SCENARIO COVID/ No-vax in Italia al 9%, i 5 motivi che li spingono al rifiuto

- Luigi Fabbris

Paura degli aghi, accessibilità al siero, credibilità scientifica, calcolo costi/benefici, cinica indifferenza: i 5 motivi che sono alla base della scelta dei no-vax

ugo mattei
Covid, protesta No Vax a Roma (LaPresse, 2021)

In molti paesi europei, Italia compresa, e negli Stati Uniti, sta montando nella popolazione una corrente contraria all’imposizione del vaccino contro il Covid-19. L’insieme di coloro che, per semplificare, chiameremo no-vax, è minoritario nella popolazione, tuttavia mostra di resistere a varie forme di pressione, sia culturali che sanitarie, e per giustificare il proprio atteggiamento si appella a princìpi costituzionali inerenti alle libertà individuali.

Ciò accade nel momento in cui la malattia mostra di essere in via di esaurimento, grazie ai vaccini. Infatti, dalle Figure 1 e 2 che mostrano, rispettivamente, l’andamento delle infezioni rintracciate e dei morti per Covid-19 in Italia e in alcuni Paesi confrontabili, si percepisce senza ombra di dubbio che la vaccinazione realizzata nella prima metà del 2021 ha limitato i contagi e, ancor più, ha ridotto la mortalità per Covid.

Figura 1. Nuovi casi di Covid-19 in Italia, dati mediati su 7 giorni; ultima rilevazione 17 ottobre 2021 (fonte: https://ourworldindata.org/covid-cases)

Figura 2. Morti per Covid-19 in Italia, dati mediati su 7 giorni; ultima rilevazione 17 ottobre 2021 (fonte: https://ourworldindata.org/covid-deaths)

È dunque opportuno capire perché l’opposizione ai vaccini sia così forte proprio ora che l’effetto positivo dei vaccini è innegabile.

Va detto anzitutto che un’opposizione ai vaccini c’è sempre stata, solo che non ce ne accorgevamo perché la campagna vaccinale progrediva come se fosse inarrestabile, tanto che le autorità sanitarie italiane puntavano a percentuali di vaccinati che nessun paese al mondo è riuscito a raggiungere. D’altronde, un’indagine dell’Imperial College di Londra aveva stimato che in Italia era presente un 15% di adulti contrari alla vaccinazione e un altro 8% di incerti e che, in altri Paesi, come Francia e Stati Uniti, queste percentuali erano notevolmente superiori alle nostre.

Così è successo ciò che doveva succedere, ossia che siamo riusciti a convincere gli incerti, ma non i contrari. Furbescamente, l’Istituto Superiore di Sanità ha anche cambiato il criterio di calcolo dei vaccinati, rapportandoli non più alla popolazione italiana, ma a quella di almeno 12 anni; in questo modo, l’attuale 76,3% di vaccinati con almeno una prima dose (dati ourworldindata.org) è diventato di colpo l’85%.

Qualche giornalista poco avvezzo ai numeri ha poi arrotondato l’85% al 90%, così si è nascosto sotto il tappeto un fenomeno sanitario di non banale consistenza, vale a dire che quasi un italiano su quattro non ha garanzia di immunità contro il virus. Tra i non garantiti, il 10,1% sono bambini sotto i 12 anni che non possono essere vaccinati; il resto è formato da oltre otto milioni di adulti restii ad assumere il vaccino.

Da poco è arrivato il green pass, strumento che ha messo alle strette gli incerti, ma che sta scatenando le proteste dei no-vax, i quali si sentono assediati non solo dalla riprovazione dei vaccinati, riprovazione che ribaltano con fiere argomentazioni, ma soprattutto dal rischio di conseguenze sul lavoro. Sentiamo cosa dicono i cosiddetti no-vax nelle inchieste internazionali e in una, inedita, che abbiamo condotto su campioni di italiani.

Sgombriamo subito il campo dai casi di necessaria esclusione del vaccino, che sono i bambini per i quali non esiste un vaccino sperimentato e gli adulti ai quali il vaccino farebbe danni, ossia le persone che hanno gravi allergie o il sistema immunitario compromesso. Gli adulti a cui il vaccino farebbe danni sono alcune migliaia, non milioni.

Gli argomenti addotti dai non vaccinati si possono raggruppare nei cinque seguenti.

