RECOVERY FUND/ I guai della giustizia che l’Ue ci chiede di sistemare

- Giuseppe Pennisi

Tra le raccomandazioni dell’Ue all’Italia che tornano di attualità con il Recovery fund c’è anche la riforma della giustizia

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Corte di Cassazione (LaPresse)

Non è la prima volta che nelle consuete “raccomandazioni” all’Italia, la Commissione europea sottolinea l’urgenza della riforma della giustizia per accorciare i tempi dei procedimenti e rendere i magistrati più accountable, ossia più responsabili delle loro decisioni. Questa volta, però, i finanziamenti a titolo del Recovery and Resilence Fund sembrano dipendere in gran misura da essa. Lo si dice non solo a Bruxelles, ma anche a Friburgo ,dove ha sede l’Istituto Eucken, il cui direttore Lars Feld è anche il Presidente dei consiglieri economici della Cancelliera Angela Merkel. Feld è persona garbata ma schietta: pare che il 17 luglio, a Bruxelles, abbia detto al Presidente del Consiglio italiano “Basta di prenderci in giro” quando “l’Avvocato del Popolo” gli decantava le virtù del “decreto semplificazioni”. Già circa due anni fa, in un’occasione pubblica, Feld aveva chiesto all’Italia di ravvedersi se voleva contare sul resto dell’Unione europea e in particolare della Banca centrale europea.

Tramite le loro ambasciate e la stampa internazionale, gli altri Stati dell’Ue sono informatissimi di quanto avviene nel settore giudiziario italiano: tempi biblici per i procedimenti, carriere sulla base di accordi tra correnti, commistione con politici anche sotto indagine, mancanza di controlli sulla quantità, non solo sulla qualità, del lavoro della magistratura, assenza di misure anche in caso di colpa grave. Le vicende dell’ultimo anno hanno convinto il resto d’Europa dell’esigenza di riforme profonde.

All’Istituto Eucken si parla chiaramente di un nuovo “patto” tra società civile e magistratura seguendo l’insegnamento e anche il lessico di Karl Popper. Nell’immediato dopoguerra, sono stati date garanzie costituzionali e privilegi (quali il trattamento economico più elevato nel pubblico impiego) perché si usciva da un periodo in cui la mancanza di guarentigie aveva asservito la magistratura al potere politico di un sistema autoritario. Da anni, “il patto” implicito tra società civile e magistratura si è rotto perché la seconda non solo non fornisce i servizi che si aspetta la prima, ma è travolta da scandali che le hanno fatto perdere autorevolezza.

Il nuovo “patto” comporta un programma di riforme (pure tramite leggi costituzionali) da presentare per il Recovery and Resilience Fund, con un adeguato dettaglio e uno scadenziario monitorabile per l’attuazione, anche perché dall’attuazione dipenderà l’erogazione dei finanziamenti.

Guardando soprattutto a riforme strutturali i cui effetti si potranno vedere nel lungo termine affiora inevitabilmente il nodo della separazione delle carriere, anche perché l’Italia è uno dei pochi Stati dell’Ue (anzi, dell’Ocse) in cui magistratura inquirente e giudicante sono un unico “corpo”, che sovente dà l’impressione di sentirsi non un ordine, pur se indipendente e autonomo, dello Stato, ma un vero e proprio “potere” come il legislativo e l’esecutivo, anche se non eletto dal popolo sovrano.

Un nuovo “patto” tra tale popolo sovrano (e quindi la società civile) e la magistratura potrebbe dover comprendere quella separazione delle carriere a cui sinora la magistratura si è opposta. Nessuno nell’Ue ritiene che tale separazione sia una panacea. Anzi, occorre progettarla e attuarla molto bene dato che c’è il rischio di passare da una “casta” molto corporativa a due “caste”, anche esse “corporative”, che potrebbero essere “in combutta” tra loro o, ancor peggio, “in conflitto permanente” paralizzando il sistema. Quindi, ci si attende che l’Italia proponga un sistema di pesi e contrappesi e, soprattutto, controlli della quantità e del lavoro effettivamente fatto.

