SCENARI/ Gas e politica: le mire di Putin su Danimarca, Ungheria e Turchia

- Giuseppe Gagliano

Dal 2014 Orbán ha rafforzato i legami con Mosca. Gli uomini russi e ungheresi nell’IIB sono legati al Kgb. Ecco le direttrici della penetrazione russa

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Vladimir Putin e Viktor Orbán (LaPresse)
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Come ampiamente noto il premier ungherese Viktor Orbán ha rafforzato i legami economici e politici con Mosca a partire dal 2014, nonostante l’annessione della Crimea e l’introduzione di sanzioni europee, firmando un accordo con Rosatom di 10 miliardi di dollari per incrementare le sue infrastrutture nucleari a Paks.

Le scelte politiche a geometria variabile del premier ungherese – che per esempio si sono concretizzate recentemente allacciando rapporti bilaterali con il premier turco Erdogan – dovrebbero consentire alla Russia di rafforzare la sua presenza finanziaria a Budapest, dove a breve dovrebbe installarsi l’International Investment Bank (Iib) che fu fondata nel 1970 durante la guerra fredda dall’Unione Sovietica per rafforzare i legami finanziari tra i paesi comunisti.

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Ora, stando alle informazioni dell’intelligence americana che hanno trovato modo di concretizzarsi nelle dichiarazioni dell’ambasciatore americano a Budapest David Cornsteinla Iib sarebbe una sorta di cavallo di Troia dei servizi segreti russi, cioè una succursale dell’intelligence russa che contribuirebbe ad introdurre agenti operativi del servizio segreto nell’area di Schengen facilitando in questo modo le operazioni di spionaggio da parte russa. A rendere più credibili queste informative da parte dell’intelligence americana è il fatto che sia il presidente del consiglio di amministrazione della Iib Nikolai Kosov che il rappresentante ungherese della Iib Imre Boros sono legati al Kgb. Inoltre, il fatto che i funzionari della Iib potrebbero beneficiare di immunità diplomatica renderebbe più agevole attuare operazioni di spionaggio da parte russa.

Un altro strumento di penetrazione economica russa – che rafforzerebbe la sua proiezione di potenza economica soprattutto nel settore del gas – è certamente il gasdotto Turk Stream. Infatti la Russia prevede di porre in essere la prima parte di tale gasdotto, dalla capacità annua di 15,75 miliardi di metri cubi, entro la fine dell’anno per rifornire la Turchia mentre la seconda parte, con la stessa capacità, dovrebbe attraversare la Bulgaria, la Serbia e l’Ungheria, per un consumo annuo di gas di circa 10 miliardi di metri cubi.

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Ora, la penetrazione russa in Bulgaria è certamente facilitata dalla lobby filo-russa rappresentata da Volen Siderov, il leader del partito populista di destra Ataka – grande ammiratore del presidente russo Vladimir Putin – e da Valentin Zlatev, una figura chiave nel settore energetico e amministratore delegato di Lukoil Bulgaria, che appartiene alla multinazionale russa Lukoil, vera e propria eminenza grigia della politica bulgara.

Nonostante gli indubbi successi che le scelte putiniane stanno conseguendo, è opportuno sottolineare che l’approvazione da parte della Danimarca del Baltic Pipe, che consentirà il trasporto di gas dalla Norvegia ai mercati danese e polacco, contribuirà a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia e a diversificare in questo modo le risorse energetiche. Il progetto, dal costo stimato di 2,1 miliardi di euro, nato dalla collaborazione tra l’operatore danese Energinet e l’operatore polacco Gaz-System, dovrebbe attraversare il Mare del Nord e il Mar Baltico.

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