SCUOLA/ Delinquenza e povertà educativa, si risponde insieme o la partita è persa

- Claudio Sammartino

Disagio giovanile e povertà educativa al Sud: i dati Istat e Openopolis tracciano una situazione disastrosa. Interviene il prefetto C. Sammartino

sondaggi politici
(LaPresse)

Un gruppo di ragazzi in scooter che insegue e sbeffeggia, in una sera di inizio estate a Catania, agenti della Polizia locale in auto. Adolescenti, o poco più, che provocano risse e violenze sul lago di Garda in un evento improvvisato con centinaia di partecipanti. Un crescendo della criminalità minorile di gruppo da Milano a Roma. Vere bande di giovani che “si fronteggiano a Napoli per la difesa del territorio”, mentre a Reggio Calabria la “criminalità minorile costituisce un complemento di quella organizzata presente nell’area” (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Relazione al Parlamento 2021). Ed ancora: bambini, o poco più, che vengono strumentalmente impiegati per partecipare ad attività di spaccio di droga e a rapine.

Sarebbe, ahimè, facile redigere un bollettino periodico degli eventi devianti e criminosi che interessano o coinvolgono giovani, fin dalla più tenera età. Quel che accade, ormai da tempo, nelle nostre città, dal Nord al Sud, richiama non solo l’attenzione ma anche la responsabilità di ciascuno, delle famiglie, degli educatori, di ogni cittadino e, certamente, delle istituzioni.

Chi può leggere delle turbative, delle violenze e dei reati provocati da ragazzi senza interrogarsi sulle verosimili cause? Soprattutto quando il disagio giovanile e la povertà educativa assumono caratteri di un’emergenza che arriva fino a esondare nelle problematiche di ordine pubblico e sicurezza generale.

Pur dando atto dell’incessante impegno al riguardo da parte delle forze dell’ordine per arginare fenomeni violenti e di allarme sociale sempre più frequenti in tutti i quadranti geografici del nostro Paese, non si possono archiviare tali eventi invocando solo interventi repressivi. “Non capite che, troppe volte, la differenza tra un ragazzo delinquente e uno che non lo è ancora è segnata solo dall’occasione? E che cos’è l’occasione, se non la società, noi altri, noi tutti…” (G. Cesbron, Cani perduti senza collare).

La devianza minorile trova la sua radice più propria, comune invero a tutti i ceti sociali, nella fragilità dei legami familiari e comunitari. Sostiene, infatti, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza nella Relazione al Parlamento (2019): “(…) la devianza è diventata trasversale: riguarda tutte le fasce di età, tutti i contesti di vita e tutte le classi sociali. Unanime, pertanto, l’analisi eziologica della devianza che, pur essendo multifattoriale, ha un denominatore comune nello sfaldamento dei legami familiari e del tessuto sociale e comunitario”.

In prima linea si trovano certamente le famiglie, trincea educativa avanzata ed ineludibile, che nel nostro Paese scontano criticità importanti. Secondo le stime preliminari Istat relative al 2021, è cresciuta fino al 14% (ben tre punti in più rispetto al 2019 quando era all’11,4%) la percentuale dei minori che si trova in condizioni di povertà assoluta: 1 milione e 384mila di essi vivono in un nucleo che non può permettersi beni e servizi che vengono considerati essenziali per uno standard di vita accettabile. Altri 2 milioni sono in condizione di povertà relativa. La presenza di figli minori espone le famiglie al disagio. Infatti l’incidenza di povertà assoluta si conferma elevata (11,5%) per famiglie con almeno un figlio minore ed aumenta al 20% in presenza di tre o più figli. Peraltro, la fuoriuscita precoce dal percorso di studi e formazione, in un contesto di criticità economico-sociale e svantaggio familiare, rischia di ostacolare la ricerca di lavoro, incrementare il rischio di precarietà occupazionale e può ulteriormente alimentare la marginalità sociale (Openpolis-Con i Bambini Impresa sociale, Giovani a rischio. L’impatto del disagio tra i minori, tra bullismo, criminalità e comportamento al limite).

