RIAPERTURE 3 GIUGNO/ “Lombardia, turismo, serie A: ecco l’alternativa a regole folli”

- int. Fabrizio Pregliasco

In vista del 3 giugno, il Nord-Ovest potrebbe non riaprire. Ma la Lombardia non è messa malissimo. Assistenza e monitoraggio stanno funzionando

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Giuseppe Conte in riunione con la protezione civile (LaPresse)

Ancora 70 decessi, 593 contagi, di cui 382 in Lombardia, record di tamponi in 24 ore (75.893) e per la prima volta i pazienti in terapia intensiva scendono sotto quota 500. Sono gli ultimi dati della Protezione civile, ma tutti guardano ai trend e agli indicatori dell’Istituto superiore di sanità per capire se nel weekend il governo, come sottolineato dal ministro Boccia, aprirà davvero alla mobilità fra Regioni in tutta Italia. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, si dice certo che “dal 3 giugno i lombardi saranno liberi di circolare in tutta Italia”, dopo aver bollato come “gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero” le parole del presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta che, a Radio 24, parlando della Lombardia, ha sostenuto che “si combinano anche magheggi sui numeri”. Pur non credendo a queste accuse, il virologo Fabrizio Pregliasco “ritiene possibile che si decidano partenze differenziate, anche se la Lombardia non è messa malissimo”. E il fatto che in Corea del Sud, a causa della risalita dei contagi, il governo ha ripristinato il lockdown a Seul, dà ragione agli allarmisti? Per Pregliasco “la seconda ondata è una possibilità concreta”, ma “ora ci stiamo attrezzando per non farci cogliere impreparati”.

Partiamo dalle curve epidemiologiche. Sarà possibile riaprire alla mobilità tra le Regioni a partire dal 3 giugno?

Non conta solo la curva epidemiologica, ma anche la quota complessiva di malati Regione per Regione, cioè il serbatoio di soggetti contagiosi. È possibile che si decidano partenze differenziate.

La Lombardia rischia di rimanere chiusa?

Lombardia e Piemonte potrebbero rimanere più indietro. A preoccupare, però, come è emerso nelle scorse settimane, potrebbero essere altre aree, dove i casi, in numeri assoluti, sono pochi, ma con presenza di piccoli focolai ancora attivi.

L’Italia è sempre divisa in fasce di rischio?

Sì. Settimana scorsa anche la Lombardia, guardando alla globalità degli indicatori, aveva un livello di rischio basso.

La Lombardia, però, sembra non riuscire a liberarsi dalla morsa dell’epidemia. Perché?

La Lombardia non è messa malissimo, considerando il denominatore, cioè l’intera popolazione della Regione. Certo, c’è ancora trasmissione del virus, questo è sicuro, ed è un elemento potenzialmente critico. Ma i dati che ora abbiamo sono molto più realistici rispetto all’inizio. Ricordiamoci sempre che la Lombardia è stata investita da uno tsunami spaventoso e che i numeri della Protezione civile erano ampiamente sottostimati. Adesso viene scovata gran parte dei positivi. Più si cercano, più se ne trovano.

È vero che bisogna stare particolarmente attenti all’indice di rischio netto e potenziale, che è al 2,4? Di cosa si tratta? Vale solo per la Lombardia o anche per il resto d’Italia?

Si tratta del numero di malati settimanali e del numero di malati complessivo. Il valore 2,4 indica i nuovi contagi a settimana ogni 10mila abitanti. Questo indice, per esempio, in Veneto e Toscana è pari a 0,4 e in Sicilia e Sardegna a 0,1. Questo vuol dire che vivendo in Lombardia il rischio di sviluppare la malattia nel corso di una settimana è più alto.

Ma non dipende dal fatto che in Lombardia il coronavirus ha colpito fin dall’inizio molte più persone che in altre parti d’Italia?

Sì, ma è comunque un indice da abbassare.

Quali sono le previsioni? Oggi possono essere più accurate?

Il problema oggi non sono tanto le previsioni, quanto l’organizzazione che si sta mettendo in campo, l’attenzione con cui si gestiscono i nuovi casi positivi. E dal punto di vista organizzativo, dai tamponi ai test sierologici a tappeto, direi che il monitoraggio mi sembra buono.

