SENTENZA CORTE TEDESCA SU BCE/ Il piano di Berlino per usare l’Ue a proprio vantaggio

- int. Giuseppe Di Gaspare

Dietro la sentenza della Corte tedesca sulla Bce si nasconde un tempismo particolare. Con obiettivi economici e politici che avvantaggiano (come sempre) la Germania

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La porta di Brandeburgo a Berlino (LaPresse)

“Credo che non sia sfuggito a nessuno il particolare tempismo della pronuncia della Corte costituzionale tedesca” dice Giuseppe Di Gaspare, ordinario di diritto dell’economia nella Luiss di Roma. La decisione della Corte costituzionale federale di Karlsruhe non è un fulmine a ciel sereno. Fa parte di un quadro che assomiglia molto da vicino ad una strategia coordinata, da parte tedesca, per volgere a proprio vantaggio i difetti originari dell’Unione monetaria.

Perché parla di “tempismo”, professore?

Perché il ricorso contro il programma della Bce di Mario Draghi è stato presentato nel 2015, la pronuncia è stata trattenuta in decisione per tre anni e lasciata in stand by ed emessa dopo la dichiarazione di irricevibilità della Corte di giustizia europea del 2018 su analogo ricorso.

Cosa intende dire esattamente?

Intendo dire che invece di prendere atto del limite della propria competenza rispetto ai contenuti dei programmi della Bce, la Corte di Karlsruhe, nel 2020,  interviene nel merito dell’operazione con richieste di chiarimenti in tempo per interferire sul nuovo Quantitative easing annunciato dalla Lagarde per cercare di condizionarlo.

Cosa stanno a significare tutte queste coincidenze?

La pronuncia da questo punto di vista va collocata all’interno del gioco di sponda tra Governo tedesco, Corte costituzionale, Parlamento e subordinatamente la Bundesbank. Un gioco il cui scopo è, nella sostanza, avvalorare una posizione di stallo che consenta al Governo di lasciare in sospeso la presa di posizione tedesca mediante l’intervento o il rinvio ad altri organismi costituzionali, senza obbligarlo a spendersi in una chiara posizione politica.

Ad esempio?

Ad esempio via ricorso al veto in sede di Consiglio europeo, o rischiando un confronto in tempi brevi nel board della Bce che renda esplicita la contrapposizione, con rischi di relativo isolamento.

Lei dunque sta parlando di un tempismo tattico coordinato con quello che la Germania sta facendo o non facendo in sede Ue paralizzando al contempo la Bce?

Non è una novità. Il Governo tedesco già si trincera in sede di Consiglio Ue dietro il divieto – sempre opera della Corte costituzionale – risalente al 2009 di partecipare a finanziamenti in sede comunitaria a fondo perduto e dietro l’obbligo impostogli, sempre dalla sua Corte, del previo passaggio in Parlamento per partecipare a finanziamenti a Stati membri della Unione, al di fuori di quanto già convenuto per il Mes e con le condizionalità ivi richiamate. Se si aggiunge il ritardo o il contenimento del Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp) della Bce, la situazione di stallo è evidente.

Quale sarebbe il vantaggio per la Germania in questa operazione?

In una precedente intervista avevamo avuto modo di notare che a seguito del sostanziale via libera agli aiuti di Stato, il governo tedesco era in condizione di fare affluire liquidità alle proprie imprese con sussidi, anche a fondo perduto, di più ampia portata e gittata di quelli degli altri Stati Ue, non solo l’Italia, e con un accesso al mercato dei capitali ad oneri quasi nulli, dato il livello irrisorio del costo dell’indebitamento della Germania.

Infatti avevamo parlato di vantaggio competitivo all’interno del mercato comune. Adesso è chiaro: quella tedesca è una strategia ben organizzata.

Sarei più morbido. Probabilmente più che un effetto intenzionale, il vantaggio competitivo è piuttosto una conseguenza collaterale della scelta di non condividere forme di mutualizzazione del debito. Ma il fatto che non sia intenzionale di per sé non è una consolazione per chi subisce l’accresciuta concorrenza tedesca nel mercato interno.