Altro fronte, che richiama maggiore attenzione delle istituzioni ma anche della scuola e degli educatori, è costituito dalla povertà educativa, zona grigia che, talvolta, introduce ed agevola fenomeni di devianza e di criminalità. Le più alte percentuali di denunce di associazione a delinquere (anche di stampo mafioso) a carico di minorenni si registrano in alcune Regioni meridionali: 0,96% in Sicilia, 1,04 % in Campania e 0,85% in Calabria (Attar e Muntoni, La dispersione scolastica nei territori di mafia). Sono le stesse Regioni in cui si registrano condizioni preoccupanti di dispersione e abbandono scolastico. La Sicilia con il 19,4% guida il gruppo delle Regioni più svantaggiate; nell’ambito isolano, Catania tocca il triste primato del 25,2%, prima fra le 14 città metropolitane (elaborazione The European House-Ambrosetti). Seguono Campania (17,3%), Calabria (16,6%) e Puglia (15,6%) (Openpolis-Con i Bambini Impresa sociale, L’abbandono scolastico nel 2020) collocate al di sopra della media nazionale del 13,1% (Istat, Report sull’istruzione 2020). Su scala metropolitana, peraltro, dove gli abbandoni sono statisticamente più frequenti si registrano generalmente tassi inferiori di occupazione giovanile: Catania, Palermo e Napoli, tutte con oltre il 20% di abbandono scolastico, registrano meno del 10% di occupati (Openpolis-Con i Bambini Impresa sociale, Le conseguenze dell’abbandono scolastico sul futuro dei giovani).

Questi dati, seppur in maniera sintetica esposti, suggeriscono fondate considerazioni  in merito alla convenienza per l’intera società di investire in educazione non solo risorse finanziarie ma anche umane, ideali e progettuali. “La parola educazione pare scomparsa dal vocabolario” asserisce don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile milanese Beccaria. Investire sui ragazzi e sulla loro formazione può aver ricadute positive, nel medio e lungo periodo, non solo sulla persona, che in tal modo può realizzare un’ipotesi di vita costruttiva e non disgregativa, ma anche sulla convivenza civile e sulle condizioni generali dell’ordine pubblico e della sicurezza.

Tale obiettivo rappresenta, normalmente, un fattore di sviluppo e, soprattutto, rientra nell’ambito delle misure di prevenzione generale dei reati e delle devianze, anticipata e, per ciò stesso, più efficace e duratura. Nelle aree più critiche del Paese, e specificamente in quelle del Meridione, è utile riflettere sulla complementarità fra strategie volte alla prevenzione dei reati e dei comportamenti devianti – e, quindi, di tutela anticipata della sicurezza – ed interventi per contenere e contrastare la povertà educativa.

Del resto le stesse organizzazioni criminali per espandersi ed incrementare la propria pervasiva ed inquinante presenza ed attività fanno leva non solo sulla esorbitante disponibilità di risorse finanziarie illecite e sulla rete di collusioni, ma anche sulla possibilità di controllo di determinate aree dove le strutture sociali primarie, comprese quelle educative, risultano carenti o assenti, secondo quanto rilevato dal Centro europeo di studi Nisida-Osservatorio e banca dati sul fenomeno della devianza minorile in Europa del ministero della Giustizia.

Non si tratta, quindi, di moltiplicare interventi repressivi – pur inevitabili quando prima si è tentato e praticato tutto il possibile – ma di promuovere ed incrementare politiche pubbliche sociali ed educative, di attenzione e programmazione che privilegino una crescita armonica dell’intero corpo sociale con specifico riguardo alle zone urbane maggiormente segnate da criticità sociali, economiche, educative e di sicurezza.

Occorrono, inoltre, “esperienze concrete in cui i minori a rischio possano essere accompagnati a coltivare i loro sogni. Come accade a Brancaccio (Palermo), a Scampia o al rione Sanità (Napoli), ai Cappuccini (Catania), luoghi in cui educatori e volontari si prendono cura dei ragazzi e dei giovani invisibili” (Di Fazio, Giovani invisibili. Storie di povertà educativa e di riscatto).

“Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”. Queste parole di don Pino Puglisi indicano e sollecitano un compito decisivo per cittadini, organismi associativi ed istituzioni che, accomunati da uno degli obiettivi cruciali della convivenza civile dei nostri giorni, possano dar luogo ad iniziative comuni ed integrate che sviluppino ancor di più la collaborazione sussidiaria già sperimentata efficacemente in alcuni progetti a favore dei giovani.

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