LAICITA’/ Cartabia: così la libertà religiosa “misura” la democrazia e sfida il relativismo

L’ultima sessione della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha approfondito il tema della libertà religiosa. Ilsussidiario.net ha fatto il punto con MARTA CARTABIA

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Piazza San Pietro (Ansa)

«Grande è l’imperatore, perché è più piccolo del Cielo!» scriveva Tertulliano; per approfondire la categoria filosofico-giuridica di “libertà religiosa”, tema a cui la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha dedicato la XVII sessione plenaria che si è appena conclusa, IlSussidiario.net ha rivolto alcune domande a Marta Cartabia, professore di diritto costituzionale nell’Università di Milano-Bicocca, che ha partecipato ai lavori.

Quali sono gli strumenti più insidiosi, e gli esiti più pericolosi, del tentativo di relegare la religione alla sfera privata?

Nella cultura contemporanea due sono gli elementi che neutralizzano la religione, spingendola ai margini della vita sociale. Il primo è una è una concezione della persona totalmente autonoma, autosufficiente, autodeterminata. La parola libertà – anche libertà di religione – è ridotta all’idea di autodeterminazione. Per un individuo così concepito la dimensione religiosa appare estranea e persino minacciosa, perché mette in campo una dipendenza e un rapporto con il mistero che pare contraddire l’autonomia individuale. Il secondo è il risvolto istituzionale di questa concezione antropologica ed è costituito dall’idea di istituzioni neutre, distaccate e indifferenti rispetto al fattore religioso. Molte forme di secolarismo si basano su questa concezione. In vero la loro presunta neutralità facilmente scivola in una forma di sottile e sofisticata ostilità al fattore religioso, tipica dell’occidente contemporaneo, come ha detto ripetutamente sua santità Benedetto XVI in discrisi recenti.

I media e un approccio ideologico all’educazione sono tra i più preziosi alleati del fondamentalismo secolarista. Quali i possibili rimedi secondo lei?

La strada mi pare sia quella indicata dal Santo Padre in molti dei suoi interventi: che la religione sia percepita non come problema da risolvere, ma come risorsa per la società (Westminister). Ma per questo occorre un duplice lavoro: da un lato la disponibilità delle istituzioni pubbliche a guardare senza pregiudizio il fattore religioso; d’altro lato  occorre anche che intorno alle persone e alle comunità fioriscano principi di una nuova civiltà, luoghi di bellezza, come accadde nei monasteri benedettini medievali (discorso di Benedetto XVI al collège des bernardins) e nell’età contemporanea in luoghi come la Sagrada Familia (Benedetto XVI Barcellona).

Qual è stato l’apporto al dibattito dei membri non cristiani della Pontificia Accademia?

Il principale apporto è stato quello di testimoniare la portata universale del messaggio che nasce dal cristianesimo, il quale quando è autenticamente vissuto genera una umanità nuova, che può essere riconosciuta da tutti, indipendentemente dalla loro fede (o non fede) religiosa. Indù, ebrei, musulmani, atei si sono trovati spesso a dialogare con libertà e non di rado convergere sulla comune esperienza umana.

“Abbiamo discusso molto sul significato di parole come secolarismo, laicità, tolleranza” ha detto la presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali durante la conferenza stampa che ha concluso il convegno. Ad esempio, pluralismo può diventare di fatto sinonimo di relativismo. Come ridefinire il lessico per evitare equivoci, spesso deliberatamente manipolatori?

Questo è un punto delicato e assai rilevante. Spesso nel linguaggio ufficiale, anche proveniente dai documenti delle istituzioni internazionali, alcuni termini sono sovraccaricati di significati ideologici. La sfida per noi è capire fino a quale punto si possono continuare a utilizzare alcune parole senza diventare inconsapevolmente conniventi con una ideologia nella quale non ci riconosciamo. Il dibattito più vivace nell’ambito dei lavori dell’accademia pontificia riguardava l’uso della parola laicità: in sé un termine buono, nella misura in cui sottolinea la separazione tra le istituzioni politiche e le confessioni religiose, spesso oggi la laicità è utilizzata per alimentare una cultura ostile alla Chiesa e alla religione in generale.

La beatificazione di Giovanni Paolo II ha fornito ulteriori spunti alla discussione durante i lavori?

I partecipanti ai lavori dell’accademia hanno preso parte alla cerimonia di beatificazione, con grande cordialità e devozione personale.

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