RIFORMA PENSIONI 2023/ Gli effetti sulla previdenza complementare

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, gli effetti delle misure contenute nella Legge di bilancio 2023, come Quota 103, sulla previdenza complementare

baby squillo (Pixabay)

GLI EFFETTI SULLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

In un articolo pubblicato su Milano Finanza ci si chiede quali siano i riflessi sulla previdenza complementare delle misure di riforma delle pensioni introdotte nella Legge di bilancio. “In base ai chiarimenti forniti dalla Covip in materia non è ammissibile l’adesione dei pensionati di vecchiaia mentre è possibile l’iscrizione dei pensionati di anzianità cui manchi almeno un anno al raggiungimento dell’età pensionabile prevista nel regime obbligatorio di appartenenza per il conseguimento del trattamento di vecchiaia. Si ritiene allora che possano aderire a un fondo pensione/pip i pensionati con Quota 103 e Opzione donna purché appunto distino non meno di un anno dall’età pensionabile di vecchiaia (per quest’anno i requisiti per tale canale sono 67 anni di età e 20 anni di contributi)”, si legge sul quotidiano economico. Intanto, come riporta corriereromagna.com, alla Camera è stato approvato un ordine del giorno di Jacopo Morrone che impegna il Governo a ridurre al 5% la tassazione per le pensioni degli ex frontalieri nella Repubblica di San Marino.

PENSIONI MILITARI, LO SCONTRO TRA BOERI E L’ESERCITO

Non si riduce lo scontro a distanza iniziato domenica scorsa tra l’ex Presidente Inps, l’economista Tito Boeri, e l’Esercito italiano sul tema delle pensioni cosiddette “d’oro” di ufficiali e altolocati. Mentre si attende una strutturazione più complessiva della prossima riforma pensioni, la polemica sui militari “accende” i rapporti tra il mondo dell’economia e le forze legate al Ministero della Difesa. Nasce tutto dalla critica fatta in tv da Fabio Fazio dell’ex Inps Boeri, «Non molto tempo fa ho visto la composizione della spesa per l’esercito italiano: 6 euro su 10 vanno per salari e pensioni. Credo non ci sia nessun altro esercito al mondo in cui si spende tanto come in Italia solo per i salari. Abbiamo più marescialli e ufficiali che soldati semplici. Quando vanno in pensione militari che per fortuna non hanno mai combattuto una guerra, alla fine si ritrovano pensioni molto più ricche della media».

Discutendo delle spese militari tra le forze Nato, all’esercito non è certo piaciuto l’affondo di Boeri tanto che hanno replicato in primis dall’Aspmi (Associazione tra professionisti militari): «Ci risulta che in Germania gli stipendi base dei militari si aggirino tra i 1.600€ e i 2.500€. Molto simili le cifre in Belgio, massimo 2.200€ circa in Francia. In Inghilterra si parte da circa 2.000€ al mese. Paesi più simili all’Italia, come la Spagna (e anche l’Olanda) hanno standard che si aggirano tra i 1.300€ e i 1.500€ mensili. (…). Non sappiamo a quali dati il dott. Boeri si riferisca, ma di certo non sono i numeri reali dell’Esercito». L’economista però controreplica citando dei numeri sui social: «Mi si accusa di avere fatto dichiarazioni disgustose in tv sui militari italiani. Mi sono limitato a fornire dati che nessuno sin qui ha neanche provato a contestare. Primo, 6 euro su 10 spesi per l’esercito vanno al personale (salari e pensioni). Altrove siamo tra il 30 e 40%. Secondo: ci sono più marescialli e ufficiali che soldati semplici in Italia. I dati del Ministero della Difesa ci dicono che ci sono 63.500 marescialli e ufficiali contro 26.000 militari di truppa”. Poi ha ribadito che in base alle stime dell’Inps “i militari per anni hanno ricevuto pensioni che valevano quasi il doppio rispetto a quanto avrebbero maturato sulla base dei contributi versati. Più di ogni altra categoria a parte i politici». L’impressione è che la polemica sia destinata a proseguire, con la richiesta di riforma pensioni anche sul fronte Esercito… (agg. di Niccolò Magnani)

