CHIESE DI ROMA/ Santa Cecilia in Trastevere, tra riti antichi e tesori nascosti

- Alessandra Buzzetti

Il 21 gennaio papa Benedetto benedirà due agnellini, un rito che si ripete da secoli. Provengono dalla chiesa di Santa Cecilia, una meraviglia semi-dimenticata nel cuore di Trastevere. ALESSANDRA BUZZETTI ha incontrato le suore che custodiscono la chiesa, col Giudizio universale di Pietro Cavallini.

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Il Giudizio universale di Pietro Cavallini a S. Cecilia

Belano, tutti infiocchettati, nel Palazzo apostolico in attesa di Benedetto XVI, novello san Francesco: sono i due agnellini, che, come ogni 21 gennaio, festa di sant’Agnese, si guadagnano la benedizione pontificia. La loro lana servirà a confezionare i pallii, che il Papa consegna ai nuovi arcivescovi ogni 29 giugno: stole di lana bianca, con sei croci di seta nera, insegna liturgica di onore e giurisdizione, simbolo del particolare legame che unisce gli arcivescovi metropoliti al Successore di Pietro.

Una tradizione che affonda le sue radici tra il III e il IV secolo, nel martirio di Agnese, ragazzina romana, uccisa a soli 12 anni per non aver voluto rinnegare Gesù, con un colpo di spada alla gola. Come un agnellino. La storia di Agnese, vittima delle persecuzioni di Diocleziano, si incrocia, ogni 21 gennaio, con quella di un’altra amatissima martire romana dei primi secoli: santa Cecilia.

Ricevuta la benedizione papale, i due agnellini, sistemati in cestini decorati di nastri e rose rossi e bianchi – simbolo del martirio e della verginità – sono presi in consegna dalle monache benedettine che custodiscono la Basilica di santa Cecilia, nel cuore si Trastevere. A loro il compito di allevarli fino a Pasqua, tosare la lana e, infine, tessere i pallii, con i vecchi telai, con cui le suore continuano l’antica arte della tessitura.

L’ora et labora mattutino delle 30 monache che oggi abitano il monastero è spesso interrotto dal campanello, suonato dai pochi pellegrini, che sanno che queste mura custodiscono anche un prezioso tesoro dell’arte medioevale: l’affresco del Giudizio universale di Pietro Cavallini.

Apre il portone di legno suor Cecilia, donna d’altri tempi e di poche parole, nonostante vesta, spesso, i panni della guida turistica. Inutile farle troppe domande, nell’ascensore che porta al primo piano del convento. Pochi passi ancora e si arriva nel coro delle monache. Lo spettacolo è incredibile e davvero singolare.

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In pochi altri luoghi è possibile ammirare un affresco di queste dimensioni, a un metro di distanza. Dipinto sulla controfacciata della Chiesa, l’originario ciclo pittorico era ben più ampio di quello oggi visibile, realizzato dal Cavallini alla fine del ’200 e riscoperto, in parte, solo all’inizio del secolo scorso.

 

Suor Cecilia sposa la versione più popolare, che racconta di come, un giorno, ai primi del ’900 la Badessa avesse visto comparire il volto della Madonna, dietro a un’asse che si era staccata dalla copertura in legno delle pareti del coro. Superata la sorpresa e chiamati gli esperti, è così tornato alla luce il Giudizio universale di Pietro Cavallini, famoso artista e mosaicista della Roma del XIII secolo, dal talento del calibro di Giotto e Cimabue.

 

Della più importante e matura opera di Cavallini, si è conservata la fascia centrale: Gesù redentore circondato da una corona di angeli, alla sua destra Maria, alla sinistra Giovanni Battista, ai lati i due gruppi di apostoli, seduti su scanni. A colpire è l’uso sapiente del colore che costruisce le forme e dà espressività e intensità ai volti e agli sguardi: siamo di fronte a uno dei uno dei primi esempi di pittura occidentale, rispettosa di quella bizantina per quanto riguarda l’impianto iconografico, ma più attenta all’uomo e alla sua diversità. Non più volti icastici, al di là del tempo e dello spazio, ma figure molto umane, con visione prospettica, e il carattere ben espresso dai tratti del volto. I rossi e gli azzurri degli sfondi si alternano con le sfumature che addolciscono l’insieme, creando le basi della futura arte europea.

