RAPPER GUÉ COME GESÙ/ Quella blasfemia che piace al politically correct

- Paolo Vites

Il rapper Gué per il suo nuovo disco fa pubblicità fingendosi Gesù sul punto di morire. Cattivo gusto e blasfemia come se piovesse

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La pubblicità del nuovo disco di Gué

Da giorni i muri di Milano sono tappezzati da un manifesto inquietante. C’è la foto di un Gesù, dagli occhi strabici, uno ben aperto, l’altro semichiuso, come se stesse morendo, capelli lunghi, barba e corona di spine naturalmente. A parte essere brutto, la differenza con il Gesù dei Vangeli e di quel tempo sono la canottiera e i vistosi tatuaggi. Sopra, la scritta poco leggibile con caratteri simili a quelli che usava Prince (le s come due “Z” alla rovescia, la “E” fatta di tre trattini sovrapposti, e la “G” con l’uncino a forma di croce) la scritta GVESVS e la data, 10 dicembre. Chi conosce il rapper Gué lo ha riconosciuto, è lui in quella posa da Cristo sul punto di essere crocefisso e quel nome è la contrazione di “Gue” e “Jesus”. Non altro che la pubblicità del suo nuovo, prossimo disco, come si deduce anche da un post su Instagram che recita “GVESVS. Il nuovo album, fuori il 10 dicembre”. Ah ecco, si legge così. L’idea di marketing però non sta piacendo a fan e follower vari, visti i commenti che si leggono, fino agli insulti. Vabbè, è la solita trovata pubblicitaria per attirare attenzione e cosa c’è di meglio che tirare fuori la religione cristiana, quella che a differenza dell’islam si può insultare, ridicolizzare, farne blasfemia senza rischiare nulla?

Se Achille Lauro venne censurato, magari anche Gué

Sparare sulla Croce rossa. Oggi l’unica diffamazione ammessa dal “politically correct” è quella del cristianesimo, è un dato di fatto. Da quando Madonna durante il suo True confessions Tour si fece issare su una croce in vesti succinte e banalmente erotiche con tanto di corona di spine scatenando le (giuste) reprimende del Vaticano, i promoter del rapper non sono riusciti a trovare niente di meglio che usare ancora una volta l’immagine di Gesù. Cosa avrà da dire l’ex fondatore della crew dei Club Dogo, che aveva avuto il coraggio di definire il suo ultimo disco Mr. Fini “il proprio kolossal”? Che messaggi ultra terreni e apocalittici conterrà il disco? Viene in mente la ancor più patetica pubblicità che fece un paio di anni fa Achille Lauro, fotografato crocifisso su una croce fatta di chewing gum. Fortunatamente dopo una breve affissione in Corso Como a Milano venne censurata. Lui, infastidito, commentò con parole che ricordavano il motto di buon’anima Benito (anche se probabilmente non lo sapeva neppure): “Questa è l’immagine che avreste visto oggi nel maxi-cartellone di Corso Como a Milano ma la pesante mano della censura delle pubbliche affissioni lo ha impedito. Io invece la regalo a tutti voi e come sempre “Me ne frego””.

Be’, anche noi ce ne freghiamo. Augurandoci che anche la pacchianata di GVESVS sparisca presto dalla circolazione, aggiungiamo che forse gli uomini-pubblicità, i laureati a Harvard in marketing, i Pr dei musicisti (?) facciano degli studi aggiuntivi per inventarsi qualcosa di nuovo. Come siete noiosi. Un consiglio anche agli uffici stampa, che scrivono con tanto entusiasmo “La cover immortala il rapper nei panni di Gesù, con tanto di corona di spine”. Viene da chiedere: “Ma poi Gué risorge?”.

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