SCENARIO/ Folli: solo il patto per il Colle metterà fine al governo Conte

- int. Stefano Folli

Le pressioni di Iv su Conte sembrano rientrate, ma non è così. Ora Renzi aprirà il capitolo Servizi segreti. Il governo si è esaurito, ma Conte resterà in sella fino a luglio

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Le esigenze dei partiti e i telefoni europei: sono i due binari della mediazione di Conte in queste ore. Lunedì il capo del governo ha incontrato le delegazioni di M5s e Pd, in agenda la squadra di controllo del Recovery Plan, che Conte non intende lasciare in mano all’apparato ministeriale: i fondi sono condizionati ai progetti che piacciono a Bruxelles e il premier sa che il suo futuro politico dipende dal riuscire a condurre entrambi in porto. In quella che in altri tempi si sarebbe chiamata verifica di governo, l’ostacolo maggiore era l’incontro di ieri con Italia viva. “La task force che c’era prima nel testo oggi non c’è più”, ha detto Teresa Bellanova, soddisfatta, al termine dell’incontro. Conte sa di essere in difficoltà, perché anche il Pd è scontento e un nuovo equilibrio non è ancora stato trovato.

La partita non finirà con una soluzione-tampone sul Recovery, dice Stefano Folli, editorialista di Repubblica. “Conte è logorato e l’esperienza del centrosinistra con lui alla testa si è conclusa”. Il suo vantaggio “è che oggi non c’è una soluzione alternativa che possa convincere il capo dello Stato”. Tutto, però, potrebbe cambiare in vista del semestre bianco. E non solo in Parlamento.

Il logoramento renziano di Conte sta funzionando?

Secondo me sì. Non perché a farlo sia Renzi, ma perché nel governo ci sono delle contraddizioni che sono venute al pettine. Renzi si è soltanto inserito in un movimento in atto.

Qual è la più macroscopica?

Quella che riguarda la gestione del Recovery Plan. Il modo in cui Conte l’aveva prospettata richiedeva una presenza molto più autorevole del presidente del Consiglio e l’accentramento della gestione. Questo non è stato possibile e Renzi, dando voce anche ai sentimenti del Pd, ha rotto il sipario.

Dopo l’incontro di Conte con Italia viva, Bellanova ha detto che la task force di prima non c’è più, è superata. Lei che ne pensa?

Io non sono sicuro che la fine della task force di Conte per gestire i fondi in solitudine ceda il posto ad una soluzione migliore. Ho l’impressione che l’operazione di Renzi riporti i partiti ad avere voce in capitolo sulla gestione dei fondi. Sappiamo però che l’Ue sarà molto attenta a come saranno gestiti.

Si può già fare un bilancio politico della vicenda?

Non si può dire come finirà, però il governo è in affanno. Nessuno vuole regalare a Renzi un successo politico, e alla fine si cercherà un compromesso, ma questa fase ci dimostra come la stagione del centrosinistra a guida Conte sia ormai esaurita.

Quindi?

Intanto il governo andrà avanti per forza di inerzia, trovando un compromesso sul Recovery o sul controllo dei Servizi, altro punto molto delicato.

Dunque Renzi non si fermerà al Recovery.

Se Conte vorrà rimanere dov’è adesso dovrà cedere parecchie cose. Compresa la delega sui Servizi. E il Pd, su questo punto, è d’accordo.

Il capo del governo potrebbe ancora invertire il processo di logoramento?

Difficile che Conte possa arginare l’operazione di Renzi. Soprattutto perché dietro Renzi c’è una parte del Pd. La politica ci insegna che se uno dimostra di essere debole, i suo avversari non si fermano, ma vanno avanti con più determinazione.

Il rimpasto è ancora una possibilità?

Se rimpasto vuol dire cambiare due ministri di seconda categoria, non significa nulla. Se invece vuol dire affiancare a Conte due vicepremier-carabinieri, allora è un commissariamento del governo. E Conte non potrebbe accettarlo, perché sarebbe premier solo di nome.

