SCIENZ@SCUOLA/ Percorsi verticali nell’insegnamento della Biologia

- Maria Cristina Speciani

Si può fare a scuola una esperienza di conoscenza della realtà naturale secondo il metodo e il linguaggio propri della scienza? Una proposta di percorsi di biologia in verticale.

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Per «fare scuola» in un mondo che propone continuamente nuovi modelli e strategie didattiche bisogna avere alcuni riferimenti chiari.
Anzitutto che è possibile attuare, nella scuola, un’esperienza di conoscenza della realtà naturale secondo metodi e linguaggi propri della scienza. Poi che occorre procedere con gradualità, rispettando la capacità di comprensione degli studenti, pena il ricorso a un apprendimento puramente mnemonico, privo di significato.
«Fare scienza a scuola», la prospettiva didattica nata nei primi anni Settanta dal confronto tra insegnanti di diverse discipline scientifiche, più volte documentata su questa rivista, viene presentata nei suoi termini essenziali e con esempi di percorsi verticali in Biologia e con particolare attenzione al corpo umano. A dimostrare che il metodo è utile a tutti i livelli di scolarità. 

«Fare scienza a scuola» è un modo di insegnare/studiare che parte dalla convinzione che la conoscenza scientifica avviene nell’incontro con la realtà naturale e propone un cammino di scoperta in cui gli studenti, protagonisti insieme agli insegnanti, sperimentano il metodo con cui procede la scienza.1
È «controcorrente» rispetto all’idea – di stampo costruttivistico – che il sapere scientifico sia una costruzione sociale (organizzazione delle impressioni sensoriali) e non una raccolta e organizzazione di dati di realtà.2 È controcorrente anche perché è nato sul campo, per rispondere in modo adeguato a esigenze formative, e smentisce la diffusa concezione che si educa applicando modelli e teorie pedagogiche studiate a tavolino.
In una storia che ha messo in campo competenze in diverse aree disciplinari (Fisica, Biologia, Chimica eccetera) anche all’interno di gruppi di lavoro nazionali, le categorie portanti di questo metodo si sono dimostrate valide in tutti i livelli dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado.
In questo contributo le illustro rapidamente perché sono facilmente reperibili nella vasta documentazione di percorsi realizzati pubblicati su questa rivista (Cfr.: Indicazioni bibliografiche [1] [2] [3]) oppure nei diversi workshop organizzati dalla Associazione Culturale “Il rischio educativo” (www.formazioneilrischioeducativo.org) oppure ancora nelle Guide per gli insegnanti che corredano il sussidiario Alla scoperta del mondo pubblicato da Itaca edizioni, in cui la parte di scienze è costruita con gli stessi criteri, e che si trovano all’indirizzo www.lacetra.it.

Ma il punto su cui vorrei attirare l’attenzione, anche come proposta di sperimentazione e di discussione nelle scuole, è la possibilità di «modulare» i passi fondamentali del metodo a diversi livelli di scolarità sia rispetto ai contenuti – gli argomenti – che si sviluppano di anno in anno sia rispetto alla capacità di pensiero, di attenzione, di riflessione degli studenti.

Nel dibattito che si è sviluppato per la stesura di curricoli verticali da parte delle singole scuole, a partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione 3, la gradualità richiesta per la formazione scientifica e prevista dal «fare scienza a scuola», ha offerto molti spunti e occasioni di riflessione. Abbiamo delineato e sperimentato percorsi verticali confermando che il metodo è flessibile, perché rispetta la storia della scienza e la dimensione sperimentale delle discipline ed è fruttuoso perché aiuta a conquistare, durante il corso degli studi, uno sguardo unitario sulla realtà.
In questo contributo presento i termini essenziali di una proposta riferita alla Biologia e in particolare al corpo umano.


«Fare scienza» a scuola: il metodo dell’esperienza

Studiare/insegnare scienze è «fare scienza», ossia sperimentare il modo con cui procede la scienza: porre domande e cercare risposte, stabilire relazioni tra gli oggetti e i fenomeni, raccontare le proprie scoperte. Impostare la didattica secondo questi passi capovolge lo schema definire-memorizzare ancora terribilmente diffuso in una scuola che si preoccupa di trasmettere informazioni complesse – magari anche frutto di scoperte recenti – senza badare alla capacità di comprensione degli studenti e senza fare riferimento al significato di una certa conoscenza nella storia della scienza.
Parecchi insegnanti vorrebbero sviluppare percorsi didattici articolati attorno agli aspetti sperimentali e storici delle scoperte scientifiche, ma – sostengono – l’esigenza di «svolgere tutto il programma» condiziona le scelte e costringe ad affastellare concetti a volte semplicemente definiti.
A questo proposito va però notato che le Indicazioni Nazionali, quelle per il primo ciclo dell’istruzione, ma anche quelle per il Licei, non dettagliano gli argomenti da svolgere, ma indicano dei «traguardi» da raggiungere lasciando agli insegnanti una certa libertà nell’organizzazione di percorsi che rispondano alle esigenze formative. Purtroppo, spesso i programmi sono stabiliti semplicemente seguendo gli indici dei libri di testo.
Invece, a ogni livello di scolarità, occorre partire da esperienze concrete (come anche consigliato nelle Indicazioni Nazionali), da qualcosa che uno studente può vedere e toccare con mano per esempio un fenomeno a livello macroscopico e/o a livello cellulare con semplici microscopici didattici.

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Maria Cristina Speciani(Membro della Redazione della rivista Emmeciquadro, già docente di Scienze Naturali nei licei, autore di libri di testo)© Pubblicato sul 

n° 83 di Emmeciquadro







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