 

La parte inferiore del Giudizio universale è tagliata a metà dal pavimento del coro, ma ancora ben visibili sono gli angeli che con la tromba chiamano a raccolta i beati e i dannati, mentre al centro spicca la croce con i simboli della passione di Cristo. Data la vastitità dell’opera originaria, Cavallini ha diretto i lavori, ma non dipinto tutto di sua mano. L’aiuto dei suoi collaboratori è evidente nelle due altre scene rimaste: l’annunciazione e il Sogno di Giacobbe.

 

«Il Giudizio universale è stato dipinto sulla controfacciata, perché così quando i fedeli uscivano dalla chiesa si ricordavano di come sarebbero andate a finire le cose», spiega con grande semplicità suor Cecilia.

 

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«Nel Medioevo, poi, il popolo era ignorante, per questo il Cavallini ha dipinto, tutto intorno, scene dal Nuovo e dall’Antico Testamento. Per far conoscere alla gente il Vangelo». Dalle grate delle monache, ben visibile l’opera di un altro artista di talento al lavoro, col Cavallini, nel cantiere di santa Cecilia: è il ciborio di Arnolfo di Cambio, scultore fiorentino. Ai quattro angoli, le statue dei protagonisti della storia che questa Basilica tramanda: santa Cecilia, suo marito Valeriano, il cognato Tiburzio e papa Pasquale I.

 

Unica cristiana nella sua nobile famiglia romana del III secolo, Cecilia convertì prima il marito, Valeriano, vivendo la verginità nel matrimonio e aprendo la loro casa all’accoglienza dei più poveri, e poi il cognato Tiburzio. Arrestati tutti insieme dal Prefetto di Roma Turcio Almachio, gran persecutore di cristiani, Valeriano e Tiburzio furono subito decapitati, mentre Cecilia fu condannata prima al soffocamento e poi, essendo rimasta miracolosamente illesa, alla decapitazione nella sua stessa casa.

 

Tre colpi di spada non bastarono ad ucciderla. Cecilia sopravvisse tre giorni, fece in tempo a rivedere l’amico Urbano I – il Papa regnante – a nominarlo erede di tutti i suoi beni e a domandargli che la sua casa fosse trasformata in una chiesa. Papa Urbano obbedì, la casa di Cecilia divenne non solo un luogo di culto, ma anche un monastero.

 

Fu un altro Papa, Pasquale I, a ritrovare il corpo di Cecilia nelle catacombe di san Callisto, nell’821, a riportarla “a casa” e a consacrare una nuova chiesa a lei intitolata. Sette secoli dopo, santa Cecilia tornò, di nuovo, a dominare la cronaca romana: quando, il 20 ottobre del 1599, un cardinale fece riaprire la tomba – posta allora, come oggi, nella cripta della Basilica – e il corpo di Cecilia riapparve intatto: il volto rivolto a terra, i capelli sciolti, sul collo il segno delle ferite.

 

Un’immagine che colpì profondamente il cardinale, che chiese a un giovanissimo e ancora sconosciuto scultore svizzero di rappresentarla in pietra: è la statua in marmo bianco oggi posta sotto l’altare della Basilica di Santa Cecilia, realizzata da Stefano Maderno. Un recente restauro dell’opera ha svelato anche il volto di santa Cecilia, scolpito con tratti molto delicati dal Maderno, poco visibile per la posizione della testa, girata verso terra.

 

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La facciata di santa Cecilia in Trastevere

(le foto sono una cortesia delle suore del monastero)

 

Benedetto XVI benedice gli agnelli nella cerimonia del 21 gennaio

 

Una monaca di santa Cecilia cuce il pallio da donare al Papa

L’affresco del giudizio universale di Pietro Cavallini

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