SCENARIO/ Le carte di Tria per Bruxelles pronte a far saltare il governo

- Stefano Cingolani

Tria potrebbe convincere l’Ue sacrificando la flat tax, facendo così infuriare la Lega. A Bruxelles non dispiace poi il voto anticipato

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Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

La settimana che si apre vede il Governo italiano impegnato in una doppia trattativa con la Commissione europea uscente. Il primo negoziato è di natura tecnica, il secondo tutto politico. L’obiettivo è evitare una procedura d’infrazione che il Governo italiano non si può certo permettere, ma che non farebbe bene nemmeno all’Unione Europea che esce dalle elezioni parlamentari. Sul piano tecnico, la Commissione ha ragione; su quello politico sbaglierebbe a impuntarsi e ingaggiare uno scontro frontale con l’Italia.

Vediamo innanzitutto i conti. Qui c’è poco da dire, l’Italia non ha rispettato gli obiettivi e ha evitato (se non esplicitamente rifiutato) di ridurre il debito pubblico. Occorre recuperare tra 8 e 9 miliardi di euro, su questo è d’accordo anche Giovanni Tria. Il ministro dell’Economia si dice anche disposto ad aggiustare il bilancio, purché non lo si chiami manovra bis. Sul come e sul quando vuol discutere con i commissari, il francese Pierre Moscovici (che a parole sembra il più malleabile) e il lettone Valdis Dombrovskis che chiede “una correzione sostanziale”.

Il ministro italiano pensa di convincere i suoi interlocutori europei che quest’anno ci sono margini di manovra pari a circa 4 miliardi. Il deficit che secondo il Documento di economia e finanza era previsto al 2,4% del Pil si sta spontaneamente riducendo a 2,1% grazie a un aumento delle entrate superiore al previsto. E poi c’è il “tesoretto” che deriva dalle minori spese per il reddito di cittadinanza e per quota 100 che si sono dimostrate misure più modeste del previsto. Tutto questo verrebbe certificato dal lato delle entrate con l’assestamento del bilancio a fine mese e dal lato della spesa con un ricalcolo da effettuare prima dell’Ecofin del 9 luglio, quando i ministri delle finanze dovranno decidere il da farsi. In ogni caso, siamo solo alla metà di quel che ci sarebbe bisogno. Il resto Tria conta di metterlo nella Legge di bilancio che andrà varata il prossimo autunno.

Certo, ciò va ad aggravare una manovra per il 2020 che si presenta già particolarmente pesante con i 23 miliardi necessari per evitare l’aumento dell’Iva imposto dalle clausole di salvaguardia, senza calcolare i 14 miliardi stimati per introdurre la flat tax. Il ministro dell’Economia conta di presentare un disavanzo ridotto dello 0,3% e un deficit strutturale (cioè al netto degli ammortizzatori congiunturali) anch’esso migliore del previsto. Il che dovrebbe frenare il debito e rabbonire la Commissione. Tria calcola che anche l’anno prossimo gli esborsi per reddito di cittadinanza e pensioni saranno inferiori al previsto, poi ci saranno un po’ di risorse ricavate dalla revisione della spesa e altre dal taglio alle tax expenditures (compresi i renziani 80 euro).

Questa lista non prevede allo stato attuale le coperture per la flat tax. Di qui gli attacchi della Lega a Tria, soprattutto dal loquace Claudio Borghi che sbandiera la priorità della politica sulla tecnica. Ciò fa pensare che gli sforzi del ministro dell’Economia possano essere frustrati dall’interno e dall’esterno, cioè da una conflittualità politica italiana che sembra sfuggire al controllo e da una volontà comunque punitiva da parte della Commissione europea.

Proprio la variabile politica appare la più pericolosa. Né la Lega né, tanto meno, il Movimento 5 Stelle hanno deciso se è possibile (e se conviene) continuare con questa guerriglia continua che impedisce di governare. Salvini è tentato dal mettere a frutto l’onda lunga a lui favorevole. Il via libera di Beppe Grillo a far cadere il vincolo dei due mandati mette al sicuro Luigi Di Maio e toglie uno dei principali ostacoli a elezioni anticipate. Nessuno dei due capi partito, però, vuole provocare la crisi. Giuseppe Conte ha già fatto capire che potrebbe fare da agnello sacrificale, rimettendo il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Lo stesso Mattarella, secondo alcuni osservatori, potrebbe essergliene grato perché il Quirinale guarda con crescente preoccupazione a questo endemico non governo. In autunno si vota in una regione chiave come l’Emilia-Romagna che Salvini vuole strappare alla sinistra, facendo così l’en plein nel nord, quindi la campagna elettorale permanente non è affatto finita. Anzi. A questo punto non è meglio andare alle urne per ridisegnare il Parlamento?

È una convinzione che si sta facendo strada anche a Bruxelles. Tutti pensano che l’Italia così non possa andare avanti e molti sono convinti che sarebbe meglio un governo omogeneo, di centro-destra, pur guidato da Salvini che certo non piace né ai popolari né ai liberali, per non parlare dei verdi e dei socialisti (cioè i partiti che hanno in mano gli equilibri politici dell’Unione Europea). Può darsi, dunque, che questo calcolo politico spinga non solo la Commissione ormai scaduta, ma i governi a fare il viso dell’arme per accelerare lo showdown in Italia. È già successo in quel terribile 2011 quando cambiarono in un solo anno i governi di cinque paesi (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia) sia con elezioni anticipate sia come in Italia con operazioni di palazzo. La differenza però è che allora l’effetto domino politico seguiva una reazione a catena economico-finanziaria che metteva in discussione l’intera zona euro. Oggi il malato è uno solo, l’Italia, e una cura drastica, da cavallo, potrebbe avere conseguenze micidiali.

A Roma c’è un Governo formato da due partiti euroscettici, e una crisi politica ed economica, indotta o anche accelerata dall’esterno, avrebbe l’effetto di rendere ostile all’Unione Europea la maggioranza degli elettori, quelli di destra, ma anche molti di sinistra. Una legislatura europea che dovrebbe essere riformatrice si aprirebbe con un conflitto catastrofico. Le forze politiche europeiste hanno stoppato per il momento la marcia euroscettica promettendo il cambiamento, quindi dovrebbero pensarci bene, due o anche più volte, prima di indossare il cimiero e sfoderare la spada.

La via migliore è la trattativa, la sola che possa mettere in luce anche le contraddizioni dell’alleanza nazional-populista. Ancora una volta, bisogna dare retta a Machiavelli: per governare serve l’astuzia della volpe non solo la forza del leone.

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