Sofri “che ve ne fate di 7 ex terroristi?”/ “Pietrostefani voleva il carcere, ma…”

- Niccolò Magnani

Adriano Sofri sugli arresti di Parigi: “e ora che ve ne fate di 7 ex terroristi? Pietrostefani voleva il carcere ma a malincuore non potè andarci”, ecco perché

Adriano Sofri
Adriano Sofri (LaPresse)

In un primo momento ha preferito non commentare e sembrava voler restare in secondo piano rispetto all’operazione “Ombre Rosse” in Francia, ma Adriano Sofri ha poi scritto un lungo intervento affidato al “Foglio” per dire la sua in merito all’arresto di 7 ex terroristi rossi (Brigate Rosse, Lotta Continua, PAC) avvenuti stamattina a Parigi. «Mercoledì mattina un’operazione congiunta di polizie e intelligence francesi e italiane – una retata, in ora antelucana, come da regolamento – ha portato all’arresto di “7 ex terroristi” a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate?», scrive Adriano Sofri, prendendo a spunto l’aneddoto sulla presa della Prefettura di Milano nel 1947, con tanto di chiamata divenuta storica a Palmiro Togliatti («avete preso la prefettura? Bravo, e adesso che ve ne fate?»).

Se la prende con la stampa e i commentatori che oggi hanno raccontato le storie delle vittime del terrore rosso negli Anni di Piombo e dei loro “carnefici” oggi arrestati (gli ex BR Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, l’ex LC Giorgio Pietrostefani e l’ex PAC Narciso Manenti), «La sporca decina che oggi fa i titoli di testa è il fondo del barile. Non mi preme distinguere fra le persone della retata, come sono oggi; al contrario, sono solidale. (Con le loro vittime, da sempre). Però non conosco le altre, e conosco Pietro». In merito alla cosiddetta ‘dottrina Mitterrand’ (applicata in Francia per dare rifugio ai condannati per reati politici negli Anni di Piombo, ndr) Sofri aggiunge «è stata in realtà la pratica di Mitterrand, di Chirac, di Sarkozy, di Hollande e, fino a ieri, di Macron, ha realizzato il fine più ambizioso e solenne che la giustizia persegua: il ripudio sincero della violenza da parte dei suoi autori, e così, con la loro restituzione civile, la sicurezza della comunità. La Francia repubblicana è riuscita dove il carcere fallisce metodicamente».

LO “SFOGO” DI SOFRI DOPO GLI ARRESTI DI PARIGI

È poi su Pietrostefani che Sofri interviene direttamente, per evidenti motivi di “storia”: il 17 maggio 1972 venne assassinato il commissario di Milano Luigi Calabresi, nell’estate 1988 verranno arrestati Ovidio Bompressi come esecutore del delitto, Leonardo Marino come complice, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti. Quest’ultimo stava per diventare amministratore delegato di un’azienda dell’Iri e ha sempre negato ogni addebito, come nota oggi sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo. La vera latitanza parigina avviene però alla vigilia del 25 gennaio 2000, giorno della nona sentenza sul caso Calabresi (quella definitiva): «Pietrostefani lavorava in Francia prima d’esser condannato, venne spontaneamente in galera quando fu il momento, decise molto a malincuore di non tornarci dopo la revisione mancata della nostra condanna: aveva ragioni famigliari stringenti che prevalsero sul suo orgoglio», scrive ancora Sofri. Ricorda come in Francia il suo ex sodale di Lotta Continua ha lavorato con residenza regolare, pagando le tasse e conducendo una vita anche contro le malattie fino ad oggi: «Il suo indirizzo era noto a chiunque volesse trovarlo. La Francia che gli ha dato ospitalità gli ha dato anche un fegato di ricambio, salvandogli la vita con un trapianto in un’età che in Italia non lo avrebbe consentito. La sua condizione sanitaria è cronicamente arrischiata, e il suo avvocato provvederà, o avrà già provveduto, a documentarla al giudice. Pietro vive di lunghi ricoveri regolari e di improvvisi ricoveri d’urgenza, oltre che di quotidiani farmaci vitali». Ancora Sofri ricorda come in questi giorni Pietrostefani aveva in programma un nuovo intervento nell’ospedale parigino: «Tutto ciò non deve intenerire nessuno, né i privati né, tantomeno, il cuore dello Stato. Da quando ho ricevuto la notizia del suo arresto sono combattuto fra due sentimenti opposti, quasi cinici: la paura che muoia nelle unghie distratte di questa fiera autorità bicipite transalpina e cisalpina, e un agitato desiderio che torni in Italia. Un desiderio da vecchio amico, e anche lui è vecchio, forse ce l’ha anche lui un desiderio simile». Commentando su Twitter i fatti di oggi, il figlio del commissario, oggi giornalista Mario Calabresi, sottolinea «Oggi è stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo».



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