SPILLO/ Chiesa, Pessina & C: quelle storie di (stra)ordinaria Italia

- Nicola Berti

Da Chiesa a Pessina, da Donnarumma a Barella: una pattuglia di “nuovi calciatori italiani di sempre” testimonia la nostra tipica capacità di resilienza

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Chiesa, Di Lorenzo e Pessina (da facebook.com/EURO2020)

Sulle pagine sportive di ieri brillavano le foto di Federico Chiesa e Matteo Pessina: i loro gol sono stati decisivi per le vittorie di Juventus e Atalanta nel turno di Champions League. Tre mesi fa due loro “eurogol” – in un ottavo di finale con l’Austria fattosi insidioso per l’Italia – hanno gettato le basi della vittoria della nazionale a Euro 2020.

Altri “giovani eroi” di quella squadra hanno meritato nell’ultima sessione di Champions europea: Gigio Donnarumma, Manuel Locatelli, Nicolò Barella, Federico Bernardeschi e Rafael Toloi. Giovanni Di Lorenzo è intanto una colonna del Napoli capolista della Serie A a punteggio pieno.

In un calcio totalmente globalizzato (forse l’attività competitiva più globalizzata del pianeta) sette di questi otto giocatori sono accomunati dall’essere cresciuti interamente nella scuola calcistica italiana, senza aver mai giocato – almeno fino a Euro2020 – in club esteri. Lo stesso Toloi – nato e cresciuto in Brasile e naturalizzato italiano – una volta approdato in Europa nel 2014 ha giocato solo in Italia.

Prima della vittoria di Wembley nessuno o quasi aveva una qualche reale notorietà, spesso poca anche nelle cronache calcistiche nazionali. Il mese europeo ha raccontato le loro storie, anzi la loro storia di generazione italiana.

Chiesa, ad esempio, è un predestinato – alla fine sempre raro alla riprova – che ha già superato la sua “prima generazione”. Il padre Enrico giocò nello stesso ruolo nell’attacco della nazionale di Euro 1996, sempre in Inghilterra. Segnò uno dei tre gol azzurri di quell’edizione, ma quella squadra fu eliminata al primo turno. Divenuto improvvisamente star mediatica internazionale, Federico si è fatto notare anche per un inglese fluente. Una foto che lo ritraeva mentre – ancora sul prato di Wembley – chiamava la madre sullo smartphone usando “Siri” ha meritato la sezione “tech” del Financial Times in un’analisi sul cambio digitale dei comportamenti dopo la pandemia.

Pessina si definisce uno studente-lavoratore: ha la maturità liceale ed è iscritto alla facoltà di Economia della Luiss (con le medaglie d’oro olimpiche Filippo Tortu e Gianmarco Tamberi). Nato a Monza, si ritrova oggi a essere titolare fondamentale nella squadra di Bergamo. Ma nel frattempo il centrocampista 24enne ha “studiato e lavorato” in mezza Italia, da La Spezia a Lecce.

Donnarumma – a 22 anni Miglior giocatore di Euro 2020 – ha cominciato a lavorare (come capita tuttora a tanti giovani del Sud) poco più che 16enne. Ha esordito in Serie A nella porta del Milan, che resta secondo solo al Real Madrid per vittorie in Coppa dei Campioni/Champions League. “Gigio” era salito da Castellammare di Stabia a Milanello, nel settore giovanile rossonero, quando aveva solo 14 anni. Fino ad allora aveva “studiato” da portiere – fin dall’età di cinque anni – nella Scuola Calcio Club Napoli, dove il coach dei “numeri uno” – Ernesto Ferrara – ha scoperto e allevato il talento di altri futuri portieri di Serie A.

Barella è un sardo nato a Cagliari e cresciuto nel club rossoblù, dove ha debuttato diciottenne, quando il ricordo dello scudetto 1970 era ormai avvolto da tempo in un alone di lontana leggenda. Dopo Euro 2020 la stampa europea considera Barella uno dei migliori centrocampisti di nuova generazione. Non è ancora Gigi Riva – il leader “sardo adottivo” dell’Italia campione d’Europa nel 1968 – ma ha ancora ottime chance di miglioramento (Riva, dal canto suo, portò gli azzurri alla finale dei Mondiali 70).

