SCUOLA/ “E ora mettiamo personalizzazione e relazioni al centro di tutto”

- Giuseppe Bertagna

La scuola del nozionismo e del disciplinarismo è morta. Il problema è creare quella nuova che servirebbe ai nostri giovani. Intanto perderemo tempo

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Il Sussidiario mi ha chiesto un commento all’articolo di Davide Rondoni dell’11 gennaio scorso. Aderisco volentieri all’invito. Parto dal primo punto messo in luce dall’autore. La celebrazione dei funerali, lui scrive (o meglio: auspica), del paradigma dell’enciclopedismo scolasticistico. Non è il primo ad invocarli. Temo, purtroppo, che non sarà l’ultimo. Nell’era di Chatbot GPT di OpenAI, del resto, non ha proprio più alcun senso. Nozionismo astratto, disciplinarismo da insetto fitofago che lavora su un solo vegetale come la mosca delle olive, enciclopedismo da Wikipedia dovrebbero essere stati superati da tempo, a livello cultural-scientifico e soprattutto pedagogico-didattico, visto che sono tre -ismi. Ovvero degenerazioni che, contro ogni elementare regola epistemologica, fanno l’imperdonabile errore di assolutizzare una parte: nel nostro caso, la nozione conoscitiva, la disciplina e l’enciclopedia.

Personalmente aggiungerei però anche qualcosa di più radicale. Si sa da tempo che la degenerazione degli -ismi, e non solo dei tre menzionati, che ci assediano tuttora da ogni parte con la loro inerzia ideologica, dovrebbe essere ormai, nel merito, già morta e tumulata. Magari perfino con esequie in pompa magna (dei morti, infatti, di solito, si parla sempre bene, e qualche ragione storica per farlo la si trova).

È da riconoscere, tuttavia, che anche i concetti particolari da cui provengono i tre -ismi prima richiamati e dei quali costituiscono un’assolutizzazione indebita non stanno proprio bene, non godono nemmeno loro di buona salute. Soprattutto oggi, dopo il digitale, le neuroscienze, l’AI e gli onnipresenti social network, non si sa più, prima di tutto, che siano, analiticamente, “nozione” (perfino “conoscenza”), “disciplina” ed “enciclopedia”, e poi, e non da meno, che senso pedagogico possano rivestire, se si interpreta l’aggettivo “pedagogico” come l’etimologico “prendere per mano uno studente per accompagnarlo verso una maggiore compiutezza formativa di sé, nel mondo e nella storia che ci sono e che sono quelli che sono”.

Infatti, il significato con cui questi termini sono stati intesi e presentati negli ultimi due secoli e mezzo non è più spendibile. Una verità non nuova se ad accorgersi della irredimibile pericolosità pedagogica non solo dei tre -ismi, ma perfino delle tre concettualizzazioni da cui provengono fu Rousseau. Proprio di fronte all’uso che fecero di questi arnesi i suoi contemporanei “illuministi-enciclopedisti”, intuì subito a quali derive antipedagogiche avrebbero portato. E anche per questo scrisse il suo ponderoso “romanzone”: Emilio o dell’educazione, da allora uno dei testi di pedagogia tra i più fraintesi, strumentalizzati, poco letti (semmai solo in bigini) e soprattutto mai attuati.

Il secondo punto messo a fuoco nell’intervento di Rondoni è antropologico. L’ambito senza la cui definizione non si può costruire nessuna pedagogia. Anche l’antropologia pedagogica a cui Rondoni si riferisce è antica. Non a caso assunta anche da Rousseau fin dalla prima riga del suo Emilio. E comunque ben più vecchia degli -ismi prima menzionati e delle stesse concettualizzazioni da cui essi provengono. Infatti, è l’antropologia cristiana, avviata dal Vangelo, e basata su tre principi.

Primo, gli uomini, tutti figli dello stesso Padre, sono “fratelli”: fortunati o sfortunati, ricchi o poveri, colti o ignoranti, normali o disabili, re o schiavi hanno tutti la stessa, intangibile dignità filiale.