Che senso dare all’ultima uscita di Franceschini? Al voto se si apre la crisi, ha detto al Corriere il capodelegazione Pd al governo.

È un tentativo di fermare Renzi sulla via della crisi di governo. Tenendo presente che Franceschini vorrebbe più di tutti gli altri che nei prossimi mesi le cose cambiassero il meno possibile. Ha smosso le acque del dibattito politico, ma la sua non è una prova di grande forza.

Perché?

Perché nessuno sa cosa potrebbe succedere se si dovesse aprire la crisi del governo Conte. E la minaccia di elezioni anticipate vale forse oggi, con mille “forse”, ma tra 5-6 mesi non vale più, perché si apre il semestre bianco.

E quel “Conte contro Salvini e ce la giochiamo”, in caso di voto?

Questo penso che sia vero, perché non siamo più nell’estate del 2019, Salvini è più debole di allora e un’ipotesi Conte contro Salvini potrebbe non risultare punitiva per il centrosinistra.

Insomma la debolezza dell’arma puntata da Franceschini starebbe nel fatto che con il semestre bianco si chiudono i giochi.

Quelli del voto sì. Non quelli del governo.

Allude all’ipotesi di un altro governo in questo parlamento sostenuto da una diversa maggioranza?

Franceschini la nega. Senza il Pd, non ci può essere un altro governo.

Nemmeno quello di Salvini?

Quella di una maggioranza di centrodestra più alcune truppe sparse è un’ipotesi di cui finora Mattarella non ha mai voluto sentir parlare. Il vantaggio di Conte e di chi lo sostiene è che oggi non c’è una soluzione alternativa che possa convincere il capo dello Stato.

Oggi non c’è. Ma domani?

Può darsi. In 15 giorni potrebbe emergere qualcosa di nuovo che cambia il quadro ma che adesso non sappiamo.

Lei però ha lasciato intendere che la partita del governo resta sempre aperta. In che senso?

Tra sei mesi, quando il rischio dello scioglimento non ci sarà più, il discorso potrebbe cambiare. Se l’obiettivo è liberarsi di Conte prima che si arrivi a eleggere il nuovo capo dello Stato, c’è tutto il tempo, a metà luglio, quando il Covid sarà meno urgente, di aprire una crisi. A quel punto anche lo scenario di un governo raccogliticcio, che oggi non è alle viste, diventa plausibile. È solo un’ipotesi, naturalmente.

Come si giustifica?

Proprio perché non sarà più possibile sciogliere il parlamento, potrebbe risultare più facile cambiare la maggioranza. La tentazione, irresistibile per tutti i partiti, sarebbe quella di parlare del nuovo governo e di chi mandare al Colle.

Gli italiani sono sempre più insofferenti. Potrebbero arrivare ad un rifiuto netto del governo e delle sue misure?

Sì, è possibile.

Perfino i fautori di misure più aspre, tra governo e Cts, in occasione dell’ultimo decreto avrebbero avuto delle remore. Dopo c’è solo la piazza?

È uno scenario drammatico ma possibile. In primavera la situazione economica potrebbe essere esplosiva. Il monito di Draghi e del G30 non ha avuto l’eco che meritava e si capisce perché: “in molti settori e Paesi siamo sull’orlo del precipizio in termini di solvibilità”, è l’analisi. La chiusura di molte Pmi sarebbe un detonatore spaventoso per la nostra convivenza civile. A questo va aggiunto che i ristori del governo sono stati un tampone assolutamente insufficiente.

Si fa ripetutamente il nome di Draghi anche per la guida del governo.

Draghi può essere imposto dalle circostanze, in tempi e modi che adesso non possiamo prevedere. E secondo me, in questo momento, le circostanze non ci sono.

(Federico Ferraù)

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