VISTO DAL COLLE/ Le due ipotesi di Mattarella per il dopo Conte (pensando a Scalfaro)

- Anselmo Del Duca

Rostato (Iv) è tornato ad avvertire Conte, che ha indetto nuove consultazioni con i partiti sul Recovery. Il Colle osserva e mette i suoi paletti

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Giuseppe Conte con Sergio Mattarella (LaPresse)

La frase più maligna che i retroscena hanno attribuito a Renzi nelle ultime settimane è quel “adesso lo cuciniamo a fuoco lento” che suona come una campana a morto per il premier. E la domenica sembra confermare la strategia del logoramento. In un continuo gioco di stop and go tocca a Ettore Rosato la randellata del giorno, un “Conte ricostruisca la fiducia, oppure il governo è finito”, davvero sinistro e minaccioso.

Fa sul serio Renzi, oppure si tratta del suo ennesimo penultimatum? La risposta non è facile. Mai però i toni si sono alzati a tal punto di sparare su Palazzo Chigi bordate come: “Italia viva non sopporta uomini soli al comando”. In settimana il faccia a faccia fra Conte e il suo predecessore è stato breve e interlocutorio. Il problema della verifica è stato rinviato in nome di una tregua di facciata necessaria a concludere una sessione di bilancio che o finirà a colpi di voti di fiducia sotto l’albero, oppure scivolerà inavvertitamente nell’esercizio provvisorio (non accade dal 1988), tanto è il ritardo che si è accumulato in Parlamento.

Con il nuovo anno la questione del rilancio del governo non sarà più rinviabile, e andrà a braccetto con la definizione del piano nazionale sul Recovery Plan, vero oggetto del desiderio della politica e dei poteri forti. Renzi ha fatto capire chiaro e tondo che non lascerà gestire a Conte questa fase in splendida solitudine, contestando forma e sostanza. Ma è rimasto solo. Nella prima fase delle critiche al presidente del Consiglio la sintonia con il Pd era evidente. Oggi, invece, dal Nazareno partono segnali di pace: no alla crisi, no al rimpasto, dividiamo la questione del Recovery dalle prospettive del governo, sono le posizioni espresse dai fedelissimi di Zingaretti. E contrari al rimpasto si dicono anche LeU e, soprattutto, i 5 Stelle.

Conte cerca di giocare d’anticipo, raccoglie il suggerimento dem e annuncia la convocazione di un confronto sul piano da presentare all’Europa. Di nuovo incontri con le singole delegazioni. Ma il tentativo di uscire dall’angolo sbatte contro un gelido “a noi non ci ha chiamato nessuno, così si rischia” dei renziani doc.

Strada in salita, quindi, per un governo sempre più in affanno. Uno scenario tempestoso di cui il Quirinale è perfettamente cosciente, con preoccupazione in crescita esponenziale, ma anche con alcuni punti fermi.

Il primo è che si fa un gran parlare di Draghi, ma il M5s, tuttora partito di maggioranza relativa in parlamento, non sarebbe in grado di reggere un governo tecnico. Andrebbe in mille pezzi. Può votare solo Conte, o al massimo un poco probabile Di Maio premier.

La subordinata è un rimpasto, o un vero e proprio Conte 3. La linea di discrimine è sottile. Mattarella può tollerare la sostituzione di uno o due ministri, ma oltre quel livello è necessario un nuovo voto di fiducia in parlamento, oppure l’apertura di una crisi formale. Roba da stomaci forti, con il rischio che tutto precipiti.

I paletti del Colle a un rimpasto hanno spiegazioni precise: l’Italia non può permettersi un lungo vuoto decisionale, nuovi ministri hanno bisogno di tempo per entrare nei meccanismi proprio in una fase in cui bisogna muoversi in fretta. Ecco perché le caselle chiave (Gualtieri, Speranza, Amendola, in particolare) sarebbe meglio non toccarle.

Altri segnali precisi dall’entourage presidenziale fanno capire che di formule politiche in questa legislatura se ne sono viste già abbastanza. Prima giallo-verde, poi giallo-rosso. Spazio per altre alchimie non ce ne sono, neppure per quel governo-ponte evocato da Salvini, sostenuto dal centrodestra e da un robusto reparto di responsabili (ne servono almeno 50 alla Camera e 20 al Senato), da reclutare soprattutto fra gli ex 5 Stelle. Non sarebbe una maggioranza politica, si spiega, evocando quelli “autocovoncati dalle 7”, che nel 1993 sotto la guida di Marco Pannella tentarono di allungare la legislatura nel vuoto dei partiti della prima repubblica in decomposizione. Scalfaro non li ritenne adeguati a evitare lo scioglimento delle Camere. Mattarella fa capire di pensarla allo stesso modo.

Alla fine lo scontro che conta sarà quello fra Conte e Renzi. Rischia di non essere breve, e di non fermarsi neppure per le feste. Ed è difficile che vada avanti all’infinito. Al Quirinale osservano preoccupati, e si preparano a qualunque scenario, anche ai peggiori.

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