RIFORMA AMMORTIZZATORI SOCIALI/ Orlando e la sponda dei sindacati contro il Mef

- Giuliano Cazzola

Il ministro Orlando ha presentato la riforma degli ammortizzatori sociali ai sindacati. Troverà probabilmente alleati per convincere il Mef

andrea orlando
Andrea Orlando (Lapresse)

Si è concluso l’incontro in videoconferenza del ministro Andrea Orlando con le parti sociali nel corso del quale si è compiuto un primo esame sul documento in cui sono tracciate le linee generali della riforma degli ammortizzatori sociali. Le indiscrezioni trapelate alla fine dell’incontro sono state ispirate alla prudenza in attesa di un maggior approfondimento delle soluzioni concrete che saranno adottate, a questo punto se sarà possibile, nella Legge di bilancio. I sindacalisti, tuttavia, hanno capito che il loro interesse è quello di difendere le posizioni di Orlando (in gran parte ereditate da Nunzia Catalfo), che non sono condivise – a stare a quanto ha scritto Giorgio Pogliotti su Il Sole 24 Ore – dal Mef a causa dei costi eccessivi che le misure proposte comportano. In particolare – secondo Pogliotti -, il progetto si è arenato proprio sull’estensione alle micro imprese della copertura degli ammortizzatori sociali; che è poi la conseguenza operativa di quella “universalità” delle tutele che è stata sbandierata in ogni dove. 

Le stime dei tecnici ipotizzano costi per 6-7 miliardi, che salirebbero a 8 considerando anche gli interventi sull’indennità di disoccupazione, a fronte di coperture al momento assicurate solo per 1,5 miliardi dalla sospensione del cashback. La partita per individuare le risorse si sposta, dunque, in sede di Legge di bilancio. Il ministro Orlando è tuttavia convinto che, l’accennata “condivisione” delle parti sociali, gli consentirebbe maggiori possibilità di reperire le coperture necessarie alla riforma nella manovra economica. 

Le maggiori riserve – a quanto si è appreso – sarebbero state espresse soprattutto dai rappresentanti delle micro imprese e di quei settori del terziario che finora in caso di emergenza hanno potuto contare sulle coperture assicurate dalla fiscalità generale con la cassa in deroga (che il ministro intende abrogare) e che con la riforma saranno chiamate gradualmente ad autofinanziarsi gli ammortizzatori (peraltro con un insidioso allargamento delle causalità in aggiunta a quelle ordinarie). 

A questo proposito, per addolcire la pillola, è intenzione del ministro Orlando di mettere a carico del bilancio dello Stato il finanziamento dei primi due anni al costo di oltre un miliardo l’anno. Al momento, però, le valutazioni possibili restano nell’ambito delle linee programmatiche indicate nelle 6 pagine del documento che le parti hanno potuto esaminare preventivamente. Com’è stato evidente nel corso della crisi da Covid-19, il sistema di protezione sociale si è rivelato inadeguato e si è reso necessario il ricorso a interventi di emergenza. Tutto ciò ha messo in luce l’esigenza di un rafforzamento delle tutele nei settori in cui non erano previsti in modo adeguato. Ma dalla lettura del documento emerge un dubbio: si corre il rischio di rendere strutturale e permanente quanto è servito in una situazione di emergenza. In sostanza la c.d. copertura universale sostituisce la flessibilità della Cig in deroga, il cui impiego è stato di grande utilità sia nella crisi del 2008-2009, sia nei mesi devastati dal covid-19 e dalle misure di contenimento (6,4 milioni sono i lavoratori che hanno usufruito dei diversi tipi di Cig). 

Inoltre – anche se l’istituto viene confermato nel documento -, l’estensione dell’intervento pubblico scoraggia la costituzione dei fondi di solidarietà bilaterali, il cui ruolo era stato immaginato nelle precedenti riforme del mercato del lavoro, in particolare nel Jobs act, proprio per dare una copertura ai settori sprovvisti di tutela. Inoltre, vi sono i sintomi di un’invasione di campo da parte degli ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro rispetto a quelli che intervengono dopo la sua cessazione. A segnalare questo straripamento sono le due nuove causali: prospettata cessazione dell’attività e liquidazione giudiziaria. Mentre le causali classiche (riorganizzazione, ristrutturazione, riconversione dell’azienda) presuppongono un’impresa che avvia processi di cambiamento e risanamento, alla fine dei quali essa rimane sul mercato con la medesima identità (e quindi si giustifica la continuità del rapporto di lavoro attraverso la Cigs per quei dipendenti che non dovessero finire in esubero), nelle due nuove causali si ha a che fare con una fase di transito verso la cessazione dell’attività, che pure sta nella prospettiva accertata comunemente. Del resto il trattamento di cassa integrazione straordinaria che può essere chiesta anche per processi di transizione da parte di Pmi con meno di 15 dipendenti. 

Che questo sia l’impianto della riforma (tenere, il più a lungo possibile, i lavoratori legati all’azienda accompagnandola in costanza di rapporto fino alla certificazione del suo decesso) lo si comprende osservando quanto è contenuto nel paragrafo “Il connubio tra ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro”. In sostanza, la prospettiva sarebbe quella di avviare i processi di riconversione e formazione professionale prima di risolvere i rapporti di lavoro al riparo della Cig per prospettata cessazione dell’attività e avvalendosi del programma GOL (Garanzia occupabilità nel lavoro). Sono poi previsti rafforzamenti delle tutele della disoccupazione (Naspi e Dis-Col) agendo sui meccanismi interni (rallentamento del decalage, riduzione della contribuzione necessaria per l’accesso, ecc.). 

Per quanto riguarda il lavoro autonomo, oltre ad applicare il programma GOL alle partite Iva che vi rinunciano, il documento punta potenziare l’istituto dell’equo compenso. 

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