SCUOLA/ Esame di stato, il luogo di un segreto “chi”

- Vincenzo Rizzo

Perché l’esame di Stato, nonostante le sue griglie di valutazione e la promozione generalizzata, resta per gli studenti un’esperienza unica?

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(LaPresse)

Gli esami di Stato sono come i calci di rigore. Non tutti si sentono di batterli. Alcuni cercano di scampare un rito burocratico e fastidioso. Altri sono sempre in pista. Cercano di esserci, proprio nel momento più importante, alla fine. Bisogna essere presenti, attenti ai calcoli e a tutti, per comunicare una positività ricevuta.

Ma che cos’è un esame di Stato? Per molti è la notte prima degli esami, il tema con le tracce, i giorni di studio matto. Certo, è tutto questo, ma non solo. L’esame non è una questione di griglie, di voto finale, di voler esserci con gli alunni con cui hai condiviso un percorso. L’esame è un punto e come tutti i punti fa fare memoria dell’infinito.

E poi quello di quest’anno è proprio diverso. Sono sotto esame gli studenti che hanno vissuto il Covid e ora avvertono l’incertezza grave di cambiamenti storici imprevedibili. A diciannove anni hanno visto di più di un boomer alla loro età.

Li vedi passare: uno per uno. Che ne sarà di loro? Parlano di limiti ed integrali; di D’Annunzio e dell’impronunciabile Pcto. Tutti unici, tutti diversi. C’è chi è stato già provato dalla vita. Chi è, invece, indenne e senza ferite. Chi si è chiuso in casa e chi esce compulsivamente, cercando dove assembrarsi. Chi fa un figurone e chi fa fatica anche quando ti metti accanto a lui. Poi c’è il popolo di compagni trepidanti che aspettano la fine della prova orale con le solite domande, ma sempre calorose. Qualcuno bagna con il prosecco il compagno che ha finito l’esame ed è tornato alla sua tribù.

Capita, poi, di rivedere, come in un flash, tanti volti passati nel tempo in/da un momento come questo che non è mai lo stesso. Capita di ripensare, mentre parlano, a quel qualcosa di più grande e imprendibile che è in ognuno. In quei volti irripetibili, infatti, c’è il loro esser stati bambini, poi preadolescenti e in futuro universitari, e poi chissà. Già, chissà? “E chissà come sarà lui domani. Su quali strade camminerà. / Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani?” (Lucio Dalla, Futura).

E queste parole che vengono in mente fanno girare la testa indietro. I docenti possono riconoscersi e ritrovarsi nei loro diciannove anni: timidi e imbranati, perdenti o vincenti, opere incompiute con tante domande. Già, quante domande. E la domanda principale, quella che gira in tutti: “ce la faremo?”. Nelle esperienze del passato e da quel che si vede in un esame, si trova una possibile risposta. Certo! Ce la faremo. Ma non perché ce la faremo noi. Ma perché qualcuno ce l’ha fatta fare. È stato un altro, ce l’eravamo dimenticati. È stato terra umile per noi su cui camminare e diventare grandi. Ci ha dato fiducia, quando eravamo delusi da noi stessi. Ci ha dato retta, quando ci sentivamo come “il bambino invisibile” del gioco terribile ricordato da Liliana Segre, ignorati ed esclusi. Non ci ha tolto libertà, ma ce l’ha fatta scoprire.

Un esame non andrà mai in televisione, su Facebook o Instagram. E poi non sarebbe contenibile, farebbe scoppiare il sistema. Ci sono cose che non si possono fotografare. Hanno una vita invisibile che attraversa tutto l’io. Parlano di un segreto “chi”.

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