RIFORMA GIUSTIZIA/ Da Tortora a Draghi, la resistenza contro i nipotini di Breznev

- Gianluigi Da Rold

Sembra ormai vicino il voto decisivo sulla riforma della giustizia targata Cartabia. Si tratterà dell’inizio e non della fine di un percorso non semplice

paolo ferrua
Marta Cartabia, Ministro della Giustizia (LaPresse, 2021)

Si diceva nei giorni scorsi che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, avrebbe agitato la “fiducia” sulla cosiddetta riforma Cartabia della giustizia. Secondo il suo stile diventato ormai inconfondibile, ha aspettato qualche giorno, prima ascoltando le dichiarazioni del leader in fieri del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che promettevano delle precisazioni e delle correzioni, sottolineando che il suo Movimento non avrebbe mai rinunciato alla “conquiste” ottenute dai suoi governi. Era un Conte dalla voce sempre affettata, ma più decisa del solito.

Il giorno dopo Conte incontrava direttamente Draghi e alla fine appariva più sciolto, dichiarando sostanzialmente che c’era stato un colloquio franco e cordiale, nel rispetto di reciproche posizioni. Ma il viso era meno duro e determinato e le frasi piuttosto concilianti. In sostanza, qualcuno osservava che non aveva detto nulla di ultimativo sul problema della giustizia.

Niente paura, Conte si è fatto una falsa fama di mediatore (forse pensa in cuor suo di arrivare a essere un Talleyrand o un Kissinger), ma in realtà è un “uomo per tutte le stagioni” che va dove il vento tira.

Il giorno successivo Conte rispolverava un po’ di aplomb più aggressivo. E il giorno dopo i grillini presentavano un migliaio di emendamenti, con il chiaro obiettivo di snaturare il provvedimento sulla giustizia che l’Europa ci richiede e che il guardasigilli Cartabia con grande sincerità ha definito una mediazione utile nell’attuale momento.

A questo punto Draghi è ricorso non alla “agitazione”, ma al suo consueto modo di essere statista e capo di un governo piuttosto confuso. Dopo aver lasciato parlare un po’ tutti, ha preso subito la decisione di porre la fiducia al provvedimento di Cartabia. La votazione dovrebbe svolgersi il 30 luglio, un po’ in ritardo, ma in fondo secondo costume italiano.

È bene premettere una considerazione a tutto quello che sta accadendo nel campo della giustizia. Siamo solo all’inizio di una battaglia che sarà lunghissima, che durerà nel tempo e alla fine potrebbe segnare una svolta importante nella democrazia italiana, con una coda di referendum che costituiscono una battaglia di 40 anni di storia, in un Paese a profonda vocazione inquisitoria, in testa alla classifica dei misteri aggrovigliati con sentenze che lasciano sempre interrogativi irrisolti, con una pletora di condanne da parte della Corte di giustizia europea dei diritti dell’uomo, con la prerogativa di essere l’unico Paese democratico occidentale dove non esiste la separazione delle carriere tra difesa e accusa, dove la presunzione di innocenza viene quasi demonizzata da autorevoli Pubblici ministeri, dove l’invasione della politica da parte delle Procure è diventata, secondo i migliori giuristi italiani, del tutto intollerabile.

L’incredibile che è successo in questi anni, dove la magistratura sembrava la “mamma” della seconda repubblica, purificata dalla corruzione endemica dei partiti (solo quelli democratici naturalmente), ha perso tre quarti della sua credibilità per dichiarazioni di alcuni magistrati e per un libro che l’abile Avvocatura dello Stato ha messo, più o meno “all’indice” chiedendo un milione di risarcimento agli autori di questo volume, che avrebbe screditato la magistratura e il Paese. Ma nello stesso tempo guardandosi bene dal promuovere una grande inchiesta che in qualsiasi Paese democratico sarebbe scattata quasi automaticamente. 

La realtà è più dura dei sassi e lo screditamento della magistratura italiana è un fatto consolidato in tutto il mondo, al punto che la stessa Unione Europea per fornire degli aiuti ha richiesto come premessa una parziale (momentaneamente) riforma.

Attenzione, in una sua dichiarazione alla Camera, Cartabia non ha solo difeso decisamente la sua “mediazione”, ma ha pure messo sul tappeto alcuni problemi che si sono verificati in questi anni, il selvaggio pestaggio avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere verrà indagato attentamente e occorrerà ricordare che cosa avvenne nell’aprile del 2020 e che cosa seppero di quegli avvenimenti il presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia, l’oggi furibondo Alfonso Bonafede, e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Per carità, nessuna revanche da parte del ministro Cartabia, ma un rapporto sulla conoscenza di quei fatti ci dovrebbe essere da parte di questi ministri.

Chissà se per controbilanciare ricordi e discredito sono stati chiamati a deporre in Parlamento magistrati come Nicola Gratteri e Federico Cafiero De Raho che si sono schierati subito contro la mediazione di Marta Cartabia, prendendo una posizione politica di contestazione, come del resto hanno fatto l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura (redarguito da Mattarella), che forse ricordano poco la lezione di un uomo come Giovanni Falcone, sempre celebrato, da morto, ma poco studiato soprattutto sulle associazioni dei magistrati, sulla separazione delle carriere e sul garantismo che lui chiamava “anticamera del khomeinismo”.

In tutti i casi, sembra che con l’atteggiamento deciso di Draghi, le scontate risposte di varie parti della magistratura e l’escandescenza di Bonafade e di molti grillini, si sia entrati nella fase decisiva della riforma della giustizia italiana. Dicevamo anche che sarà un processo lunghissimo che riguarderà non solo la giurisprudenza, ma anche la cultura di questo Paese che coltiva con passione una controstoria che ha passaggi decisivi, proprio sulla giustizia penale, sul codice Rocco, sul ministro fascista Dino Grandi, sul breznevismo sbarcato attraverso la presenza massiccia del Pci in Italia e il ruolo che si è assunto la magistratura nel periodo di Tangentopoli con l’insediamento di autentici clan mediatico-giudiziari che hanno servito gli interessi di grandi gruppi finanziari e industriali. Difficile superare tutto questo, anche da un punto di vista culturale come si diceva.

La prova generale fu probabilmente il caso di Enzo Tortora. Il sottoscritto lo intervistò una volta nella sua casa di Milano in via Piatti, una traversa di via Torino, e si sentì dal celebre presentatore, già provato dalla prigione questa frase: “La più grande riforma che si deve fare sulla giustizia è quella di eliminare i serial di Perry Mason in Tv, perché gli italiani pensano che i processi in Italia avvengano in questo modo”.

A questo punto si può affermare che la battaglia di Draghi e della Cartabia sia un confronto durissimo esploso in questo periodo, ma è anche una scelta culturale tra i lasciti della linea Breznev e una società liberale democratica o socialdemocratica. Incredibili che i nipotini di Breznev e simili si annidino tra i 5 Stelle e mettano solo in imbarazzo il Partito democratico.

Intanto però le battaglie cosiddette giustizialiste sembrano sempre più un ricordo. Una ministra dei 5 Stelle ha promesso che il Movimento potrebbe votare la fiducia e poi ritirasi dal Governo. Può darsi. Anche se pare difficile che Di Maio possa votare per abbandonare la Farnesina e Fico, in uno slancio di generosità, offra le sue dimissioni da presidente della Camera dei deputati. Guardiamo con pazienza, scontando la controstoria italiana dilagata in questi anni.

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