RIFORMA PENSIONI/ Il paradosso italiano delle regole che colpisce i lavoratori deboli

- Giuliano Cazzola

L’Ocse ha diffuso il rapporto Pensions at a glance, dove viene a galla il paradosso italiano relativo alle regole previdenziali

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Lapresse

RIFORMA DELLE PENSIONI. Se noi italiani, quando si affronta il tema della riforma pensioni, fossimo un po’ più seri e intellettualmente onesti, quest’anno il rapporto “Pensions at a glance” dell’Ocse avremmo potuto scriverlo da soli, perché siamo ben consapevoli dei problemi – aggravati – del sistema previdenziale, solo che non siamo in grado di risolverli, perché non vogliamo farlo. 

Ricapitoliamo insieme le osservazioni dell’Organizzazione dei Paesi più sviluppati. Innanzitutto la nostra spesa pensionistica (il 15,4% sul Pil) è una delle più alte dell’Ue. Qualche bello spirito sostiene che questo dato è sopravvalutato perché incorpora anche l’assistenza. Ma questa teoria, tanto diffusa in Italia, non è ritenuta valida in Europa perché nessun Paese è autorizzato a farsi le statistiche per conto suo, ma secondo i criteri decisi insieme nell’ambito di Eurostat. Poi è troppo ovvia l’obiezione: la spesa pensionistica è quella che è, ancorché sia finanziata in parte dai contributi e in parte dai trasferimenti del bilancio dello Stato, con risorse tratte dalla fiscalità generale, che non possono essere sterilizzate per imbrogliare i conti. 

L’altra osservazione riguarda il paradosso italiano: abbiamo le regole più severe sull’età pensionabile, ma l’età effettiva media alla decorrenza del pensionamento non arriva a 62 (61,8) anni. E a questo punto l’Ocse si smarrisce nel descrivere le uscite di sicurezza che trasformano il sistema in un colabrodo (pensione anticipata ordinaria, Opzione donna, quarantunisti/precoci, quotacentisti, usurati e disagiati, Ape sociale). A leggere il documento si ha però l’impressione che l’Ocse non comprenda del tutto l’incidenza che ha il pacchetto dell’anticipo nel sistema pensionistico italiano. Tutti i Paesi prevedono nei loro ordinamenti dei percorsi di anticipo, solitamente disincentivati economici. Noi siamo “più uguali degli altri”, in quanto i pensionati che hanno anticipato il pensionamento sono 6,5 milioni contro 4,2 milioni che percepiscono il trattamento di vecchiaia, che è considerato nell’Ue la “normalità”. In sostanza siamo coloro che ostentano regole più severe (di cui sono costretti ad avvalersi i settori deboli del mercato del lavoro e soprattutto le donne), mentre quella che altrove è l’eccezione da noi è divenuta di fatto la regola prevalente. 

L’Italia, poi, – sottolinea il rapporto 2021 – figura anche tra i sette Paesi dell’Ocse che collegano l’età pensionabile prevista per legge alla speranza di vita, al duplice scopo di salvaguardare i conti pubblici e di evitare che le persone vadano in pensione troppo presto con pensioni troppo basse; ciò attraverso la promozione con politiche adeguate dell’occupazione in età più avanzata. In Italia, il requisito della futura età pensionabile “normale” è tra i più elevati con 71 anni di età, come la Danimarca (74 anni), l’Estonia (71 anni) e i Paesi Bassi (71 anni), contro una media Ocse di 66 anni per la generazione che accede adesso al mercato del lavoro. In Italia e in questi altri Paesi, tutti i miglioramenti dell’aspettativa di vita vengono automaticamente integrati all’età pensionabile. Che bravi! Siamo stati i primi a varare, già nel 2010, una norma siffatta, una sorta di “stabilizzator” automatico dell’età pensionabile in relazione all’incremento dell’aspettativa di vita. Il fatto è che questo virtuoso meccanismo di fatto è sospeso: il requisito contributivo del trattamento anticipato è bloccato a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le lavoratrici) fino a tutto il 2026, mentre l’età pensionabile di vecchiaia resterà fissa a 67 anni fino a tutto il 2024. 

Poi con tono un po’ sconsolato il rapporto ricorda quanto è avvenuto negli ultimi anni di follia. “Quota 100 ha permesso di andare in pensione a 62 anni, vale a dire in anticipo di cinque anni rispetto all’età pensionabile prevista dalla legge (si noti che secondo l’Ocse sarebbe questa la ‘normalità’ mentre da noi è l’anticipo, ndr) avendo versato 38 anni di contributi, senza adeguare completamente le prestazioni in modo attuariale. In base dell’accordo dell’ottobre 2021 con le parti sociali (che in realtà non c’è stato e al suo posto è venuto persino lo sciopero generale, ndr), questa opzione di pensionamento anticipato dovrebbe essere prolungata per il 2022, elevando tuttavia il requisito dell’età a 64 anni (Quota 102)”. L’uso del condizionale è significativo. 

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