Se Bernardeschi è cresciuto fra Empoli e Fiorentina,  Locatelli è maturato definitivamente nel Sassuolo, il club di provincia e di bassa categoria inventato come grande squadra da Giorgio e Adriana Squinzi. In breve: un concentrato del miglior “Made in Italy”

Nessuno dei 26 componenti della nazionale campione d’Europa (compresi i “vecchi” Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci) è privo di una sua “storia italiana”, datata 2021. E al centro del “mucchio” c’è sicuramente il loro commissario tecnico, Roberto Mancini, che quattro giorni fa ha ricevuto una laurea “honoris causa” in Scienze dello sport dall’Università di Urbino. Mancini è nato nelle Marche quando la Merloni c’era già, ma il “modello marchigiano” (quello poi fatto emergere da Diego Della Valle e da centinaia di altri nuovi imprenditori) era ancora di là da venire. Anche “Mancio” è partito da Jesi con la sacca in spalla verso il Nord quando era ancora un adolescente. Ha esordito in Serie A a 17 anni, con la fama di talento prodigio. Promessa mantenuta (e non capita spesso): con lui l’outsider Sampdoria ha conquistato il suo primo e finora unico scudetto ed è arrivata alla finale di Coppa dei Campioni (persa 0-1 con il Barcellona solo dopo i supplementari). Dopo essere stato un calciatore di successo, Mancini si è affermato anche come tecnico (e non capita spesso). Ha allenato fra l’altro la Lazio come il “mostro sacro” Dino Zoff, che però la sua finale come Ct a Euro 2000 l’ha persa. Detiene tuttora – come “coach” dell’Inter – un singolare record della Serie A: diciassette vittorie consecutive.

Il calcio non è mai solo un gioco. E non è ancora divenuto solo business. E se è corretto e doveroso registrare le straordinarie vittorie olimpiche di “nuovi italiani” come Marcell Jacobs ed Eseosa Desalu, sarebbe un errore non riflettere un istante sulle storie “di ordinario successo” dei “nuovi calciatori italiani di sempre”. Una squadra che il primo giorno di Euro 2020, era solo settima (con 9/1) nelle quote degli scommettitori britannici. Le prime erano Inghilterra e Francia (5/1) seguite dal Belgio (11/2), Spagna (13/2), Germania (7/1) e Portogallo (15/2).

A proposito di “squadre”: negli ultimi tre decenni è divenuta via via maggioritaria l’opinione che il livello medio delle selezioni nazionali – e quindi delle competizioni loro riservate – sia strutturalmente inferiore a quello di club superstellari che si contendono la Champions League (di fatto la maggiore competizione calcistica in assoluto). L’Italia di Euro 2020 è parsa evidente “segno di contraddizione”. La competitività dei club italiani in Europa – dopo la finale 2017 conquistata dalla Juventus – era stata nettamente insoddisfacente. D’altro canto, una nazionale come quella belga – da anni al vertice del ranking Fifa e imperniata su numerosi top player europei – è stata battuta dall’Italia nel suo secondo europeo consecutivo.

Nel marzo 2020, un giornalista britannico come Tony Barber, capo dei commentatori europei del Financial Times, scrisse un corsivo molto preoccupato sull’Italia colpita in pieno dal Covid. Ma concluse: “Gli osservatori esteri spesso sottovalutano la capacità di resilienza della società italiana, ricca di molte risorse. Nell’ultimo mezzo secolo l’Italia ha avuto la meglio sul terrorismo di destra e di sinistra, sull’esplosione della violenza mafiosa, sull’inflazione, sul collasso del sistema dei partiti”. Ora anche sul Covid. E anche a Euro 2020. Ma, naturalmente, non c’è mai tempo per festeggiare.

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