SCUOLA/ Dalla Francia: le domande (e le risposte) che ci hanno permesso di tornare

- Silvio Guerra

Le scuole in Francia hanno riaperto, all’insegna di autonomia e buon senso. Senza la pericolosa utopia di farne una roccaforte di sicurezza sanitaria

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(LaPresse)

PARIGI – In Francia, dal 1° settembre abbiamo riaperto la scuola per un milione e 200mila studenti e per più di 800mila insegnanti. La riapertura, in Francia, non è mai stata una novità. Fin dal maggio scorso, a seconda del colore delle regioni, le scuole hanno riaperto fino al 3 luglio, fatta eccezione per la zona di Parigi che ha aperto solo l’ultima settimana di giugno. La scelta del distanziamento degli alunni e l’uso della mascherina fuori dalle aule, accompagnato dal lavarsi spesso le mani, hanno permesso di ritornare a insegnare, seppur in condizione precarie.

Questo rientro, non certo semplice da organizzare, ci ha permesso di prendere un po’ le misure della situazione e delle diverse problematiche da affrontare a riguardo di una riapertura totale della scuola. Infatti, se un protocollo sanitario “stretto” di ben 61 pagine era stato inviato dal ministero della Pubblica istruzione francese ai diversi provveditorati e dirigenti scolastici, questo non ha impedito un margine di autonomia e di buon senso nella sua applicazione.

Nella situazione di crisi in cui ci troviamo, quest’ultimo aspetto va preso in considerazione. Infatti, al ministero si sono resi conto che l’aggettivo “stretto” era di troppo, perché rendeva quasi impossibile far ritornare tutti gli alunni a scuola e improbabile la ripresa del lavoro dei genitori e quindi l’auspicata ripresa economica.

Quest’ultimo aspetto ha pesato nella scelta politica di riprendere la scuola. Senza tanti patemi d’animo né velleità, le dichiarazioni di ministri e uomini politici sono state molto chiare: bisogna che i genitori riprendano il lavoro e l’economia riparta. Quindi la scuola riapre. Chi si poneva domande sul ruolo educativo della scuola, ora ha trovato una chiara conferma.

Non a caso, nel nuovo protocollo sanitario, a fine luglio, per garantire che tutti i ragazzi fossero accolti, il distanziamento, “cavallo di battaglia” dei garantisti per ritornare a scuola, si è trasformato in “quando è possibile”. La protezione degli alunni è garantita dalla mascherina obbligatoria per docenti, alunni e tutto il personale.

Dall’esperienza accumulata in questi mesi e dalla lettura di “enciclopediche” circolari sanitarie, sorgono una molteplice quantità di domande e osservazioni. Non tanto su come difendersi dal contagio del famigerato Covid-19 e dalle sue mutazioni, ma su come viene gestita questa crisi. Con un po’ di buon senso, si può fare attenzione ed evitare situazioni di contagio.

Alcuni dubbi e domande mi nascono proprio osservando le reazioni e le decisioni di adulti che siano genitori, insegnanti, uomini politici o persone comuni, di chi è chiamato a gestire in nome di una collettività questa crisi sanitaria. Ho spesso l’impressione che per evitare una pandemia o le immagini tragiche di altri territori, si lasci libero corso a una situazione di pandemonio.

È assordante in Francia, così come in Italia, il perpetuo diverbio sull’opportunità di ritornare a scuola o meno. Alcune settimane fa ho soggiornato in Italia e ho assistito, attraverso i media, agli stessi dibattiti, alle stesse prese di posizione che in Francia; ognuno che contraddice un altro. La disputa potrebbe essere interessante nella misura in cui non dà adito a paure e confusioni, sterilizzando così ogni possibilità d’informazione corretta e quindi la possibilità di farsi un giudizio sul fondo della questione.

Inoltre, come se non bastasse, questa situazione caotica di dibattito continuo viene alimentata dalle ultime novità scientifiche uscite da esperti e laboratori spesso sconosciuti al grande pubblico, sistematicamente smentiti l’indomani da nuove scoperte.

Qual è il risultato di tutto questo vocìo babelico? Siamo sempre al punto di partenza e quindi in balia di chi ha già deciso.

Discutevo con alcuni colleghi dirigenti scolastici italiani su questi problemi. Mi dicevano: “Sì, ma ora sappiamo…”. Rispondevo loro: “Certo, ma questo basta per darci una certezza sul presente e sul futuro?”.

La nostra tentazione o tentativo di poter controllare e quindi di pensare che non c’è rischio, è pura illusione. Attualmente, non è possibile garantire il ritorno a scuola per alunni o docenti con un rischio zero o di poter eliminare questo rischio, qualsiasi sia lo scenario che possiamo prevedere. Possiamo eventualmente contenere o cercare di limitare le situazioni a rischio di contagio. Allora, data questa situazione difficilmente controllabile, perché riaprire e ritornare a scuola?

