SALA RIELETTO SINDACO A MILANO/ Ma i moderati “chic” snobbano il suo partito green

- Stefano Bressani

Risultati elezioni comunali a Milano: il 47% degli aventi diritto ha rieletto Sala (57,6%), che ha avuto buon gioco a misurarsi con Bernardo (32,1%)

nuovo stadio milan e inter sala
Beppe Sala, riconfermato sindaco di Milano (LaPresse)

L’affluenza sotto al 50% al primo turno è certamente il dato chiave delle elezioni comunali milanesi 2021: fortemente simbolica di una crisi della democrazia rappresentativa su base nazionale; la vera “notizia” del primo autentico round elettorale post-Covid.

È sufficiente il confronto con il primo turno delle amministrative 2001: quando a Palazzo Marino fu confermato Gabriele Albertini (per un attimo nuovamente candidato del centrodestra contro Beppe Sala 2). Nel maggio di vent’anni fa si recò alle urne l’82% degli elettori milanesi: e Albertini stravinse con il 57,5%, lo stesso “score” via via attribuito da polls, proiezioni e spoglio a Sala. Che però sarà nei fatti il sindaco eletto da un milanese su quattro, non da quasi uno ogni due.

Effetto-Covid? Disaffezione al voto da ansie sanitarie e da recessione? L’anno scorso – già con la seconda ondata in decollo – il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, è stato votato per la terza volta dal 77% degli elettori regionali, con l’affluenza al 61% (e tre anni prima fu il 57% dei veneti a recarsi ai seggi per trasformare in plebiscito un semplice referendum consultivo locale sull’autonomia rafforzata). Quel che è certo è che i leghisti veneti un anno fa non hanno disertato le urne come invece hanno fatto negli ultimi due giorni molti elettori di Milano centro: sulla carta i più sintonici con l’ex dirigente Pirelli divenuto city manager (con Letizia Moratti, altro sindaco molto radicato nella Ztl meneghina) e infine “deus ex machina” dell’Expo 2015.

Ma anche il centrodestra che aveva portato a Palazzo Marino Albertini e Moratti – dal profilo politico squisitamente moderato – ha incassato una sconfitta netta: la terza consecutiva. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha subito lamentato “nomi scelti tardi”, con un palese riferimento a Milano. Dove infatti il candidato del centrodestra non era un leghista ma un esponente “di complemento” di Forza Italia come Luca Bernardo: con uno scarso curriculum politico e minima visibilità presso l’elettorato. Su di lui si è peraltro conclusa una lunga partita al ribasso – tutta giocata su veti incrociati – fra i tre leader del centrodestra: i milanesi Salvini e Silvio Berlusconi e la romana Giorgia Meloni. E a conti fatti è risultato tutt’altro che smentito il sospetto serpeggiato a lungo a Milano: che Berlusconi e Meloni si siano mossi “a perdere”, contando poi di scaricarne la responsabilità su Salvini.

Resta il fatto che il 30% (dopo il crollo dell’affluenza) cui era accreditato Bernardo in serata è un minimo storico: lontanissimo dal 40% al primo turno di Stefano Parisi appena cinque anni fa, trincea tenuta anche nel ballottaggio con Sala. La “sottrazione” multipla che ha prodotto la candidatura di Bernardo e quindi il disastro targato FI ha comunque prodotto l’inequivocabile perdita d’interesse dei ceti moderati per il centrodestra.

Per quanto esiguo, lo schieramento vincente qualche momento di novità lo segnala. Ma è difficile definire anche solo una vittoria tattica l’affermazione della “lista Sala”: che secondo lo stesso sindaco ricandidato avrebbe dovuto certificare la (ri)nascita dei Verdi italiani. Come “partito dell’Expo” e con i Grünen tedeschi (“partito del Next Generation Ue”) come riferimento e alleato. Ma se un anno fa – all’epoca della svolta ambientalista di Sala – i Verdi tedeschi sembravano proiettati dai sondaggi addirittura verso la cancelleria di Berlino, alle elezioni di nove giorni fa non hanno racimolato più del 14%. Faranno però quasi sicuramente parte della prossima coalizione che governerà la Germania: probabilmente con l’Spd dell’ex vicecancelliere Olaf Sholtz e in tandem con i liberaldemocratici, essi pure in crescita. Non è però escluso che il tavolo di consultazione subito aperto fra Grünen e Fdp possa alla fine accordarsi con Cdu-Csu, peraltro grandi sconfitte al voto tedesco.

Ecco: l’asse tattico fra Verdi e liberaldemocratici tedeschi (spinti dall’elettorato giovane a cumulare il 25%, al livello dei due grandi partiti popolari) appare in filigrana il vero “partito di Sala” (quello che il sindaco riconfermato a Milano forse continuerà a progettare con ambizioni nazionali). Ma è appunto una realtà politica emersa in Germania, non all’improvviso e a una svolta storica degli assetti del Paese.

A Milano, invece, la “coalizione Sala” appare molto diversa: comprende fra l’altro una piccola dose di M5s, che ancora all’ultimo voto politico ha calamitato l’elettorato ambientalista, sebbene in salsa antagonista. E il Pd (che continua ad aggregare un elettorato cattolico-popolare e uno post-comunista) è in realtà poco sovrapponibile alla Spd tedesca: vera forza socialdemocratica europea, “laica” sia verso la Linke a sinistra che verso la grande “Unione” cristiana moderata-conservatrice (cattolica con Helmut Kohl, di radici evangeliche con Angela Merkel).

Per questo non è fuori luogo ipotizzare che i tanti moderati milanesi che hanno snobbato il voto, lo abbiano in realtà fatto mancare a Sala, finora solo “green washed”.

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