Uno è la paura degli aghi, paura che, secondo uno studio dell’Università di Oxford, riguarda il 10% della popolazione. Vari studi concordano nel considerarla un fattore secondario nella decisione di non vaccinarsi e che riguarda anche molti che si vaccinano. Questa paura è da tenere in considerazione nell’ingegnerizzare i metodi di somministrazione del vaccino; tuttavia, oggi, non esiste un metodo alternativo, né l’ago ci sembra un ostacolo insormontabile per la vaccinazione.

Una seconda possibile motivazione è l’accessibilità al vaccino. Però si tratta di un problema che riguarda più alcuni paesi in via di sviluppo e persone che vivono in zone isolate. In Italia, esiste un apparato diffuso ed efficiente per cui anche questa si può considerare una motivazione del tutto irrilevante.

Gli altri tre motivi, che sono di matrice psico-sociale e possono agire da soli o in combinazione, sono quelli reali. Li possiamo chiamare le tre C:

Credibilità scientifica dei vaccini. È il motivo fondante dell’opposizione dei no-vax. Riguarda il modo discutibile – causato dall’urgenza e per questo preso per buono anche dalle agenzie per il farmaco e dalla medicina accademica – con cui le case farmaceutiche hanno formulato l’efficacia e la non-pericolosità dei vaccini. Durante la pandemia, la fiducia nella scienza ufficiale e nelle autorità sanitarie internazionali è diminuita più e più volte, a causa della instabilità delle asserzioni e dell’approssimazione delle argomentazioni che hanno creato incertezze non solo tra i no-vax.

Basti ricordare, a mero titolo d’esempio, le sterili polemiche su AstraZeneca, le proposte a corrente alternata sulla vaccinazione dei bambini, i comportamenti da tenere con i vaccini “misti” per cui si è cominciato con il negarne del tutto l’efficacia e si è finito col raccomandare che “misto è meglio”.

Anche i metodi sbrigativi delle case farmaceutiche sono sotto gli occhi di tutti. Per certi no-vax la riprovazione per i metodi è rinforzata da sentimenti contrari al capitalismo o ai monopoli, sentimenti che, essendo di matrice ideologica, sono estranei alla razionalità scientifica.

Concludendo, i dubbi dei no-vax hanno un fondo di vero, però è altrettanto vero che sono stati i vaccini a fermare il virus e che, a dispetto della fretta delle sperimentazioni, le implicazioni negative dei vaccini sono state rarissime. Ciascuno è libero di ponderare i propri dubbi con le verità assodate e di trarne conseguenze per la propria coscienza.

Calcolo dei costi e dei benefici. Coloro che non si vogliono vaccinare mostrano di aver calcolato, basandosi su informazioni tratte dai media, la convenienza di assumere il vaccino in funzione del rischio di malattia percepito per sé stessi. Valutano che, essendo nel fiore degli anni e in forma, la malattia non costituisce un serio pericolo per la propria incolumità e che questa tutela naturale durerà perché, come dimostrano le statistiche, i contagi e la mortalità stanno calando.

È noto che la capacità di far fronte alle malattie è superiore negli individui più giovani e sani, tuttavia, le statistiche analitiche della pandemia dimostrano che il virus non rispetta chi lo ignora: non solo la frazione di tamponi positivi è più alta tra i non vaccinati, ma le conseguenze dell’infezione sono mortali in proporzione notevolmente superiore tra i non vaccinati che tra i vaccinati. Infatti, tra i vaccinati, muore circa uno ogni 1000 trovati positivi al tampone, mentre, tra i non vaccinati, ne muoiono oltre 50 ogni 1000. È ovvio che il dato non significa che muoiono 50 non vaccinati ogni 1000 contagiati, perché il primo è un dato reale e il secondo solo un barlume dell’effettivo contagio, tuttavia 50 morti ad uno rispetto ai “tamponati” dovrebbe far pensare.

Cinica indifferenza. I dati sulla malattia dimostrano che l’immunità di gregge funziona, anche se i livelli di immunizzazione richiesti in questa pandemia sono superiori a quelli standard: si è constatato, infatti, che il 70% di immuni non basta a spegnere sul nascere le fiammate infettive e che sarebbe necessaria una quota prossima all’80%.

I dati sulla pandemia dimostrano altresì che la vaccinazione abbassa anche il rischio di ricovero e quello di morte, sia di chi si vaccina che degli altri. Il sapere che l’immunizzazione ha un effetto che si diffonde oltre la propria persona e fare finta di ignorarlo, come fanno i no-vax, rivela dunque, agli occhi degli analisti più attenti, una cinica indifferenza verso gli altri, una fuga dalla responsabilità collettiva del proteggersi reciprocamente dall’infezione. Per molti no-vax, l’insensibilità si estende al fingere di ignorare che sono i vaccinati a proteggerli, in quanto maggioranza del gregge immune, dai rischi del diffondersi del virus.