Come si spiega questa situazione?

Dobbiamo risalire al trattato di Maastricht del 1992 e all’istituzione della moneta unica. All’epoca la Germania pretendeva che l’armonizzazione dei differenziali di inflazione e di debito fosse riconosciuto come “prerequisito” per l’adesione all’euro. I paesi del sud Europa avrebbero dovuto fare anticamera; rimanere “in serie B”, si diceva allora.

E magari, per usare le parole della Merkel, “fare i compiti a casa”?

Proprio così. E in sede di trattative sulla riunificazione tedesca, il requisito della previa convergenza era stato invece declassato a vincolo a scadenza (quello che sarà il Patto di stabilità) da rispettare per il passaggio alla fase finale entro il 2001.

Quindi la Germania il “tutti in seria A” non lo aveva, diciamo, a suo tempo ben digerito?

Esatto. La Francia aveva fatto in modo di non essere l’ultimo vagone del treno euro, ma non per questo la locomotiva tedesca ha gradito i vagoni agganciati all’ultimo momento. Ed ha pensato bene di metterci subito una toppa.

Quale?

La Corte costituzionale tedesca. La prima sentenza è del 1993: la Corte stabilì il principio che la politica monetaria della Bce sarebbe rimasta comunque condizionata al rispetto dell’obbligo di tutelare il risparmio dei cittadini tedeschi. La Corte di Karlsruhe si riservava perciò di vigilare che la politica monetaria della Bce rimanesse strettamente nell’ambito del suo unico mandato statutario: il perseguimento della stabilità dei prezzi.

E infatti, niente inflazione nell’eurozona.

Precisamente. Ma con un dettaglio importante. Quella che chiamo la “fobia tedesca dell’inflazione” non è riconducibile ad una scelta tattica, è piuttosto una strategia di fondo. Ha il suo fondamento storico nella crisi politica ed economica degli anni Venti del secolo scorso, che travolse la repubblica di Weimar e aprì la strada, secondo una consolidata narrazione, al nazismo.

La definisce narrazione?

L’argomento è troppo ampio per parlarne adesso. C’è però un altro persistente dato strutturale che alimenta la fobia per l’inflazione ed è il carattere di “banca universale” delle loro grandi banche.

Quali sono le sue caratteristiche?

È un sistema operativo di prim’ordine, in grado di connettere informazioni e avere una visione a 360 gradi dell’economia e della finanza. L’altra faccia della medaglia è però che tale banca ha un assetto maggiormente esposto agli shock di liquidità, in quanto impiega la raccolta a breve in operazioni non facilmente liquidabili: prestiti a lunga scadenza, azioni, partecipazioni varie e soprattutto, dopo gli anni duemila, investimenti nel mercato dei derivati.

Insomma, stiamo parlando di Deutsche Bank e Commerzbank.

Sì. Dall’inizio degli anni duemila con l’espansione del mercato dei derivati, le grandi banche tedesche, Deutsche Bank in prima fila, investivano i surplus commerciali del sistema tedesco in investimenti sul mercato dei derivati. Titoli ritenuti meno rischiosi – grazie alle regole di Basilea – e più remunerativi degli investimenti nell’economia reale.

E poi è arrivata la grande crisi.

Nel 2009 la crisi finanziaria di quel mercato ha colpito in pieno le due banche sistemiche tedesche. È il caso di ricordare che Deutsche Bank, che opera anche nel mercato finanziario Usa, è stata pesantemente sanzionata dalla Sec statunitense per comportamenti in danno degli investitori retail. 

In effetti Commerzbank e Deutsche Bank non se la passano proprio bene: basta vedere l’andamento delle loro quotazioni in borsa. Cos’ha fatto allora il governo tedesco?

Grazie ad una finestra permissiva, anche in quell’occasione aperta dalla Ue sempre in materia di aiuti di Stato, il governo ha tamponato la falla, con un programma di acquisti dalle banche nazionali di questi titoli problematici, restituendo loro liquidità necessaria per evitarne il default.

Chiaro. Ma gli altri Stati non hanno usufruito della finestra sugli aiuti di Stato?

