SPY FINANZA/ La cura alla crisi da coronavirus è nell’Europa

- Mauro Bottarelli

La crisi che abbiamo di fronte può essere affrontata solo se vengono messi da parte i particolarismi in Europa

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LaPresse

Non c’è niente da fare, ormai siamo dentro quello che gli anglosassoni chiamano un loop. Non riusciamo a uscirne, siamo intrappolati. E non mi riferisco al clima da apocalisse prossima ventura che ha preso possesso del nostro Paese, debitamente instillato da politici totalmente inadeguati o pseudo-informazione che rasenta il reato di procurato allarme. Guardo il quadro un po’ più ampio e mi rendo conto che, al netto dei contagi e delle mascherine, dei divieti di viaggio e delle psicosi, tutto sta seguendo un copione che era scritto da tempo. Da mesi e mesi, almeno per chi mi legge con una certa costanza. Serviva soltanto il click iniziale, il detonatore: poi, tutto sarebbe seguito di conseguenza.

Guardate questo grafico, il quale ci mostra plasticamente dove stiano andando i soldi della Pboc, formalmente stanziati sotto forma di stimolo monetario aggregato per cercare di sostenere l’economia: margin debt. Il quale, al 25 febbraio scorso, era salito al massimo da quattro anni in Cina a 1,1 triliardi di yuan (circa 157 miliardi di dollari): si tratta della riga verde, mentre quella rossa rappresenta il proxy dell’indice principale della Borsa di Shanghai. Le traiettorie paiono chiare, financo troppo: dopo i crolli da allarme coronavirus, l’iniezione di liquidità della Pboc si è sostanziata in altrettante corse a indebitarsi per operare sugli indici e in questo modo sostenerli.

Come anticipato, un loop. Quanto pensate che possa durare una pantomima simile, al netto di un’emergenza pandemica che non sembra voler mostrare segni evidenti di picco e regressione? Anzi, la quale si sta espandendo in mezzo mondo a velocità sempre più sostenuta e a macchia di leopardo. Ma non basta. Accadono tante cose in queste ore, situazioni limite che il panico generalizzato non ci fanno vedere. Ce le mostra, ad esempio, questo altro grafico, fresco fresco di pubblicazione da parte di Bloomberg: l’area evidenziata dal rettangolo sapete cosa rappresenta? Il parco buoi Usa. Già, è l’aumento del volume di trading retail esploso fra fine 2019 e inizio 2020, quando molte piattaforma on-line hanno eliminato del tutto le spese di commissione, pur di sfruttare il momento magico della Borsa che sfondava un record al giorno e irretire più impiegati, casalinghe e studenti indebitati per il college possibili.

Quanto avranno perso, soltanto negli ultimi due giorni a Wall Street? Pensate che quelle piattaforme consentano un’uscita agevole e con tempistica da algoritmo, quando tutti cominciano a vendere e occorre essere lesti? Scordatevelo. Se non pagate commissioni, non potete sperare di avere Gordon Gekko al vostro servizio. Quindi, può capitare – come sta accedendo negli Usa in questi giorni, casualmente – di ritrovarsi con il conto di trading azzerato per motivi tecnici o con l’impossibilità di operare: proprio mentre tutto crolla. E con esso, i tuoi sogni di vanagloria da soldi facili. Scusate il cinismo, forse aggravato da questa atmosfera da disastro post-atomico, ma non riesco a dolermi per questa gente. Come non riesco a provare umana vicinanza per chi investe 400mila euro in una sola obbligazione subordinata di qualche banchetta di provincia, solo perché conosce il direttore di filiale da 20 anni e si fida.

Mi spiace, l’ignoranza non è una scusa valida. Vale per la psicosi da coronavirus, ma vale molto di più per l’economia e la finanza. Nel primo caso, ci sono almeno due attenuanti: la componente psicologica di paura e auto-conservazione e l’oggettiva responsabilità di enti e istituzioni preposte a evitare che questa prevalga in seno alla società. Per quella gente che pensava di diventare miliardario in una settimana, giocandosi i risparmi di una vita davanti a un pc o, peggio, indebitandosi con banche e finanziarie per giocare in Borsa, io non trovo invece scusanti. Solo un’aggravante che è anche ragione principale del caos in cui ci troviamo: l’avidità. Il non voler perdere l’occasione del secolo, il proverbiale treno che passa solo una volta nella vita. Beh. in questo caso, è passato sopra qualcuno che non è stato lesto nello scansarsi dai binari.

