RICHARD JEWELL/ Il meccanismo che fa funzionare il film di Clint Eastwood

- Roberto Bernocchi

Clint Eastwood dirige un altro film tratto da una storia vera, ma che funziona alla perfezione e riesce a coinvolgere lo spettatore

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Una scena del film

1996, Atlanta. L’America ospita le Olimpiadi estive. Richard Jewell, un trentenne di generose dimensioni che vive ancora con la madre, riesce a trovare un posto nel personale di sicurezza degli eventi a Centennial Park. Un incarico che lo avvicina al suo sogno di divenire parte delle forze dell’ordine americane. 

Il 27 luglio, durante un concerto, lo zelante Richard nota uno zaino abbandonato in mezzo al pubblico, accalcato per l’evento. Dopo aver lanciato l’allarme ed evitato un bilancio di morti ben più grave, viene celebrato dalla stampa come l’eroe del giorno. Ma, poco dopo, le indagini portano il sospetto su di lui, trasformandolo in un mostro da prima pagina.

Cosa c’è di nuovo in questo ultimo film di Clint Eastwood? Poco. La trama, tratta da una storia vera, ci racconta uno dei tanti episodi di cronaca americana. Uno squilibrato, un atto violento, qualche morto, un eroe e un colpevole. Tutto attorno, a creare la ripetitiva cornice del film, le discutibili forze dell’ordine e la famigerata stampa d’assalto. Grovigli di microfoni, giornalismo senza scrupoli, mostri da prima pagina, vite spezzate e spudorate menzogne.

Eppure Eastwood ci regala un altro film straordinario, che gira che è una magia. Funziona la trama, vera e verosimile, appassionante ed equilibrata. L’attesa dell’evento, la tensione dell’inevitabile e la battaglia di giustizia, sofferta e disturbante.

A dominare la scena, il paffuto e più che azzeccato personaggio di Richard Jewell, interpretato da Paul Walter Hauser. Una pancia immensa, due guance tonde e rosse come quelle di un bambino. La genuinità e il candore di un innocente, nella storia di un condannato alla morte da mass media. 

Eastwood lo tratteggia con la sensibilità di un mirabile investigatore dell’anima, pennellando con realismo fotografico le sue piccole paure, le sue grandi fissazioni, il suo sconvolgente senso della legge.

Una personalità semplice, essenziale, monotona, avvolta dalla rassicurante presenza della morbida madre. Un uomo rimasto bambino, alla ricerca dell’età adulta, dell’occasione di vita vera, del riscatto di un’esistenza ingiusta, incolore e irriconoscente. Un uomo di legge che la legge vorrebbe esserla. Un uomo di cuore con l’immenso desiderio di proteggere gli altri. Un uomo solo, con la vita  immaginata nella sua testa.

Il terribile delitto mediatico, commesso ai danni del suo futuro, del suo riscatto, della sua felicità, arma l’indignazione dello spettatore che vorrebbe radere al suolo la lunga processione dei megafoni del finto. Per difendere l’indifeso. Attaccando l’indifendibile. Una battaglia impropria, insana, ingiusta, tra il piccolo grande pollo quotidiano e due dei più grandi poteri al mondo: il Governo degli Stati Uniti e i media. 

Colpi bassi, truci malvagità, subdoli trucchi, meschino doverismo politico, in guerra contro l’onesto cittadino. Lo stereotipo dell’aspirante antieroe in cerca di visibilità e in fuga dalla solitudine offusca la copertina dei buoni gesti cittadini. C’è una bomba a Centennial Park. E non può che averla messa lui, perché la storia funziona dannatamente bene. Piace, vende, aggancia, fa numeri.

In questo serrato film, accanto allo sconosciuto Paul Walter Hauser, si muove molto bene il suo avvocato, Sam Rockwell, che con la sua sgradevole e spocchiosa faccia da schiaffi non può che scolpire, di volta in volta, personaggi nella lunga memoria cinematografica. E con lui la divina Kathy Bates, ingiustamente dimenticata nella raccolta di figurine delle grandi attrici del grande pubblico ma premiata con meritata candidatura agli Oscar di quest’anno.

Gran bel film, Richard Jewell, senza nemmeno un gran motivo. O forse solo per il motivo più semplice dei motivi: la capacità di raccontare una storia, distribuendo emozioni, pungenti e profonde.

The Mule, l’anno scorso, ci ha fatto ridere, e piangere. Richard Jewell, oggi, ci fa ridere e indignare. Eastwood, 90 anni a maggio, non si ferma. Corre, come un treno. Mentre il tempo corre, come un treno. E noi preghiamo tutti insieme che continui a farlo, per il bene del cinema e delle nostre passioni in grande formato.

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