SCENARIO/ Il filo rosso che lega inflazione, debito e transizione green

- Giovanni Ricci

Una transizione green unita a un’alta inflazione è in grado di ridurre i consumi nei Paesi più sviluppati e di ridurre il livello dei debiti pubblici

Eolico inquinamento fumo Lapresse1280 640x300
Lapresse

Sappiamo che al momento attuale, per quel che riguarda l’intero pianeta sul quale viviamo, la somma netta di tutti i debiti pubblici degli Stati equivale a circa 88.000 miliardi di dollari; al tempo stesso, una stima approssimativa dell’intero Pil mondiale e il più possibile valutato al netto di duplicazioni è intorno agli 88.000 miliardi (questo anche al di là delle complicazioni da Covid-19).

Come si può intendere immediatamente dai due aggregati di cui sopra, il totale dei debiti pubblici mondiali si può ragionevolmente conteggiare al 100% della sommatoria dei Pil di tutti gli Stati del mondo; è del tutto evidente che il rapporto in oggetto è anche sotteso a varianza incredibile, a dirsi meglio, Stati con debiti pubblici del 220%, fino a estremi inferiori quasi nulli (anche se si tratta di piccolissimi Stati, nonché paradisi fiscali).

Se prendiamo spunto, ad esempio, dal Patto di stabilità europeo, così com’è oggi, una regola aurea sarebbe perlomeno un rapporto dedito pubblico/Pil del 60% come valore massimo, quindi per i numeri che stiamo presentando occorrerebbe al momento un ammontare di Pil mondiale di circa 146.000 miliardi di dollari, o al contrario una somma di tutti i debiti pubblici pari a circa 53.000 miliardi di dollari. A livello mondiale, se soddisfatta tale condizione, in una maniera o nell’altra, ci sarebbe grande stabilità e ordine progettuale e condiviso. Del tutto ovvio, che i politici e gli imprenditori di tutti i Paesi del G20 preferirebbero, e di gran lunga, la prima delle ipotesi, a dirsi un Pil mondiale pari a 146.000 miliardi di dollari (reale e non inflazionato, se non in minissima parte), in quanto ciò verrebbe fuori in 10 anni con crescite del 5,2%, annuo e in 20 anni con crescite del 2,6% annuo circa.

Questo fatto darebbe fiato, e di gran lunga, allo sviluppo di tutti: Paesi poveri e generazioni future; e ultimamente si tende a credere che la transizione energetica, in buona sostanza, dopo un’implementazione difficoltosa e gravosa, sarebbe l’unica a poter permettere questi risultati. Personalmente, credo che sia una pia illusione, almeno fino a quando l’idrogeno non potrà essere utilizzato in modo sicuro; si faccia mente che oggi il problema del malfunzionamento di una caldaia a gas riguarda l’appartamento di riferimento o al limite, nei casi più sciagurati, l’intero condominio, con conseguenze, quando sono gravi, delle più nefaste per le persone interessate; l’idrogeno, invece, al momento se facesse funzionare una caldaia di un condominio e andasse in avaria grave, sarebbe in grado di creare nocumento ai 20 stabili esterni più vicini a quello della caldaia in oggetto. Insomma, nel tirare le righe, si può affermare che il problema odierno dell’utilizzo di idrogeno è la sua pericolosità senza se e senza ma, lontanissima dalla sicurezza odierna del legno, del carbone, del gas, ecc. Perciò pensare oggi alle energie rinnovabili come fonte di crescita è più utile per un componimento poetico che per un progetto di sviluppo; la transizione verde sta vivendo degli allori forniti a essa da profondissime e irrazionali paure (o comunque non scientificamente solide) del cambiamento climatico violento e irreversibile dato dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Lo si deve sottolineare con forza: i modelli scientifici di variazione climatica della troposfera e della stratosfera e in subordine anche della litosfera danno l’influsso della componente entropica (a dirsi cioè la vita sul pianeta in tutte le sue forme) non superiore all’1%, e quindi ciò che sorregge le argomentazioni causative del cambiamento climatico sono dimensioni e argomentazioni euristiche ma al momento non scientifiche. Il discorso si avviluppa quindi sugli effetti, e su tale fronte l’enormità di tanti inquinamenti, dagli ambientali, a quelli delle foci, dei mari, dei terreni, e poi gli incendi, e in successioni le bolle di calore su territori vasti della litosfera, crea il sostrato emotivo e scientifico per intervenire.