Sui test sierologici c’è un po’ di caos. Servono? E quali servono? Come si possono eseguire? Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

Tutti i test, e non solo quelli effettuati per il coronavirus, hanno margini di errore. In una situazione come questa, in cui non abbiamo ancora piena contezza dell’evoluzione naturale della malattia, è chiaro che si va incontro a diversi problemi. All’inizio c’era un desiderio acuto di fare tutti il tampone, che è una fotografia, un’istantanea del fatto se si è contagiati o meno in quel momento. Adesso c’è la voglia di avere una “patente di immunità”, magari con un test rapido tramite prelievo di una goccia di sangue, ma è un test che presenta margini di errore molto elevati.

Intanto è partito il test sierologico a campione su 150mila volontari. Ma le adesioni scarseggiano…

Davanti a questa indagine c’è la paura che magari sia riscontrata una positività con conseguente quarantena. Probabilmente ci sono soggetti che non vogliono farsi scoprire, perché rischiano di essere bloccati nella loro operatività.

Gli asintomatici rappresentano ancora un rischio?

Sicuramente, perché con l’asintomatico è più facile entrare in contatto rispetto magari a una persona che vediamo tossire o starnutire. Ancora oggi, però, non c’è certezza su quanto gli asintomatici contribuiscano alla diffusione del virus.

Dopo un nuovo record di contagi in Corea del Sud è stato ripristinato il lockdown. Da noi arriverà la seconda ondata o con l’estate andrà meglio?

La seconda ondata è una possibilità concreta, a prescindere dalla stagione, che sia estate o inverno. Anche il virus H1N1 nel 2009 si è diffuso a luglio e agosto infischiandosene delle condizioni meteo ritenute meno favorevoli. Non è tanto il caldo o il freddo, ma è lo sbalzo termico che facilita la propagazione del virus. Rispetto al passato, però, quando le seconde ondate delle epidemie colpivano mentre la gente era più serena, oggi resta il timore di una seconda botta: quindi, dobbiamo attrezzarci per affrontare lo scenario peggiore così da poter governare quello che alla fine potrebbe diventare solo un rigurgito di piccoli focolai. Non dobbiamo farci sorprendere ancora da un virus che, per caratteristiche allora a noi sconosciute, è entrato di nascosto, mescolato con l’epidemia influenzale classica, nelle nostre case ben prima del 21 febbraio: in Lombardia risaliva come inizio di sintomatologia almeno al 26 gennaio e tra i donatori di sangue del Policlinico c’era già il 5% di positivi con anticorpi a inizio epidemia.

Ma il virus si sta indebolendo o no?

I clinici segnalano che assistono sempre meno pazienti e sempre meno casi gravi. A Brescia, poi, hanno isolato una variante del virus che sembra meno aggressiva. I virus sono come fotocopiatrici che si replicano all’impazzata e sono i parassiti peggiori del mondo, perché entrano nella cellula e la sfruttano a volte fino ad ucciderla. Ma se esagerano, come Ebola che uccideva il 70-80% degli infetti in poco tempo, perdono la capacità di replicarsi. Il Covid è più subdolo, convive bene e questo facilita la variabilità verso forme meno aggressive, ma più pervasive, garantendosi maggiori occasioni di trasmissione.

A fronte di questa variabilità, tre mesi di epidemia ci hanno insegnato qualcosa sulle terapie che possono contrastarlo?

Non esiste ancora una terapia risolutiva, ma gli intensivisti e i medici di famiglia hanno capito meglio come gestire i pazienti attraverso svariate terapie di sostegno che non fanno arrivare le persone di colpo alla fame d’aria con saturazione sotto l’80%. Diciamo che oggi disponiamo di una maggiore capacità di assistenza.

Il “come si riparte” stabilito dal governo non è troppo complicato? È la soluzione migliore?

La pletora di precauzioni non sarà rispettata tutta né da tutti. Sappiamo però che serve la maggior adesione possibile. Poi, chiaro, sarebbe meglio stare lontani più di 2 metri, ma non sempre si può fare. Servono consigli fattibili e mantenibili nel tempo.

C’è chi dice, per esempio, che basterebbe osservare le tre regole base: distanziamento, mascherina e igiene delle mani e che le sanificazioni ripetute, nei luoghi di vita abituali, sono inutili se non dannose: è così?