Per poter rispondere a questa a domanda, cercando di uscire dall’assordante dibattito sull’opportunità o meno, se sia giusto o no riprendere la scuola, mi sono chiesto nelle settimane scorse se invece la domanda più giusta non fosse chiedermi, di fronte a questa amletica scelta: dove sto andando? Qual è l’orizzonte, la prospettiva che mi consente di poter aprire la scuola? Che cosa c’è in gioco dietro il rischio di mettere a repentaglio centinaia di persone, alunni, personale o famiglie?

Inchiodare la questione della riapertura a un’immanenza scientifica o protocollare, e quindi garantista rispetto al virus, vuol dire distruggere la scuola o in certi casi i ruderi che ne rimangono. La questione, a mio avviso, va posta in altri termini.

Nei mesi scorsi, siamo stati tutti commossi da persone quali medici, infermieri e personale ospedaliero, perché hanno dovuto e voluto andare a curare gli ammalati negli ospedali. Hanno trovato il coraggio, a rischio della propria vita, pagando in prima persona la loro scelta. Perché il mondo della scuola può permettersi di stare a casa (fatta specie per coloro che hanno sintomi di rischio)? Che solidarietà esprimiamo nei confronti dei ragazzi e delle loro famiglie attraverso questo rifiuto?

È oggi, forse, una vocazione diversa essere insegnante, medico o infermiere? I ragazzi non sono certo i “malati” in senso stretto del termine, ma forse non hanno bisogno di vedere adulti che testimonino coraggio e speranza dopo 6 mesi di “non scuola”, che aiutino a “battersi” per vivere e non appena sopravvivere di fronte a questa situazione endemica?

Ai primi di giugno, nel mio liceo, un terzo dei ragazzi della maturità sono ritornati a scuola nonostante avessero già acquisito il diploma in base ai voti dell’anno. La loro presenza e assiduità mi ha stupito, perché non c’era nessun obbligo né ragione apparente. Sono andato in classe per porre loro questa domanda: “Ma perché siete tornati, proprio adesso che siete liberi di non venire più a scuola?”. Tra le varie risposte, uno di loro mi ha detto: “Voglio ritrovare i miei compagni e professori, perché voglio ritrovare la mia umanità che ho perso durante questi mesi di confinamento. Il ritorno a scuola è per me un’evidenza per riallacciare i legami che formano la mia umanità”. Senza questa coscienza e quest’orizzonte, il dibattito attuale risuona come un coro da tragedia greca. Qualsiasi certezza o soluzione ideale sono già utopie fin dal loro nascere, perché ignoranti di quell’umanità che la sfida, se non epocale ma inedita, richiede per poter ripartire.

Nella mia scuola che va dalla materna al liceo, 650 ragazzi, ho applicato i protocolli sanitari vigenti. Ciò non ha evitato inquietudini e domande dei genitori, a disagio di fronte alla situazione sconosciuta e frastornati dalle informazioni rilanciate dai media.

Ho risposto punto per punto alle loro domande. Alla fine, ho chiesto a mia volta: “Secondo voi, qual è il ruolo di una scuola? Qual è la nostra responsabilità principale? Trasformarsi in un complesso sanitario, una roccaforte di sicurezza sanitaria o trasmettere il sapere e un’educazione?”. Ho incalzato: “Un giorno, quando tutto sarà passato, che cosa rimarrà ai vostri figli di quest’esperienza, di questo tempo? Le regole dei protocolli sanitari? L’obbligo di portare le mascherine o le distanze dei banchi? Forse il volto mascherato degli insegnanti!”.

Io credo che ricorderanno, soprattutto, ciò che gli adulti sono riusciti a comunicare loro come certezza e speranza nella vita. Un’educazione che li aiuti a elevare, a crescere ciò che di buono e di vero è in loro. Questo potrà accadere non solo per una serie di regole, seppur necessarie, affinché gli adulti possano insegnare ossia testimoniare a loro, attraverso le materie, le nozioni, i capitoli che la vita va vissuta, perché è un “compito”, una sfida che ci aiuta a compierci.

Mi permetto di suggerire a quanti desiderano seriamente intraprendere il cammino di ritornare a scuola e hanno legittimamente paura e dubbi, di rileggere il magnifico discorso che Papa Francesco ha pronunciato il 7 febbraio 2020 al convegno sul tema: “Education: the global compact”. I passaggi del Papa aiutano a riflettere alla nostra missione, a ritrovare quella dimensione interiore senza la quale sarà impossibile strapparci dall’immanenza accecante del virus.

La sua conclusione, poi, è splendente: “…non voglio concludere questo discorso senza parlare della bellezza. Non si può educare senza indurre alla bellezza, senza indurre il cuore alla bellezza. Forzando un po’ il discorso, oserei dire che un’educazione non è efficace se non sa creare poeti. Il cammino della bellezza è una sfida che si deve affrontare”.

Non dovrebbe essere poi così difficile per gli italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, rilevare questa sfida.

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