Secondo: se gli uomini hanno tutti uguale dignità, ognuno è però diverso da tutti gli altri che sono nati, ci sono e ci saranno. Ciascuno è unicamente sé stesso, e a modo suo. L’uniformità seriale, nella vita personale e sociale, per questa antropologia, è l’inferno. Il paradiso non è tanto la diversità, ma riuscire a manutenere relazioni interpersonali e sociali che riconoscano, rispettino, sviluppino e valorizzino il positivo contenuto in ogni diversità. Escludere dalla relazione anche un solo uomo perché diverso da noi significa confessare il fallimento, la pochezza e l’incompetenza non di chi è escluso, ma di chi lo esclude.

Terzo: il secondo principio regge e non è contraddittorio perché, diversamente da altre antropologie, proprio nella loro irriducibile diversità, non esiste nessun uomo che non abbia almeno un talento (una capacità, una potenzialità, una possibilità) di essere migliore, se lo vuole. Come spiega Mt 25,14-30, infatti, nessuno ha tutti i talenti. Ma anche nessuno non ne ha almeno uno. Nessuno cioè vale zero. Merito di ciascuno è allora scoprire e trafficare i propri talenti, usarli bene, essere aiutato a non sotterrarli, consapevoli che, minori o maggiori che siano per ciascuno, non sono mai né minimi né massimi, né tra loro alternativi (esclusivi), ma sempre tra loro compositivi (inclusivi) e moltiplicativi. Per questo chiedono la reciproca ottimizzazione, non la pretesa dell’eventuale massimizzazione di qualcuno tra essi. Se si resta in quest’ottica, avremo sempre strategie win win, vantaggiose per tutti, nessuno escluso, mai lose-lose. Questo è il vero liberalismo.

Il terzo punto messo a fuoco da Rondoni è costituito dalle conseguenze dei primi due. Nell’apprendimento, se vuol essere pedagogico, è indispensabile la personalizzazione. Non solo nel senso che niente potrà mai essere nozione, disciplina ed enciclopedia se non feconda e non compie maggiormente la vita di ciascuno (la verità non è mai soltanto un concetto, ma è sempre la qualità di un vivere in un certo modo che si fa testimonianza), ma anche che docenti e scuola come istituzione fanno un altro mestiere se non si mettono al servizio della personalizzazione degli studenti, per renderli sempre più e meglio le differenti persone che sono. Soltanto a partire dai loro talenti, e dalla quantità e qualità delle relazioni che intrattengono con altri talenti, si possono poi riconoscere i meriti sia dello studente sia del docente sia dell’istituzione scuola nel valorizzarne la funzione formativa.

Rondoni non è un pedagogista della scuola. Ma siccome è convinto esistenzialmente dei tre punti prima messi a fuoco conclude il suo intervento con una proposta addirittura ordinamentale: abbassare (finalmente) da 13 a 12 anni la durata dell’istruzione pre-terziaria (come avviene in tutto il mondo, da sempre); distribuire nei 4 anni di secondaria l’approfondimento delle competenze di base e della valorizzazione dei talenti con il supporto di “mastri” e “maestri” che siano degni di questo nome e che perciò siano in grado di aiutare a connettere le esperienze nelle quali lo studente traffica al meglio i suoi propri talenti con la formalizzazione culturale che ne moltiplica il rendimento formativo.

Non voglio discutere queste proposte. Mi limito a dire che anch’io ne ho coltivato di analoghe nella mia carriera di insegnante di filosofia e storia, di preside, di dirigente superiore dei servizi ispettivi per filosofia e storia, poi di docente universitario, e dal 1985 di membro di tante commissioni ministeriali per la “riforma” delle scuole. Posso dire di avere in qualche modo elaborato i punti messi a tema anche da Rondoni in un libro di inizio carriera (Cultura e pedagogia per la scuola di tutti) e in uno, ultimo, di fine carriera (il recentissimo Per una scuola dell’inclusione. La pedagogia generale come pedagogia speciale, Studium, Roma).

Purtroppo, per quanto mi riguarda, forse perché non ho trafficato a sufficienza, e bene, i miei pochi talenti, la scuola resta il pachiderma sindacal-burocratico-corporativo autoreferenziale che ha spinto Rondoni al suo bell’intervento. Speriamo che la sensibilità della poesia riesca meglio della (mia) non talentuosa pedagogia a convincere colleghi, giornalisti, mass mediologi, influencer, partiti politici, amministrativi, sindacati dei docenti, famiglie e giudici che la scuola che abbiamo non è proprio quella che sarebbe bene ci fosse. E non nei dettagli, ma nella sostanza.

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