilità è un falso problema. I tedeschi hanno avuto col proporzionale 10 governi in 60 anni. La modifica costituzionale ci porterebbe invece sulle soglie del conflitto. Non scherzo. Ripeto: non puoi pretendere di fare un campo di calcio con una metà campo grande come uno di pallacanestro. Perché giocando undici per parte in quella metà campo nessuno farebbe gol. Si sta sottovalutando troppo questo aspetto: libertà e democrazia sono care alla gente anche più dei soldi e del lavoro.

 

“Si vota non prima del 2018, comunque vada il referendum”, ha detto a fine agosto il capo del governo. Come commenta?

E’ un amo cui far abboccare la minoranza Pd e i parlamentari alla deriva di questa legislatura. Renzi è abile, ma senza visione. Fino al referendum prometterà mari e monti. Poi correrà al voto perché gli impegni assunti sono sproporzionati rispetto alla tenuta dei conti pubblici, già gravemente compromessa da un governo clientelare che ai 500 euro ai diciottenni per andare al cinema ha aggiunto la figura degli insegnanti senza alunni della Buona Scuola.

 

(Federico Ferraù)

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