SPY FINANZA/ Le domande scomode per i cantori della ripresa post-Covid

- Mauro Bottarelli

Una rottura degli indugi da parte della Pboc, dopo mesi di dieta dimagrante creditizia imposta da Xi Jinping, è l’unica speranza per i mercati in bolla

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Il Presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

Ora inizia il bello. Quantomeno, si comincia a fare un pochino sul serio. Come avrete notato, Evergrande è sparita dai radar. Ovviamente. La ragione è semplice: il Governo cinese l’ha di fatto nazionalizzata, spingendo le aziende a controllo statale – costruttori in testa – ad acquistarne gli assets. Moral suasion alla cinese, ne sa qualcosa Jack Ma. Detto fatto, il titolo Evergrande ha guadagnato il 50% in una settimana di trading e ha già saldato il 10% delle incombenza sul debito in scadenza.

Insomma, la Lehman cinese si è risolta in un’asta per palazzinari di Stato. Sarebbe stato carino che la stampa autorevole lo rendesse noto, soprattutto quei tg che restano la fonte primaria dell’informazione classica: su Internet, soprattutto per chi navighi su siti esteri, la notizia era infatti abbastanza in evidenza, ma sono ancora i telegiornali a fare il grosso della massa critica. Piaccia o meno, spesso discrezionali, ideologici e unidirezionali. Soprattutto in Rai e su La7. E si sa, dopo giorni di sensazionalismo a vuoto, la prospettiva di dover simbolicamente pronunciare il fatidico ci siamo sbagliati appare insopportabile. Figuriamoci quella di ammettere che, se davvero Evergrande fosse stata la nuova Lehman, a differenza della Fed del 13-14 settembre 2008, il governo di Pechino in 36 ore la bomba nel sistema l’ha disinnescata. Perché ora arriva il bello, quindi?

Perché da ieri e fino al 7 ottobre, le Borse della Cina continentale saranno chiuse per la Golden Week. Resterà aperta Hong Kong, in solitaria: proprio l’unica piazza in cui continua a restare in contrattazione il titolo azionario di Evergrande. Insomma, da lunedì e per una settimana, il mondo dovrà fare a meno dell’alibi stile Pennac del Dragone. Comodissimo, non fosse altro a livello di fuso orario, poiché un tonfo dell’Hang Seng garantisce comprensione a una partenza fiacca dell’Europa, senza dover dare troppe spiegazioni sulle ragioni. Magari, un’inflazione che – come mostrato plasticamente ieri – è rimasta transitoria nella sua natura solo nelle convinzioni di Christine Lagarde.

Ora, questi due grafici mostrano la vera criticità cinese, altro che Evergrande: per la prima volta dall’inizio della pandemia, l’indice manifatturiero di Pechino è andato sotto quota 50. Tradotto, contrazione. E non basta, perché è la seconda immagine a dover mettere i brividi da un lato e a rassicurare paradossalmente dall’altro. Il margine fra prezzi al consumo (CPI) e prezzi alla produzione (PPI), di fatto, già oggi sta schiacciando pericolosamente i profitti domestici in Cina, il tutto in un contesto di acclarato rallentamento economico.

E si sa, per quanto sia scomodo ammetterlo, se il Dragone non tira il gruppo, la tappa della ripresa globale post-Covid rischia di finire in maniera ingloriosa. Qualcosa di molto simile alla sgambata a Pinerolo di Fantozzi e colleghi. Ma ecco il bicchiere mezzo pieno. Volendo dare per scontato che la Cina non possa accettare quello spread e tantomeno il suo ampliarsi, esiste un’unica via d’uscita: un vero e proprio bazooka di stimolo fiscale e monetario. Ed ecco che questo altro grafico mostra il perché una rottura degli indugi da parte della Pboc, dopo mesi e mesi di dieta dimagrante creditizia imposta dalla politica di Xi Jinping, sia l’unica speranza per il mondo. Anzi, l’unica arma con cui il sistema potrà perpetuare la colossale (ed economicamente criminale) panzana del Qe che stimola i trend macro, quando invece ormai anche i sassi sanno che serve unicamente a non far sprofondare in correzione indici globali totalmente in bolla.

Il grafico parla chiaro: stiamo entrando nel ciclo di contrazione monetaria a livello mondiale più estremo da dieci anni a questa parte. Dopo addirittura vent’anni di operatività nel taglio dei tassi che complessivamente superava di default quella in senso opposto, l’ingresso formale di Fed e Bank of England nel club della Banche centrali in modalità di tightnening (Russia, Messico, Ungheria, Norvegia, Repubblica Ceca, Colombia) come risposta all’inflazione galoppante ha di fatto spostato gli equilibri verso un regime di minor facilità di finanziamento. E la risposta degli spread obbligazionari a questo tantrum ibrido è già in atto. Sembra un’ennesima prova di dinamica dei vasi comunicanti a livello globale: quando l’Ovest deve giocoforza mettere in pausa le rotative della tipografia Lo Turco, arriva la Pboc con la sua solita e ciclica incursione alluvionale.

Ma, scusate, il mondo non scoppiava di salute economica? Non abbiamo passato almeno due trimestri a lucidare gli outlook dei vari Pil come diamanti grezzi estratti dalla miniera dell’helicopter money e dello stampa che ti passa? Come mai, allora, siamo ridotti così? Volete dirmi che è tutta colpa della variante Delta, davvero? O forse, l’inflazione non era un fantasma weimariano agitato paranoicamente da seguaci del verbo della Bundesbank? E magari, chi riteneva che la questione dei colli di bottiglia nella supply chain globale si sarebbe risolta in un trimestre, forse sosteneva un’idiozia smentita da fatti? O forse la transizione ecologica, la dittatura green imposta a forza e a colpi di campagne mediatiche per garantire greenwashing alle istituzioni finanziarie e alibi per indebitarsi a quelle politiche, ha piantato il proverbiale chiodo nella bara della presunta ripresa?

Belle domande. Almeno, a mio avviso. A cui potremmo avere qualche germoglio di risposta la prossima settimana, quando la Cina sarà chiusa e penserà soltanto alle sfilate dei carri allegorici, ai festeggiamenti e alle ostentazioni statali di sicurezza e grandeur. Ma attenzione, perché a novembre si terrà il Sesto Plenum del Partito comunista cinese a Pechino, appuntamento che Xi Jinping intende tramutare nella sua incoronazione ufficiale al rango di statista rivoluzionario nel solco di Mao.

Una fortuna, perché certe prove di ego vengono meglio con le Borse mondiali che non precipitano sullo sfondo. Ma anche un evento spartiacque: il Dragone vorrà mostrare chiaramente al mondo chi comanda, adesso. E chi, ancora una volta, ha messo la toppa più grande al buco. Prendiamo atto, prima che sia tardi. E Washington ci trascini a fondo per salvare se stessa.

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