SCUOLA/ L’inizio e le “belle giornate” che rischiano di sfuggirci

- Daniele Ferrari

Spesso, quando si ricomincia, occorre chiarezza su di sé e sugli altri. Soprattutto a scuola. Ogni progetto serio può nascere solo dalla contemplazione

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(LaPresse)

Finalmente, in modi diversi, siamo ritornati in classe. Già ai primi di settembre avevo avuto un assaggio di scuola in presenza con i pochi studenti condannati ai lavori forzati dei “Pai” (o Piano di apprendimento individualizzato): dei corsi di recupero per chi durante il lockdown si era troppo comodamente arrangiato, non raggiungendo la sufficienza in alcune materie. Pieno di entusiasmo nel riprendere in mano le Guerre persiane, la Guerra del Peloponneso e la fondazione di Roma, mi sono dovuto arrendere all’evidenza che senza un nemico da combattere la battaglia ha poco valore. E questo vale soprattutto per gli studenti: “se sono già comunque promosso, ma che ci sto a fare qui prof?”

Però, almeno per me, la sfida era aperta: una collega mi aveva segnalato che uno degli studenti del mio corso (un suo alunno) aveva poltrito, a suo avviso, perché “non aveva nessuno per cui studiare”. A casa i suoi genitori non davano molto peso alla scuola, né ai risultati del figlio. La disamina della collega mi aveva fatto ricordare che anche io avevo iniziato a studiare seriamente quando avevo trovato qualcuno “per cui studiare”: e mi sono venuti in mente tutti i volti che stanno dietro ogni fatica (non solo scolastica) affrontata con guadagno nella mia vita. E poi mi sono tornate sulle labbra le parole del Corrado della Casa in collina, quando riflette sull’incontro con Cate: “Se ti chiede per chi vivi tu, – mi gridai, cosa rispondi?”.

Durante le lezioni a distanza Pavese mi aveva tenuto compagnia con quest’altra folgorante intuizione: “Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri. […] Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri” (Il mestiere di vivere). Non che a distanza l’altro sia stato meno altro, ma la possibilità di sottrarsi al confronto è stata amplificata, e io così ho potuto riavere me stesso in maniera minore, un po’ depotenziata: per questo abbiamo bisogno che la scuola sia in presenza!

Eppure, in quei primi giorni di settembre, non sono bastati questo mio entusiasmo e la mia scoperta della necessità dell’altro, per permettere a Giovanni (nome di fantasia) di appassionarsi alla storia antica e di trovare in me un “chi” per cui studiare: certo, a differenza di altri lui ha seguito tutto il corso, ma devo ammetterlo, non è che abbia studiato un gran che…

Così, avvicinandosi il giorno dell’inizio, il susseguirsi di riunioni (a distanza) dominate dall’ansia delle procedure (“Mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né da dove venite, né dove andate”, Eliot) ha fatto dileguare tutto l’entusiasmo e la determinazione con cui mi ero riaffacciato alla scuola il primo giorno di settembre. Come dice Umberto Fiori: «Allora veramente / passa la voglia. E ci si lascia andare / giù, dove il mondo intero / – grande com’è – / sembra un’idea / venuta male / (e nemmeno un’idea: / uno sgorbio sul foglio, una spirale / fatta soprappensiero / mentre si aspetta, al telefono). / Giù, giù, sul fondo / si va, dove le cose / – tutte – sarebbe uguale / se non ci fossero mai state».

Poi, inaspettata, arriva la mail di una collega che invita a pensare a un modo che permetta ai primini, isolati in questo labirinto di distanziamenti, di dire a tutti gli altri “io ci sono”. Già, esserci è la prima cosa; prima ancora di “esserci nel modo giusto”. Questo messaggio ha dissolto la nebbia: io che pretendevo di essere il “chi” per cui Giovanni dovesse studiare, mi ero però dato per scontata “la realtà nella sua inesauribile e misteriosa alterità” (L. Giussani). Da questa mail è nato un progetto di accoglienza molto interessante, il cui punto di avvio, il primo giorno di scuola, è stato proprio la stupenda poesia di Fiori già citata, Le belle giornate.

Offro quindi questa poesia come spunto di contemplazione, prima che di riflessione. Dico contemplazione, perché credo che nella vita ciò che fa ricominciare con entusiasmo sia solo lo stupore di accorgersi che tutto è (misteriosamente) donato. Nella confusione per cui la vita arriva a quel fondo “dove le cose / – tutte – sarebbe uguale / se non ci fossero mai state”, le belle giornate sono quelle che ti vengono incontro e ti fanno vedere la “forma normale” delle cose. E così si ritrova la “chiarezza”, cioè la propria casa, un posto “dove si sta”. Quando la vita (la scuola, la famiglia, il mondo!) è sentita come una casa, si fa l’esperienza descritta nell’ultima, folgorante immagine: quella di un bambino che “ride tutto […] dalla testa ai piedi”, “lanciato in alto” nella vertigine della vita. Così, nel silenzio delle parole, come evocata, qualcuno potrà intravedere una presenza: quella del padre, le cui mani e braccia hanno appena lasciato il bambino.

Le belle giornate

Nomi e cognomi, frasi,
mucchi di foglie,
uffici, letti sfatti: a volte è come
nei sogni di qualcun altro,
quei sogni scemi, complicati,
che la gente ti vuole
per forza raccontare.

Allora veramente
passa la voglia. E ci si lascia andare
giù, dove il mondo intero
– grande com’è –
sembra un’idea venuta male
(e nemmeno un’idea:
uno sgorbio sul foglio, una spirale
fatta soprappensiero
mentre si aspetta, al telefono).
Giù, giù, sul fondo
si va, dove le cose
– tutte – sarebbe uguale
se non ci fossero mai state.

È lì che ti vengono incontro
le belle giornate.

*

A un certo punto
la luce dà
al cielo e al marciapiede
la loro forma normale.

I campi laggiù, le corriere
ferme intorno al piazzale,
il portone di ferro, il muro:
si vede tutto.

Quello che stava nascosto
ritorna. È tanto vero,
tanto forte che quasi
ti fa paura,
come quando di notte un lampo
strappa dal buio
– per un attimo – le figure.

Di colpo
ti senti a casa.

Eccolo il posto
dove si sta, che si era

perso per sempre.

È questa la giustizia,
il bene che si fa.
Quando si dice la chiarezza
– la vedi? – è tutta da qui che viene.

Vengono tutti da qui
scene, prove, rimedi,
botte, carezze.

Con la guancia appoggiata a un monumento
tiepido come un uovo,
qui sei il bambino
lanciato in alto,
che ride tutto, dalla testa ai piedi.

(U. Fiori, in Chiarimenti, Tutte le poesie, Mondadori)

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