Si insiste molto sulla sanificazione, perché oggi può avere anche una giustificazione psicologica, può infondere tranquillità e sicurezza. Ma a lungo andare si possono ottenere esiti negativi, come l’insorgenza di varianti batteriche resistenti ai disinfettanti. Quanto alle regole base, anche portare la mascherina sotto il naso non serve a nulla.

Capitolo scuola: c’è chi vuole tornare in classe, ma il Comitato tecnico scientifico ha detto no. Le scuola riapriranno solo a settembre. È d’accordo?

La scuola è un problema. Nelle aule convivono bambini, soprattutto i più piccoli, difficili da controllare per evitare contatti molto ravvicinati, e personale scolastico, dagli insegnanti ai collaboratori scolastici, per lo più anziani. In più ci sono probabili rischi di assembramento quando gli alunni vengono accompagnati dai genitori a scuola. Gli orari scaglionati e una riorganizzazione in spazi più ampi possono essere una soluzione per la ripresa di settembre, anche se serviranno più risorse e più personale, e questo sarà un problema non da poco. Ma oggi le scuole è giusto tenerle ancora chiuse.

Il turismo è in ginocchio: serve davvero la patente di immunità? Il ministro Boccia dice che è anticostituzionale…

Ma la patente di immunità non è fattibile, perché i test hanno margini di errore, non basta un singolo esame.

Ryanair registra “un grande aumento” delle prenotazioni dei voli dal Regno Unito verso l’Italia nel mese di luglio. Giusto aprire ai turisti stranieri?

Considerando livelli di diffusione anche in altri paesi europei, c’è il rischio di avere casi positivi importati. Al di là del principio generale del distanziamento e dell’uso dei Dpi, vivremo questa estate una sperimentazione in vivo, dove dobbiamo accettare di correre un rischio sperabilmente basso, senza avere atteggiamenti ipocondriaci.

Per esempio?

Avere paura del denaro contante o lavare i tavolini del bar a ogni pie’ sospinto. Bisogna trovare comportamenti ragionevoli, che ci abituino al rischio. È il paradosso della prevenzione.

Che cosa significa?

Negli anni Sessanta siamo stati vaccinati contro la poliomielite e nel tempo questa campagna di prevenzione ha fatto sparire la paura della poliomielite. Se si pensa alla parola lockdown si ottiene lo stesso effetto.

Il campionato di calcio ripartirà il 20 giugno. È giusto? E come ripartirà?

A porte chiuse, perché gli spalti sono un luogo a fortissimo rischio e anche in futuro dovrà essere garantita una spaziatura adeguata dei tifosi. Quanto ai calciatori e allo staff delle squadre, fare tutti i giorni il tampone e indagini sierologiche continue. In caso, poi, di positività, si potevano prevedere degli isolamenti mirati.

Alla luce delle informazioni sul Covid fin qui raccolte e ripensando alla Fase 1, quali errori sarebbe meglio non ripetere?

Non sono stati errori, sono state decisioni che a posteriori – rispetto a ciò che realisticamente si poteva fare sulla base delle informazioni all’epoca e dovendo prendere decisioni istantanee alle prese con un’organizzazione complessa come il sistema sanitario che non si può muovere pigiando un pulsante – si possono giudicare non adeguate. La risposta, si pensi per esempio ai nuovi posti di terapia intensiva creati, è stata anche efficace, a volte turbolenta ed esponendo al rischio il personale sanitario.

Il virologo Robert Gallo teme che l’immunità del vaccino non sia duratura, come nel caso dell’Hiv, e non esclude che il virus si possa contrarre una seconda volta. Che ne pensa?

Sono informazioni che non conosciamo. Vaccini per l’Hiv o l’epatite C non ne abbiamo e non è automatico che possa esserne sviluppato uno efficace per il Covid-19. E non sappiamo se la memoria immunitaria sia di lunga durata: sono incognite a cui non c’è al momento risposta.

In vista del 3 giugno, dovesse scattare la riapertura simultanea per tutte le Regioni, c’è un consiglio fondamentale cui vale la pena attenersi?

Non abbassare la guardia, ma soprattutto adattarci con uno stile di vita più attento ad alcune precauzioni, introiettandole e mettendole in pratica automaticamente, ma senza esagerare: non possiamo stare a 4 metri uno dall’altro o non uscire più di casa.

(Marco Biscella)

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