Riaffiora anche la proposta presentata alla Costituente da Costantino Mortati e Giovanni Leone, secondo cui “i magistrati, anche all’infuori dei casi per i quali la legge disponga una incompatibilità, non possono accettare funzioni retribuite, a meno che non le esercitino gratuitamente. Lo Stato assicura, con legge speciale, l’indipendenza economica dei magistrati”. Meccanismi di questa natura sono in vigore in gran parte dei Paesi Ue (e Ocse) al fine di assicurare non solo che i magistrati si dedichino pienamente ai loro doveri istituzionali, ma anche per evitare il corteggiamento di altri poteri (il legislativo, l’esecutivo) a fini di guadagni e di carriere individuali.

Sul Corriere della Sera di alcune settimane fa, Ernesto Galli della Loggia ha scritto che l’organo di autogoverno della magistratura, il Csm (di cui si è appena varato un disegno di legge palliativo) è ormai “un luogo di scambi, di reciproche concessioni, di do ut des, per accedere al quale diviene di fatto obbligatoria per ogni candidato a un incarico importante l’ascrizione a un gruppo, a una corrente in grado di prendere le sue parti nel sinedrio al momento della decisione. Il rimedio? Uno solo, quello indicato da Mortati oltre settanta anni fa”. 

C’è comunque il grave problema dello smaltimento dell’arretrato, soprattutto nella giustizia civile. Non mancano analisi, quali quella del 2005, condotta dall’Università di Roma, Tor Vergata e lo studio della Commissione costituita nel 2009 nel ministero della Giustizia per elaborare proposte che razionalizzino l’esercizio della giurisdizione e conferiscano efficienza al sistema; nonché numerosi “Temi di Discussione” pubblicati dal Sevizio Studi della Banca d’Italia. Si tratta di materiale datato, ma che contiene interessanti modelli statistico matematici e che potrebbe essere aggiornato speditamente.

Un progetto ben fatto in materia potrebbe anche essere finanziato dal Recovery and Resilience Fund perché richiederebbe l’assunzione (almeno temporanea) di numerosi magistrati aggiuntivi e una riorganizzazione dei servizi. In scritti recenti, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha sottolineato: “Se si considera che circa il trenta per cento della domanda nazionale si concentra nelle tre sedi di maggiori dimensioni, Milano, Napoli e Roma, è evidente che le modalità organizzative e di gestione di questi uffici non può essere la stessa degli uffici di medie o piccole dimensioni. Se si osserva che un rilevante numero di controversie instaurate nel primo grado di giudizio, a seconda delle materie da un terzo a quasi la metà, non si conclude con sentenza, si può ritenere che l’uso appropriato di strumenti di soluzione anticipata e concordata delle controversie potrebbe alleggerire un sovraccarico infruttuoso di giurisdizione. La elevata percentuale di contenzioso prodotta da ‘grandi utenti’, quali gli Istituti di previdenza, le Assicurazioni, le Banche, lo stesso Stato e altre Amministrazioni pubbliche, consentirebbe di individuare e gestire i procedimenti seriali o di massa, che possono essere aggregati nella decisione e per i quali una sentenza ‘pilota’ potrebbe indurre a non moltiplicare il contenzioso. Inoltre, la informatizzazione dei ruoli consente di conoscere con continuità il numero delle cause introdotte e quello delle cause definite per ciascun ufficio giudiziario, distinto anche per materie, e di monitorare la durata dei procedimenti in modo da poter prevenire tempestivamente situazioni di crisi con appropriate misure organizzative. Le innovazioni tecnologiche modificano anche le professionalità richiesta al personale giudiziario come presupposto per l’ingresso nelle carriere”.

Quindi, il progetto per smaltire l’arretrato potrebbe essere il veicolo per riforme più profonde. Quelle attese nell’Ue, ma anche soprattutto dalla società civile italiana per giungere a un nuovo “patto” con i magistrati.





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