Riassumendo, si può dire che il complesso dei no-vax è mediamente più giovane, sano e informato, psicologicamente più egocentrico e presupponente, e (forse) socialmente più antagonista, rispetto alla massa dei vaccinati. Ciò ne fa un insieme strano, ma da cui non si può prescindere per riprendere con lena il cammino post-pandemia. Tra l’altro, sono quasi tutti in età da lavoro.

Che fare? Anzitutto, la nostra indagine svolta su campioni di italiani adulti ci suggerisce che il 15% di nettamente contrari al vaccino stimata dall’Imperial College è una sovrastima. I dubbiosi sull’efficacia del vaccino nel nostro campione sono il 7% e coloro che ne temono seriamente le conseguenze sono meno del 2% (Tabella 1). In totale, il 9%.

Quindi, almeno un non-vaccinato su tre è solo in ritardo nella vaccinazione e i contestatori dei vaccini hanno opinioni tra loro diversificate. In definitiva, anche tra i no-vax è possibile che qualcuno, seppure tormentato, si vaccini.

Tabella 1. Distribuzione percentuale degli italiani adulti, per opinione nei confronti dell’efficacia dei vaccini e rapporto con il Covid (dati inediti*)

 

 

Danneggiati dal virus (n=148) Non danneggiati (n=408) Totale

(n=556)

I vaccini sconfiggeranno il virus 62,1 60,3 60,8
So poco sull’efficacia, però mi fido 31,8 30,1 30,6
Ho molti dubbi sull’efficacia  3,4  8,6  7,2
Temo il vaccino quasi come malattia  2,7  1,0  1,4
Totale 100,0 100,0 100,0

(*) Si ringraziano il prof. Simone Di Zio (Università di Pescara) e il dott. Marco Pellizzari (Università di Padova) per aver fornito i dati di base

La tabella dimostra altresì che la maggioranza degli italiani è informata sui vaccini ed è convinta che sconfiggeranno il virus. Chi si è vaccinato l’ha fatto non solo a cuor leggero, ma anche convinto di sentirsi parte di un insieme coeso, di una comune volontà. Chissà che dalle ceneri della pandemia non rinasca l’araba fenice, quel senso di appartenenza ad una collettività che gli italiani hanno perso per strada dopo l’unificazione nazionale.

I dati dimostrano che le differenze di opinione tra gli italiani riguardano non l’essere stati colpiti dal virus – infatti, non si rilevano sostanziali differenze di opinione tra chi è stato colpito e chi no –, bensì fattori culturali e sociali. Ancora: tra quel 26,6% di intervistati che dichiara di avvertire dei danni post-trauma,

• il 2,9% lamenta danni fisici,
• il 17,3% lamenta danni psicologici,
• il 6,5% lamenta sia danni fisici che psicologici.

Tutto ciò suggerisce che alcune cicatrici della pandemia sono ancora dolorose in milioni di italiani e che ci sarà da lavorare per il loro recupero fisico e psicologico. Il rapporto numerico tra danni fisici e strascichi psicologici, molto sbilanciato verso la percezione di impatti negativi sul piano psicologico, suggerisce che, nel futuro prossimo, il retaggio psicologico del virus sarà più manifesto di quanto non sia oggi.

Per sapere come superare il disagio psicologico, è necessario cercarne le cause. La statistica ufficiale italiana e quella europea (Istat ed Eurostat) dovrebbero pertanto aggiornare in tempi rapidi i propri programmi di lavoro per portare alla luce questo disagio.

Ci sembra, infine, che la pandemia sia stata un punto di svolta della storia del Paese e che il futuro non sia configurabile come un’automatica estensione di ciò che è stato il passato ante-pandemia. I politici intelligenti dovrebbero, pertanto, prenderne atto e reindirizzare la propria azione tenendo conto di come sono cambiati gli italiani.

I più intelligenti, che non sono quelli che sanno già tutto, dovrebbero farlo interpellando gli italiani. Dovrebbero essere il Governo e altre rappresentanze nazionali a dare il segno della volontà di consultare gli italiani con una serie di approfondimenti sia sugli strascichi della pandemia, sia sui modi per uscirne. Gli italiani, magari per campione, non solo i propri fedeli, vanno consultati.

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