SCONTRO SUL DEBITO/ Ue, Monti e Visco, ultimo avvertimento a Salvini

- Stefano Cingolani

Anche se l’Italia dovesse evitare la procedura d’infrazione dell’Ue rischia di trovarsi in balia dei mercati con la manovra

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Matteo Salvini e Giovanni Tria (Lapresse)

Ci sarà o non ci sarà? Arriva la procedura d’infrazione oppure resteremo con questa spada di Damocle fino all’autunno? Il dilemma sembra chiaro a Matteo Salvini, il quale ha chiesto di anticipare la manovra come sfida al Movimento 5 Stelle da un lato e alla Commissione europea dall’altro. Lì per lì sembra un’altra palla lanciata in avanti (la tattica preferita dal leader leghista), ma questa volta rischia di finire davvero troppo avanti, tanto che nessuno andrà a raccoglierla. Anticipare la Legge di bilancio può essere opportuno, ma tutto dipende dai tempi e dai contenuti. E questo è esattamente il punto. Lo hanno sottolineato, ciascuno a suo modo, sia il governatore della Banca d’Italia, sia Mario Monti al convegno sull’innovazione organizzato dal Foglio sabato scorso a Venezia.

Per Ignazio Visco la questione fondamentale è la fiducia che vuol dire anche “la capacità di rispettare gli obiettivi; una volta che questi sono stabiliti non vanno cambiati continuamente”. Secondo il governatore, “il dubbio che il debito pubblico non sia ripagato è zero, ma credo anche che il rischio sia comunque percepito dai mercati. Se si alimenta la paura che la politica sia quella di distaccarsi dall’Europa, allora i mercati si assicurano contro questo rischio”.

Il governatore ha ricordato anche i punti di forza della nostra economia, dai quali ripartire: “Abbiamo partite correnti in avanzo, debito nei confronti dell’estero quasi azzerato, un debito privato basso. Il problema è il debito pubblico molto alto. Finora abbiamo sopperito col risparmio privato, ma se si percepisce che l’economia non cresce c’è il dubbio che il debito non sia ripagato”. Non solo: “Se nell’emissione di titoli pubblici paghiamo più di quanto non si paghi in Germania o in Spagna, allora questo si traslerà anche al settore privato, dalle banche alle imprese. E questo trasferimento rallenta la crescita dell’economia”.

Mario Monti vede il dilemma sotto un altro punto di vista. Se l’Italia subirà la procedura per violazione del vincolo di ridurre il debito pubblico, le conseguenze saranno pesanti. L’effetto immediato sarà un altro rialzo dello spread che sta attorno a 250 punti base, ciò vuol dire tassi del 2,5% superiori a quelli tedeschi. Il debito è caro e lo sarà ancora di più. Mentre la crescita, ormai è quasi scontato, rimarrà se tutto va bene attorno all’1,5% considerando anche l’inflazione. Il che solleva l’angoscioso interrogativo sulla solvibilità. A settembre le agenzie di rating dovranno valutare il debito italiano. Con una procedura d’infrazione aperta, con tassi crescenti e un Pil stagnante, quale sarà il loro giudizio? Un downgrading del debito (che oggi è in media due punti in più del junk) potrebbe innescare un effetto domino che dalle banche, piene di titoli di stato e, ancora, di crediti in sofferenza, ricadrebbe sulle imprese e sulle famiglie.

Ma se le sanzioni verranno evitate, sostiene Monti, “si farà strada la convinzione che è possibile continuare come prima, cioè espandere la spesa pubblica corrente con l’illusione di non avere più limiti”. Salvini dice che abbiamo già dato troppi miliardi all’Europa e addirittura sangue (non sappiamo a che cosa si riferisca, a quale martirio, a quale guerra, a quale catastrofe). È una delle sue tante iperboli, certo una delle più truculente. Il fatto è che non si può continuare come prima, far finta che si possa impunemente spendere e spandere senza subire conseguenze negative. “L’Europa non ci chiede soldi, non dobbiamo pagare nulla all’Ue più di quel che versiamo già. Bruxelles chiede che spendiamo meno e meglio. È una partita interna all’Italia e dell’Italia con i mercati finanziari”, sottolinea Monti. Interna perché si tratta di decidere a che cosa destinare le risorse disponibili, se alla spesa corrente o agli investimenti produttivi. Con i mercati per le ragioni che ha spiegato Visco.

Sia la Commissione europea, sia i mercati finanziari potrebbero accettare una politica economica che spinge davvero l’acceleratore sulla crescita degli investimenti (infrastrutture, innovazione, risanamento del territorio) per espandere la domanda interna e la produttività, anche se questo comportasse un ulteriore rinvio del pareggio del bilancio strutturale. Difficilmente potrebbe accettare un aumento del deficit per pagare ancora assegni assistenziali e pensioni.

Lo stesso vale per le imposte. Un Governo che metta mano alla giungla delle tasse con una riforma organica, come ha chiesto la Banca d’Italia, ha un potere negoziale con la Commissione europea e con gli altri paesi (perché saranno i capi di Stato e di governo a decidere il 9 luglio prossimo). Invece, una proposta confusa come la flat tax che non è piatta, che non ha una sola aliquota, che non può essere proporzionale perché anti-costituzionale, quindi deve prevedere più scaglioni ed essere volontaria (così come il passaggio al forfettario per le piccole partite Iva che finora non sembra stia funzionando), ebbene chi potrà mai considerare questo pasticciaccio una misura per rilanciare la crescita? Né si capisce come possa diventare il totem attorno al quale organizzare danze di guerra.

Finora si è andati avanti a slogan, con la tattica del pokerista che rilancia senza avere carte vincenti. I giocatori ci sono cascati, ma basta che qualcuno abbia il fegato di dire “vedo” e il bluff verrà svelato.

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