Sarebbe troppo tardi attendere oltre lo svilupparsi di queste dinamiche, e pertanto, sia con fanatismo ideologico, sia con atteggiamento pratico, tagliare in maniera drastica le emissioni di CO2 nell’atmosfera non farebbe male. Se serve trovare perciò un punto d’incontro tra tutte le articolazioni della società e tocca trovarlo, alla fine troviamolo tutti insieme, ma lasciamo spazio però a ogni voce critica e soprattutto alle ricerche scientifiche innovative e scomode; in fin dei conti un tessuto sociale per funzionare in maniera armoniosa ha bisogno del robusto convincimento di appartenenza di ogni singolo membro, sennò le derive alla No Vax sono sempre dietro l’angolo.

Si crei allora un percorso e un progetto condiviso a livello internazionale, dove le posizioni distanti trovino un accordo onorevole: da quelle pragmatiche e scettiche come la mia, a quelle altrettanto nobili e importanti degli ambientalisti puri e duri.

E qui ritorna l’aggancio ai debiti pubblici e alla crescita, in quanto tutto questo per i poveri e per le generazioni future, ma anche per la nostra non è che si sia fuori del tutto dalle prebende e dai doveri: deve avvenire con un drastico rimidensionamento dei debiti. Qui in maniera più precisa e puntuale c’è un aggancio sinistro ed efficace con l’inflazione, ma un’inflazione dal 5% annuo all’insù, in quanto in tema di equivalenza ricardiana, questa inflazione eliminerebbe tutte le rendite parassitarie in circa 15 anni e porterebbe i debiti pubblici, crescita o non crescita, al 40-50% perlomeno dei Pil.

Qui si opera anche l’aggancio fascinoso e velenoso con le tematiche ambientali e della transizione energetica, in quanto questo tipo di percorso inflazionistico abbatterebbe in modo intenso i consumi privati, a dirsi un ritorno all’indietro, precisamente non so per quali valori, ma sicuramente un drastico abbattimento di consumi nei Paesi più ricchi, e innalzamento in quelli poveri.

Devo essere onesto fino in fondo: sono scettico sulle crescite miracolose da Piani Marshall, in quanto il mondo, soprattutto a livello antropologico, non è più quello della fine della Seconda guerra mondiale, e un’immagine dà potente il significato di questa affermazione: la gente era abituata a mangiare pane, acqua, frutta e pochissimo altro per periodi interi; volgo lo sguardo in questo preciso istante a me e a tutti quelli che mi stanno intorno e mi viene da ridere. Quindi, debiti pubblici, inflazione e transizione energetica possono essere accomunati da un’idea progettuale di fondo: drastica riduzione dei consumi privati nei Paesi del G20, e invece incremento dei consumi in quelli poveri.

Sebbene, lo devo ammettere a livello personale, è un’immagine tutt’altro che piacevole e sottoscrivibile, devo però sottolineare che se nella società a venire di questi anni si infonde da parte di tutte le istituzioni pubbliche, private e religiose, l’idea forte e motivata nonché motivante di una fratellanza da spingere più avanti, a discapito delle proprie comodità di stretto giro quotidiano, credo che a poco a poco tutti riusciremmo a entrare in un nuovo modello antropologico.

Gli esempi soccorrono a dare chiarezza: se in un mese oggi Tizio mette in moto l’auto 200 volte per tutte le esigenze della sua vita quotidiana, in questo nuovo percorso la metterà in moto 50 volte, e così quindi per tutti i consumi in una sequenza indefinita di riduzioni e rimodulazioni.

Però, il mio scetticismo mi fa credere molto poco a queste immagini, anche se la mia sensibilità non le dà per impossibili. Mi fa credere invece il mio scetticismo che un altro degli aspetti per i quali stia iniziando a far capolino l’inflazione è che ci siano in giro troppi debiti (privati e pubblici) non onorati alle scadenze, e l’entrata in campo della transizione energetica nell’agenda politica si traduce, secondo me, in un tentativo di inflazionare in un modo o nell’altro i debiti degli Stati. Anzi, se le situazioni lo richiederanno a veri e propri consolidamenti, che di fatto in epoca decennale di tassi zero sono avvenuti in pratica.

C’è bisogno di politiche economiche visionarie e di vedute geostrategiche, che come già illustrato altre volte secondo me costituiscano l’ossatura di fondo per un mondo nuovo: accordo Usa-Russia sui dossier più scottanti. A mio parere, queste due nazioni, mai come oggigiorno, hanno addosso la responsabilità del pianeta e hanno quindi il dovere per tutto il mondo di accordarsi: nucleare, armi iper cinetiche, Ucraina, Taiwan, petrolio, gas, fame nel mondo, fenomeni dell’inquinamento ambientale del pianeta, ecc.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA