AS ROMA/ Franchi: meglio Di Benedetto del “pasticcio alla romana”, ma niente americanate…

- Paolo Franchi

Chi arriva ad acquistare la Roma, afferma PAOLO FRANCHI, deve pensare in grande affidandosi sulla nostra appassionata tribù e sul mondo intero, che a Roma vede il Papa, ma anche Totti

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DiBenedetto futuro patron della Roma (Foto Ansa)

Mentre scrivo, Thomas DiBenedetto, sbarcato ieri a Fiumicino di buonora, è ancora impegnato nel rush finale della trattativa con Unicredit. Il buon esito dell’incontro è dato da tutti per scontato e dunque mi adeguo, con tutti gli scongiuri del caso, al generale ottimismo.

Intanto. Si chiude definitivamente l’era dei Sensi. Come suol dirsi, si chiude  un ciclo: e che ciclo. A papà Franco non finiremo mai di rendere onore. Aveva un sogno, essere il presidente di una Roma definitivamente assisa (sempre che a questo mondo ci sia qualcosa di definitivo) tra le grandi. Ci è riuscito lottando con le unghie e con i denti, lasciandoci una squadra che bene o male se ne sta quasi sempre lassù, e in Europa va mediamente meglio delle altre italiane, Inter esclusa. Soprattutto, ci ha portato dieci anni fa Batistuta e uno scudetto che nei rioni e nei quartieri di Roma è stato festeggiato per un’estate intera (e lui godeva del nostro godere in incognito, girando per la capitale in festa chiuso in macchina con moglie e autista). Ha sfidato i potenti quando era tempo di sfidarli, venendoci a patti quando non poteva proprio fare altrimenti. Lo ricordo con nostalgia, affetto e tenerezza. Anche perché non sapeva dove stesse di casa il bon ton, e se ne sbatteva dei salotti buoni, del calcio e non solo del calcio. Di Rosella non saprei dire. Franco per la Roma si era svenato, lei doveva salvare la ghirba (la sua e pure quella della nostra comunità). Molte volte la ho trovata insopportabilmente irritante, ma poco importa: ce l’ha fatta, buon per lei e buon per noi, ora e sempre Forza Roma.

Si chiude un ciclo, dunque, e su quello che si inaugura possiamo solo fantasticare. Non c’entrano niente né lo zio d’America né “Arrivano i dollari”. Io ero per i russi della Naphta Mosca dieci anni fa, poi sono stato per Soros, adesso sto per DiBenedetto e compagni, anche se il bostoniano, a vederlo in tv, sembra un tipo curioso. Se Dio vuole, c’è stato risparmiato l’acquirente (o peggio ancora, la cordata) di casa nostra, con tutte le miserie della politichetta romana che questa scelta avrebbe comportato.

Chi arriva da Mosca o dagli Usa a Roma (da questo punto di vista è lo stesso) per prendere la Magica deve, sottolineo deve, pensare in grande; deve sapere cioè che, per guadagnarci, non può che fare affidamento assieme sulla nostra appassionata tribù e sul mondo intero, perché Roma e la Roma sono cose che nel mondo si possono vendere molto più della Panda: nel più sperduto angolo del globo sanno cos’è il Colosseo e che qui ci sono il Papa e (amici de IlSussidiario, non prendetevela) Francesco Totti.
Non so se per mondializzare la Roma serva un nuovo stadio, con annesse lottizzazioni, villette schiera, ristoranti, Roma stores e kinderheim, in qualche sperduta periferia. Si farà, DiBenedetto ha voluto dirlo subito, ma io non ne sono così convinto. In ogni caso all’Olimpico (che desolazione vederlo da anni semivuoto, manco giocasse la Lazio,  per chi si ricorda i tempi in cui, per strappare un punto salvezza al Cesena, ci andavamo in settantamila…) mi ci ha portato per la prima volta papà, tenendomi per mano e dicendomi di piegarmi un po’ per sembrare più basso e non pagare il biglietto, nel 1960: il giorno in cui chiuderà i battenti, collocherò l’unico, vero stadio della mia vita, quello vegliato dalla Madonnina di Montemario, nel cielo dei ricordi più cari, e diventerò anch’io, come si conviene d’altronde a un signore che ha passato i sessanta, un tifoso da pay tv, e cioè un pensionato a tutti gli effetti.
Quel giorno comunque è, fortunatamente, ancora relativamente lontano. E quindi posso concentrarmi, assieme alla mia gente, in primis quella che allo stadio, caschi il mondo, continua ad andarci, sulle cose che contano davvero. Basta con la determinazzione, la grinta testaccina, la Roma stradarola (che pure è già po’ meglio della Roma “operaia”). Ma Dio ci scampi pure dalle americanate, come le chiamava mia nonna. Se c’è un modello, o se preferite un’utopia, si chiama Barca.

E dunque. Il direttore generale: mi piacerebbe che Montali e Baldini potessero convivere, e che arrivasse pure Sabatini. L’allenatore: Carletto Ancellotti è uno di noi (adesso sembra un salsicciotto, ma quando arrivò negli indimenticabili anni del Barone Liedholm il ragazzo di Reggiolo era esile esile, e arrossiva sempre), se venisse sarei contento, ma preferirei che a Montella fosse offerta la possibilità di diventare il nostro Guardiola; specie se davvero tutte le nostre squadre giovanili venissero affidate a Zeman, che non è solo un grande uomo di calcio ma uno tra i pochi grandi filosofi viventi, per creare la nostra Cantera. E la campagna acquisti, naturalmente, perché da che mondo è mondo nel calcio i nuovi padroni, compresi quelli americani, si giudicano in primo luogo da questo: nomi in entrata non ne faccio, e nemmeno nomi in uscita. Ma ovviamente è soprattutto da questi nomi che si capirà se stiamo sognando o stiamo per vivere una rivoluzione destinata a cambiare non solo la storia della Roma, ma pure gli assetti del calcio italiano.
PS. Domenica c’è Roma – Juventus. Nella comunità di abbonati cui ho l’onore di appartenere da lunghissima pezza (Tribuna Tevere Laterale B, ovviamente quella più vicina alla Curva Sud, la tribuna stampa è per gente che di calcio e di Roma non capisce moltissimo) valuteremo con occhio freddo e meditato consiglio, prudenza e ironia, questo e altro. Solo a quel punto sarò in grado di formulare giudizi più precisi. Per adesso (e per sempre) Forza Roma. Anche perché non c’è Rossella e non c’è americano che tenga: la Roma non si discute, si ama.

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