Nel 2008 in Germania è entrato in azione il Financial Market Stabilisation Fund. Da noi niente di simile. Non avvertivamo un problema specifico per i derivati e almeno il Governo non aveva contezza della situazione e direi neppure la Banca d’Italia. Ma soprattutto non avevamo risorse da investire nell’impresa. A memoria, neanche la Francia, che aveva problemi analoghi alla Germania benché su scala più ridotta, ne ha approfittato. Il punto però su cui vorrei ritornare è il fatto la Germania in un primo momento ha cercato di fare da sola e non tramite la Bce.

Ci spieghi bene. Perché non la Bce?

Diciamo, in modo approssimato, sempre a motivo della fobia tedesca dell’inflazione. C’era il timore di un’inondazione di liquidità che facesse schizzare i prezzi, la volontà di tutelare il risparmio tedesco, ora espresso in euro. Si torna sempre lì. Anche da noi molti commentatori, per la verità, prima del lancio delle politiche monetarie non convenzionali della Bce avevano lo stesso timore. Basti dare un occhio retrospettivo ai quotidiani economici a cavallo del 2010.

Torniamo in Germania.

Per la Germania ed in particolare per la Bundesbank il timore maggiore era che la Bce intervenisse per comprare anche titoli del debito pubblico degli Stati. “Monetizzare il debito degli Stati sovrani” come diceva, con certo eufemismo tecnico, l’allora ministro tedesco delle Finanze W. Schäuble.

È quello che sta succedendo anche con la decisione di ieri della Corte costituzionale: si vuol impedire gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce.

Sì, però quest’ultima decisione, che desta tanto scalpore, non è una novità anzi è in linea con la giurisprudenza della Corte tedesca. Oltre alla richiamata del 1993, la Corte di Karlsruhe con altre due decisioni del 2009 (21 settembre) e 2011 (11 settembre) aveva ribadito il proprio ruolo a tutela del risparmio tedesco. Anche il trattato sul Mes del 2012 è figlio di quel percorso stretto per gli interventi dell’Ue lasciato aperto e condizionato dalle pronunce della Corte costituzionale tedesca. Nel 2011 avevo avuto modo di notare come queste pronunce fossero “decisioni strategiche in quiescenza, in particolare la prima, quella del 1993, che all’interno della comunità europea si tende a rimuovere”. Nel loro insieme tracciano quello che avevo chiamato la possibile “exit strategy della Corte di Karlsruhe”.

Qual è la lezione per l’Italia, professore? Glielo chiedo perché a leggere i giornali italiani non è proprio chiaro che senso abbia per noi la sentenza di ieri.

È vero, dobbiamo innanzitutto capire e quindi anche noi reagire. Abbiamo visto fobie, strategie e tattiche della Germania, seguendo il filo della sua Corte costituzionale. Innanzitutto dovremmo aver capito un po’ tutti che la Bce, nonostante stia a Francoforte, non è il braccio operativo della Bundesbank, anzi la Bundesbank si presta ben volentieri, seguendo le indicazioni della Corte di Karlsruhe, a fare da watch dog all’interno della Bce…

Questo per dire cosa?

Abbiamo già passato un momento di tensione simile con la dimissione di uno dei due componenti tedeschi del comitato esecutivo delle Bce, il 7 settembre del 2011, per protesta contro gli acquisti di titoli del debito pubblico italiano e spagnolo. Poi i programmi di acquisto a lungo termine sono andati avanti, senza dissociazione alcuna della Bundesbank, e così i Qe.

Vuol dire che andrà così anche in questo caso? Qual è la sua previsione?

Se la Bce si limita ad una risposta asciutta e tiene fermo il suo programma anti-pandemia con acquisto di titoli di Stato anche cosiddetti spazzatura, la mossa della Corte tedesca è destinata a rientrare.

E per quello che ci riguarda?

Forse sarebbe il caso di cominciare ad elaborare una qualche linea riflessione strategica. Una visione di insieme che sembra piuttosto carente nell’azione au jour le jour del nostro governo. A quando la prima mossa?

(Federico Ferraù)

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