CENSIMENTO ROM/ Bonomi: così il contrasto alla clandestinità può cadere nel razzismo

Polemiche sul censimento della popolazione nomade che vive nel Comune di Roma. Secondo ALDO BONOMI, non si può prendere di mira una etnia in particolare

18.01.2012 - int. Aldo Bonomi
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Si parla di violazione della normativa internazionale, nazionale e dei diritti fondamentali dei rom e dei sinti da parte delle autorità italiane. È il caso del censimento dei cosiddetti “nomadi” che vivono nel territorio del Comune di Roma. Secondo l’associazione 21 luglio, che ha anche intenzione di sottoporre un memorandum apposito al Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, sarebbero stati schedati anche cittadini rom con regolare carta di identità italiana. L’associazione chiede che il censimento in atto venga fermato, mentre è prevista anche una class action “per verificare se altri cittadini italiani di origine rom hanno avuto lo stesso trattamento”. Il “Piano nomadi” previsto dal Comune di Roma avrebbe sottoposto a tale censimento circa 5mila persone di etnia rom. La questura romana ha replicato dicendo che di fatto non è stato istituito un database per queste persone, e che si tratta solo di una procedura di comodità. “Il rilascio del permesso di soggiorno per lavoro o per motivi di studio”, ha detto un rappresentante della questura, “presuppone il rilascio delle impronte e il fotosegnalamento”. Non sarebbe dunque stata fatta una banca data separata, ma quanto raccolto inserito nel comune schedario a cui sono sottoposti tutti i cittadini italiani.

Secondo Aldo Bonomi, Sociologo e Presidente del Consorzio Aaster (Associazione agenti sviluppo territorio), contattato da IlSussidiario.net, quella che è una normale azione di censimento rischia di andare oltre alla dimensione stessa dell’operazione. «Tutti i cittadini del mondo – spiega Bonomi – devono avere un loro documento di identità che ovviamente li certifica rispetto ai problemi di sicurezza e di controllo e anche rispetto ai diritti di circolare nel mondo». Questo, «perché quando hai un documento non sei un apolide, hai una tua legittimità e questo è quello che la regolamentazione universale prevede». Nel caso del censimento dei rom, però, Bonomi fa una distinzione: «Quando rispetto a un’etnia in particolare si prevede un censimento mirato, che molto spesso riguarda una dimensione di schedatura, questo mi pare eccessivo». Secondo Bonomi, infatti, si rischia di cadere in un copione già visto: «Si incomincia con una etnia che viene anche da tempo particolarmente indicata come capro espiatorio e non si sa dove si può andare a finire. Quindi giustamente si solleva una protesta e un’indicazione di merito su quanto è stato fatto, perché si comincia sempre così con i casi di identificazioni che possono portare a un razzismo di fatto». Il fatto che la questura consideri questo censimento un’azione  di “corretta attività di assistenza” non basta secondo Bonomi a giustificarla.

«Io credo che gli strumenti per il controllo ci siano. D’altronde se uno deve regolarizzarsi deve presentarsi con il suo documento e quindi se uno vuole stare clandestinamente in Italia ci sono le leggi previste che riguardano questo tipo di situazione e non c’è bisogno di censimenti mirati. Si può e si deve intervenire a prescindere contro i casi di clandestinità». Infine, conclude Bonomi, «questo caso è estremamente delicato e solleva dei problemi su questo tipo di iniziative. Credo che avere attenzione su queste problematiche, come sta accadendo da parte di alcuni, sia un dato che va valorizzato».

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