BOB DYLAN/ Terme di Caracalla: i messaggi che soffiano nel vento

- Giuseppe Pennisi

A Roma, nella suggestiva cornice delle terme di Caracalla, Bob Dylan ha tenuto il secondo dei suoi quattro concerti italiani. Una recensione particolare, quella di GIUSEPPE PENNISI

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Immagine di archivio

Si è tenuto alle Terme di Caracalla di Roma il secondo dei quattro concerti in Italia previsti in questo tour del settantaquattrenne cantautore americano. Ero nell’affollatissima cavea (circa 4000 persone perché, oltre ai 3700 posti regolarmente previsti nell’anfiteatro delle Terme, erano state disposte file di poltrona in quella che normalmente è la buca d’orchestra). Tutti entusiasti (numerosi gli appassionati e gli scritti ai veri club intitolati a Dylan). Nel pomeriggio, si è temuto un temporale (forse scioltosi altrove). Invece Roma si è presentata in tutto il suo splendore: cielo azzurro stellato, luna ridente, venticello da ponente. Quasi, volesse accogliere Dylan con la sua veste migliore.

Come mai un chroniqueur che normalmente segue opera lirica, e sinfonica oppure la contemporaneità più sfrenata, si interessa ad un cantante pop folk del mid-West americano? In primo luogo ho vissuto a Washington per oltre tre lustri. In secondo luogo, sono di circa un anno più giovane di Dylan. Quindi la mia vita negli Stati Uniti ha coinciso con quella in cui Dylan era diventato un personaggio pubblico: la sua voce contrappuntava le manifestazioni per i diritti civili e per la fine della guerra in Vietnam (dalla marcia al Pentagono di un milione di studenti nell’ottobre 1966 al ‘maratoriun’, lunga sfilata di 40.000 persone dalla Casa Bianca al Congresso nel 1969). Avrei amato ascoltare parte di quelle canzoni (ad esempio quelle dell’album Bringing it Back Home, di cui ne ha fatta una sola, She Belongs to Me) che forse dicono molto poco al pubblico internazionale ma hanno un gran significato per chi ha vissuto, sofferto e gioito nell’America di quegli anni.

Altro aspetto importante, probabilmente ignoto a gran parte del pubblico osannante a Roma (e di coloro che assisteranno ai concerti di Lucca e Torino) è la spiritualità di Dylan. Pochi sanno che il cantante è stato in vari momenti della sua vita anche scrittore, poeta e pittore – un intellettuale a tutto tondo anche se ha lasciato incompiuti gli studi universitari. Nonostante le sue origini ebraiche, nel corso degli anni si è avvicinato alla fede cristiana: molto interessante a riguardo il libro di Michael J. Gilmore The Gospel According to Bob Dylan: the Old,Old Story for Modern Times (Westminster John Knox Press), in cui si analizza la ‘svolta’ verso un cristianesimo sempre più spirituale tramite le referenze bibliche nelle sue canzoni.

Il terzo aspetto è la vocalità; a differenza di altri, penso a Placido Domingo che esibisce una vocalità ormai sgangherata, Dylan è passato da tenero lirico a baritono mantenendo un’ottima impostazione, un fraseggio impeccabile, un legato magistrale. Ha sempre cantato con il microfono, quindi senza lo sforzo richiesto a chi canta senza strumentazione elettronica. Ciò nonostante, questi esiti indicano grandi capacità nel gestire la propria voce.

Infine, il pop folk ascoltato a Caracalla con anche cenni alla chanson francese, indicano quella fusione tra vari generi a cui sta tornando la musica dell’avvenire. La fusione tra vari generi è stata la caratteristica per secoli, ove non per millenni, sino alla separazione nel Settecento. In particolare, nella Londra di Händel e di Haydn, dove tranne che nel teatro di corte, la musica operava su base commerciali, i grandi castrati (che andavano per la maggiore) erano molto simili ai cantautori attorno ai quali si costruiva uno spettacolo o un concerto. Lo è parimenti in altri continenti: si pensi alla zarzuela latino americana od all’espansione della domanda musicale in Asia dove la musica occidentale degli ultimi tre secoli coesiste e coabita con quella locale, antica, moderna e contemporanea. Un esempio recente: quando (2014) in Bhutan è stata allestita per la prima volta un’opera occidentale (Aci e Galatea di Händel) la rappresentazione, con la Regina tra il pubblico, ha avuto luogo nel cortile-giardino di una scuola secondaria e la partitura è stata interpolata con musiche e danze tradizionali per far sì che un lavoro di un compositore sassone del 1717 – 19 per il Duca di Chandos, tratta da un mito greco avesse un significato ed un messaggio per un popolo ed una società dell’Himalaya .

Questi messaggi si traggono dai concerti di Dylan.

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