Ed è sempre accaduto, sempre: quanto tempo è che vi faccio notare come gli insiders delle grandi corporations Usa, nonostante la narrativa da economia più sana dagli anni Sessanta, stessero scaricando i titoli delle loro compagnie a un ritmo da grande crisi finanziaria? Anzi, da bolla dot.com. E chi pensate che le abbia comprate, a valutazioni già altissime? E chi ha creato il clima di quell’ottimismo generalizzato che rasenta ampiamente la dabbenaggine? Solo Donald Trump con i suoi tweets? O magari un intero sistema che, sapendo di avere mamma Fed alle spalle, pensa altresì di potersi permettere ogni abuso e distorsione? E come avete potuto vedere, questa attitudine malata vale in Cina come negli Usa, praticamente senza soluzione di continuità. Non a caso, trattasi delle economie con le Banche centrali più attive a livello di controvalore di intervento.

Certo, il Giappone è addirittura parossistico nella sua pervasività da centralismo economico, ma è quando si muovono Fed e Pboc che interviene il cosiddetto fattore game changer. L’Europa, grazie al cielo e con tutti i suoi difetti e criticità, ancora è distante da quel delirio: basti vedere la scomposizione delle allocazioni di investimento retail per settore, dove i fondi e i conti correnti sono ancora al top, mentre l’investimento in equity langue. Poi, ad esempio, in Italia c’è il mattone, bene rifugio per antonomasia in un Paese con l’ossessione da Dopoguerra dell’immobile di proprietà. Capite cosa intendo quando dico che, in questo momento storico, i particolarismi – chiamateli pure sovranismi o nazionalismi, se volete, ci siamo comunque intesi – in seno a un’Ue pur con mille difetti, appaiono nulla più che alternative di un unico progetto, ovvero il suicidio?

L’Europa sta andando incontro a una recessione che sarà pesante, pesantissima. Più che altro perché, a differenza del 2008 non avrà la leva delle Banche centrali, poiché ormai il sistema è assuefatto allo stimolo. E rispetto al 2011 non vede le aree di crisi, i focolai (tanto per stare in tema), circoscritte a nazioni storicamente critiche, come avvenne con la crisi dei debiti sovrani del Sud Europa. Ora è la Germania il cuore del problema, è la locomotiva a non trainare più: noi eravamo abituati ai guasti nei vagoni di centro o di coda, ora invece è una questione di motrice. E lo sta diventando di più, ogni giorno che passa. E l’Italia, il malato cronico, in quale stato di salute si presenta a questo appuntamento? Era già debilitata e febbricitante prima dell’emergenza da coronavirus, ultima per crescita nell’eurozona: ora, con tutti i settori trainanti e di eccellenza già in crisi o in procinto di andare in stallo, siamo da terapia intensiva. Cosa ci salva? L’essere europei, paradossalmente. Un qualcosa che cinicamente e materialmente io denomino nella differenza sostanziale che sta proprio in quell’insignificante dato culturale dell’operatività sul trading: noi tendiamo a risparmiare e gestire con oculatezza e buon senso i nostri risparmi, altrove si campa di carte di credito e con l’atteggiamento del casinò perenne. Questo può salvarci dalla crisi che sta per paventarsi davanti a noi, solo questo.

Il problema è farlo capire a chi di dovere, visto il fallimento annunciato del primo round di dibattito sul Budget 2020-2027. Temo sia giunto il momento delle decisioni forti, delle estromissioni dal potere decisionale di membri – come il gruppo di Visegrad, ad esempio – che utilizzano l’Ue come bancomat di sovvenzioni e fondi strutturali, salvo poi appiattirsi ai desiderata geopolitici Usa come la Polonia o creare continuamente condizioni di stallo per le istituzioni europee, vedi l’Ungheria. Lo trovate poco democratico? Signori, temo che non abbiate capito la gravità di quanto sta per accadere: la democrazia, intesa come ricatto dell’ultimo arrivato in nome di un egualitarismo mal posto, è un lusso che come Europa non possiamo più permetterci. Tanto più che l’esperienza recente ci ha insegnato – dal Brexit in poi – come dietro certi partcolarismi, covi non solo un latente sciovinimo tardo ottocentesco e degno di miglior causa ma anche la logica del cavallo di Troia.

L’Italia? Penso e spero che al Quirinale si stiano attrezzando, la risposta ci arriverà indirettamente dalla scelta o meno di tenere a marzo il referendum sul taglio dei parlamentari, la vera conditio sine qua non per un eventuale ritorno alle urne nel 2020. Perché avanti di questo passo, alla luce dello strappo netto sul tema dell’autonomia regionale nella risposta all’emergenza sanitaria e con il Nord che rischia di pagare produttivamente un prezzo altissimo, se qualcuno non comincia a usare il cervello, la possibilità che il coronavirus riesca dove Umberto Bossi ha fallito, sale decisamente.

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