SONDAGGI/ Italiani più positivi verso la scienza? Forse. Ma i luoghi comuni restano in agguato

- Mario Gargantini

Secondo i dati contenuti nel sesto rapporto del Centro Ricerche Observa – Science in Society, molti italiani ignorano le conoscenze scientifiche scolastiche di base, ma sono sempre di più quelli convinti che «solo la scienza può dirci la verità sull’uomo». Come interepretare la ricerca? Ce lo spiega MARIO GARGANTINI

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Alla domanda se siano più grandi gli atomi o gli elettroni, due terzi degli italiani rispondono candidamente che sono più grandi gli elettroni; mentre un buon 40% ritiene che il Sole sia un pianeta. Sono solo due delle perle che emergono dai dati rilevati dall’Osservatorio Scienza e Società e contenuti nel sesto rapporto del Centro Ricerche Observa – Science in Society, riportato e commentato nell’Annuario Scienza e Società 2010 pubblicato da Il Mulino a cura di Massimiano Bucchi e Federico Neresini.

Il Centro Observa conduce un monitoraggio permanente sul rapporto tra i cittadini e la scienza e sulla copertura di temi scientifici e tecnologici nei media italiani e non manca di rivelare sorprese e situazioni interessanti. L’analisi dei dati del 2009 in verità non presenta risultati particolarmente sconvolgenti, anche se basterebbero le due risposte sopra indicate per gettare un’ombra pesante sulle nostre scuole e su tanta cosiddetta divulgazione.

In verità, l’esame più dettagliato dei risultati mostra un lieve miglioramento della situazione rispetto all’anno precedente, una leggero aumento delle conoscenze e una certa maggior predisposizione della gente a sviluppare atteggiamenti positivi nei confronti della ricerca scientifica. Sono anche in fase di crescita le visite a musei e mostre scientifiche e la partecipazione a eventi quali festival, conferenze e dibattiti pubblici su questioni legate alla scienza e alla tecnologia.


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C’è di che rallegrarsi? Non troppo. È ancora presto per poter segnalare l’inizio di un trend di recupero e sono ancora troppi gli indicatori di tendenze ambivalenti e contraddittorie. C’è un 69,3% preoccupato perché la scienza e la tecnologia cambiano troppo velocemente il nostro stile di vita; e un 67,9% convinto che se non si è sicuri che una nuova tecnologia sia del tutto innocua sia meglio fermarla completamente.

Con percentuali non molto diverse (67,7%) c’è però chi ritiene che i benefici della scienza siano maggiori dei possibili effetti negativi; è c’è ancora più della metà del campione (50.9%) che considera la scienza e la tecnologia responsabili della maggior parte dei problemi ambientali. Due ambiti tematici particolarmente monitorati, anche per la loro attualità, sono quelli energetico-ambientale e quello della bioetica. Sul primo c’è la conferma della crescente consapevolezza della necessità di incentivare la ricerca sulle energie rinnovabili; mentre, stranamente, diminuisce (di oltre il 5%) l’importanza attribuita agli investimenti in ricerca sui cambiamenti climatici.

A questo proposito può sorprendere la drastica riduzione (dal 90% del 2007 al 71,7%) della percentuale di sostenitori del surriscaldamento del clima terrestre. Come pure potrà stupire il mutamento di opinione nei confronti dell’energia nucleare, che è cresciuta tra le priorità di investimento e registra una crescita degli atteggiamenti favorevoli mentre è addirittura passata in secondo piano (dal 17% al 7%) la preoccupazione per la localizzazione degli impianti. Sul versante che gli estensori del rapporto chiamano “le sfide bioetiche”, ci sono molti dati che richiederebbero un attento approfondimento. Sembrerebbero diminuiti i contrari alla fecondazione medicalmente assistita (dal 25% del 2002 al 12,5%) e, secondo il campione, per due italiani su tre “è giusto utilizzare tutte le possibilità che la scienza offre per avere un figlio”.

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Anche sulla opportunità di condurre ricerche sulle cellule staminali embrionali, le opinioni sono cambiate: nel 2005 si registrava un terzo di contrari mentre ora la percentuale è scesa a circa il 17%. Mentre permane un giudizio decisamente negativo sulla possibilità che, in futuro, attraverso le tecnologie riproduttive i genitori possano scegliere alcune caratteristiche biologiche dei propri figli, quali ad esempio il sesso: l’89,3% si dichiara poco o per nulla d’accordo con tale eventualità.

 

 

Tra tutti gli altri dati del rapporto, una considerazione particolare meritano alcune risposte relative ai livelli più culturali: come quelle di più della metà del campione (59%) che ha dichiarato che “solo la scienza può dirci la verità sull’uomo e sul suo posto nella natura”; o quella di una percentuale simile (59,3) che insiste sul luogo comune che “in Italia la religione limita troppo la libertà degli scienziati”. Queste considerazioni ci riportano alla questione più generale, sollevata dal dato sintetico del rapporto, cioè l’incremento di atteggiamenti positivi verso la scienza.

Dietro la analisi e i dati statistici, affiora prorompente una domanda: da dove può venire questa positività? dove trovare la molla che fa scattare un’attrattiva e un impegno? Qui le indagini sociologiche non bastano più. E anche le risposte più comuni appaiono insufficienti: non è il semplice aumento delle conoscenze che può sostenere l’interesse; come pure non basta presentare ricerche e scoperte in forma semplificata e accattivante. Ci vuole di più, ci vuole altro. Qualcosa che riguarda più profondamente la persona e ha a che fare col modo con cui ci poniamo di fronte alla realtà tutta, con totale apertura e sguardo attento e disponibile a rintracciare ovunque segni di qualcosa di più grande.
 

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