IL RISCHIO PER GLI ASSEGNI DI INVALIDITÀ

Come riporta livornopress.it, in commissione Lavoro della Camera è stata discussa un’interrogazione parlamentare presentata da Chiara Tenerini, secondo cui “gli aumenti pensionistici del 7,3% in vigore dal 2023, rischiano di far perdere il diritto alla pensione di invalidità ad una parte di cittadini fragili, invalidi anche al 100%”. Questo perché, sottolinea la deputata di Forza Italia, tale aumento “non è stato bilanciato da un pari incremento del livello di reddito oltre il quale si perde il diritto alla pensione di invalidità” e “ciò ha fatto si che a fronte di un aumento sulla pensione da lavoro di alcune centinaia di euro alcuni cittadini perderanno il diritto al sussidio di invalidità, di entità maggiore”. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, a nome del Governo, “si è impegnato a prestare alla questione la massima attenzione ed a sottoporla al tavolo tecnico sulle pensioni attualmente in corso”.

LE PAROLE DI BERTIN E DI GREGORIO

Secondo il Presidente dell’Ascom Confcommercio di Padova Patrizio Bertin, ci sarebbe bisogno di una riforma delle pensioni complessiva “perché sono circa trent’anni che ogni anno si cambia qualcosa senza incidere sulla sostanza del problema e poi servono più certezze perché la gente ha tutto il diritto di programmarsi la vita e quindi di sapere con esattezza quando e come potrà andare in pensione”. Bertin, come riporta padovanews.it, ritiene anche che “un sistema sostenibile è alla base di tutto e questo significa che il sistema contributivo deve diventare reale per tutti”. Intanto, come riporta veronaeconomia.it, Elena di Gregorio, confermata Segreteria generale dello Spi-Cgil del Veneto, evidenzia che il blocco parziale delle rivalutazioni varato dal Governo “è un furto avvenuto nel più generale silenzio, come se fosse normale decurtare le pensioni, come se non fossero il frutto di contributo versati regolarmente durante una lunga vita lavorativa”.

RIFORMA PENSIONI, LA NOVITÀ PER I DIPENDENTI PUBBLICI

C’è un importante novità per i dipendenti pubblici. Come ricorda Avvenire, infatti, da oggi è in vigore “un intervento dell’Inps che supera i ritardi insostenibili nel pagamento del trattamento di fine servizio, che viene differito per legge di diversi mesi secondo la condizione del pensionato. Il ritardo varia da un minimo di 105 giorni in caso di cessazione dal servizio per inabilità o per decesso, fino a 12 mesi per limiti di età e a 24 mesi in caso di dimissioni. Occorre poi aggiungere un minimo di 90 giorni necessari all’Inps per il collegamento con l’amministrazione statale datrice di lavoro e depositaria dei dati di calcolo. Per le pensioni anticipate (come Quota 100) il Tfs decorre dalla data teorica della pensione ordinaria, e non da quella di effettivo collocamento a riposo”.

L’ANTICIPO A TASSO AGEVOLATO

Fino a ieri, era possibile richiedere un anticipo bancario, presso gli istituti convenzionati, “con i suoi oneri di mercato. L’Inps offre ora l’anticipazione ordinaria dell’intero o di parte del trattamento di fine servizio con un finanziamento al tasso dell’1%” (più una ritenuta dello 0,5% a titolo di spese di amministrazione). Possono richiedere l’anticipo “i dipendenti iscritti alla ‘Gestione unitaria delle prestazioni creditizie’ cessati dal servizio e con diritto al trattamento nell’importo disponibile. La domanda deve essere presentata, a pena di inammissibilità, esclusivamente online sul sito dell’Inps. Il vantaggio dell’iniziativa dell’Istituto si estende a tutte le forme di pensionamento, comprese le uscite con Quota 100, Quota 102 e ora Quota 103, oltre all’anticipo per i ‘precoci’ e alle pensioni di ‘opzione donna’ finora escluse dall’anticipo delle banche”.

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