QUALE RIPRESA?/ “Ecco perché all’Italia non basta tornare ai livelli pre-Covid”

- int. Luigi Campiglio

L’economia europea sta recuperando, ma l’Italia non può accontentarsi di tornare ai livelli pre-Covid: ha un forte gap da recuperare

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

La Bce, nel suo bollettino economico, diffuso ieri prevede “una forte crescita nel terzo trimestre” per l’economia europea, grazie all’andamento “molto positivo nel settore manifatturiero”. Certo, c’è qualche timore per gli effetti che la variante Delta potrebbe avere sulla ripresa dei servizi, “soprattutto nel comparto del turismo e dell’ospitalità”, ma in generale si prevede che “l’attività economica torni al livello pre-crisi nel primo trimestre del prossimo anno”. Parole che confermano quindi le stime ottimistiche sull’economia europea e che fanno pensare anche a quanto ha scritto, sul Corriere della Sera di mercoledì, Mario Monti. L’ex Premier evidenzia infatti che “anche prima che intervenisse la pandemia, autorevoli banchieri ed economisti internazionali” “hanno sostenuto e ancor più sostengono oggi, la necessità di politiche monetarie e fiscali fortemente e durevolmente espansive. Di volta in volta, vi possono essere motivi per giustificare il nuovo corso. Ma vanno anche considerati i rischi che può comportare questo aggressivo incoraggiamento a misure comunque espansionistiche, che tra l’altro accentuano l’andamento pro-ciclico delle economie, sostenendo ad oltranza con moneta e debito una crescita già soddisfacente”. È ora quindi di ritirare o diminuire gli stimoli monetari e fiscali all’economia? Per Luigi Campiglio, Professore di Politica economia all’Università Cattolica di Milano, «è un dato oggettivo che il Pil pro capite italiano del 2020 sia inferiore, di oltre il 9%, a quello del 2000. Avere quindi degli scrupoli sulle manovre espansive mi sembra un po’ fuori luogo, almeno per quel che riguarda il nostro Paese, che è ancora abbondantemente al di sotto della crescita che avrebbe potuto esprimere se non fosse stato stoppato dopo il 2008».

Perché prende come riferimento proprio il 2008?

Dal 2000 e fino a quell’anno l’Italia ha avuto un periodo di crescita “normale”. Poi, come gli altri Paesi, ha subito uno scossone negativo che ha aperto una crepa nel sistema economico, diventata successivamente una voragine con la crisi del debito sovrano e le politiche che l’hanno accompagnata e che ci hanno portato a un ridimensionamento verso il basso dell’economia che credo non avesse precedenti. Il crollo della natalità, con tutte le conseguenze che ne sono seguite, è a mio parere l’indicatore sociale ed economico più drammatico di quello che è accaduto quando, a partire dal 2010, sono state adottate politiche restrittive di austerità inefficaci, che sono state la causa centrale di una caduta dell’economia che ha iniziato a riprendersi solamente nel 2016.

Ora però l’Italia sta recuperando più degli altri Paesi…

È certo utile che i mass media infondano ottimismo, ma se ci sono dei problemi credo che solo la loro risoluzione possa contribuire a far sì che questo ottimismo diventi più convinto ed efficace. Le politiche che abbiamo adottato dal 2010 al 2015 hanno fatto venire al pettine dei nodi che oggi in parte vengono discussi e affrontati con il Recovery plan, come per esempio quello riguardante i tempi della giustizia.

Quali sono i principali problemi da risolvere e che strada seguire per farlo?

Prima di tutto va creata una “piattaforma” di relazioni strutturali e di mercato. Negli anni ’50, quando veniva costruita l’Autostrada del Sole, si ebbe la giusta intuizione di considerare le autostrade non dei semplici tratti di asfalto, ma il sistema da cui transita tutta la linfa dello scambio economico, della mobilità sociale. Tutto questo non solo non è stato aggiornato negli anni, ma anzi indebolito, tanto che sono crollati dei ponti. Quindi, il primo passo è relativo alle infrastrutture.

E il secondo?

Una cosa fondamentale che manca al nostro Paese è la qualità del patrimonio umano, dell’intelligenza. Quello che una volta si chiamava ascensore sociale è venuto a mancare. E non è un caso che ancora adesso l’Italia sia il fanalino di coda nella cosiddetta istruzione terziaria. Il capitale vero è quello dei giovani, della loro salute e della loro intelligenza. È mancato totalmente un rafforzamento su questo piano. Il crollo della natalità va interpretato come crollo del patrimonio umano dell’intelligenza e della voglia di fare. Con riflessi inevitabili sull’imprenditorialità.

Secondo lei, quindi, quando vanno ritirate le misure espansive?

Quando l’attività economica si riavvicinerà al potenziale produttivo tendenziale almeno del 2010. Io ho idea che non si sia capito che non si possono importare giuste preoccupazioni che ci sono altrove, come negli Stati Uniti, dove è stata attuata una gigantesca politica fiscale espansiva. In Europa non c’è stato nulla di paragonabile e dunque certi timori nel nostro continente, e nel nostro Paese in particolare, non hanno senso.

Non basta tornare ai livelli pre-Covid come sembra accadrà l’anno prossimo?

Ma per carità! Abbiamo bisogno di espanderci. Forse ci stiamo dimenticando qual era la situazione prima del Covid. Basta vedere l’andamento del Pil procapite a prezzi costanti tra il 2000 e il 2020 per rendersene conto. Ho elaborato un grafico (riportato qui sotto, ndr) che trovo eloquente, ma credo che i numeri che ne sono alla base dicano ancora di più.

Che cosa dicono questi numeri?

Tra il 2018 e il 2020 l’Italia ha perso l’8% di Pil pro capite, la Francia il 6,7% e la Germania il 3,9%. Se confrontiamo invece il 2020 con il 2010, vediamo che mentre la Germania registra una variazione positiva del 7,4%, e la Francia nulla, in Italia il Pil pro capite è sceso del 7,6%. Se torniamo al 2000, il confronto è ancora più impietoso: Germania +18,7%, Francia +6,1% e Italia -9,3%. Tra l’altro stiamo parlando di Pil pro capite medio, quindi c’è una parte del Paese per cui questa variazione negativa è stata ancora più ampia. Il che ci ricorda la necessità di una ripresa che sia all’insegna dello sviluppo equilibrato.

(Lorenzo Torrisi)

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