STORIA/ Anna Schwarzova, la fede di una carmelitana sfuggita all’Armata rossa

- Raffaele Magaldi

La storia di Anna Schwarzová (1921-2017), ovvero la carmelitana suor Magdalena, che seppe resistere a persecuzioni lunghe mezzo secolo

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Cristo ligneo, Collina delle croci, Lituania (LaPresse)

Abbiamo già scritto, in passato, di come il regime comunista cecoslovacco mirasse a cancellare del tutto le Chiese cristiane del paese, in particolare quella cattolica. I cattolici avevano infatti l’aggravante di obbedire a un’autorità religiosa che era al tempo stesso anche il leader di uno Stato indipendente, considerato nel mondo comunista come “reazionario” e “nemico delle democrazie popolari”.

I cattolici erano maggioranza in Slovacchia, ma non lo erano nelle terre ceche: questo non vuol dire però che non ci fossero esponenti di spicco della dissidenza cattolica anche in Boemia e Moravia. La storia che andiamo a scoprire oggi è quella di una donna dalla resilienza straordinaria: la carmelitana suor Magdalena, al secolo Anna Schwarzová.

Anna Schwarzová nasce a Smíchov, quartiere della capitale Praga, il 14 marzo 1921. Il padre è capotecnico in una fabbrica tessile, mentre la Madre è casalinga. La famiglia ha origini ebraiche, ma non è religiosamente praticante: la ragazza cresce quindi con un’educazione cattolica e sviluppa una grande ammirazione per santa Teresa d’Avila. Sul finire degli anni 30, prima dell’inizio dell’occupazione nazista, Anna chiede di essere accettata come novizia nel convento carmelitano di Jiřetín, ma l’emanazione delle leggi razziali, nel frattempo, rende la cosa impossibile: viene accettata solo come postulante, rimanendo quindi esclusa dalla vita della comunità conventuale.

Nel dicembre del 1941 Anna, insieme ai suoi genitori, è nel primo gruppo di ebrei deportati dai nazisti a Theresienstadt (Terezín). Il fratello era stato già da tempo mandato a studiare in Gran Bretagna, dove si sarebbe arruolato nella Raf.

Nel 1944 il padre viene deportato ad Auschwitz e mandato direttamente alla camera a gas. Nel 1945 Anna fugge dal lager e partecipa all’insurrezione di Praga. Poco dopo si ricongiunge con la madre, sopravvissuta al lager, e al fratello tornato dalla Gran Bretagna. La vecchia casa di famiglia è stata riassegnata durante la guerra, e così i tre devono accontentarsi di un alloggio alternativo concesso dal governo cecoslovacco. Ma del caos della Praga appena liberata nella primavera del 1945, Anna ricorda con disprezzo la bestialità manifesta degli occupanti dell’Armata Rossa: “Mia zia aveva questo enorme appartamento, ma la situazione era orribile. Un paio di giorni dopo il mio arrivo, arrivarono dei russi che mi volevano, e allora sono scappata. Saltavo da una casa all’altra, perché i russi erano ovunque, e quando vedevano qualche ragazza giovane… Era la fine. Io avevo ventiquattro anni”.

Con il lento ritorno alla normalità dei mesi successivi alla fine della guerra, Anna è decisa a ritentare di entrare in convento, ma il suo direttore spirituale la convince ad aspettare: la madre è gravemente malata e ha bisogno di lei. Anna allora decide di impegnarsi nello studio delle lingue (inglese e francese, all’Università Carolina di Praga). Nel frattempo, però, i comunisti conquistano il potere assoluto (febbraio 1948), e Anna viene espulsa dalla facoltà. La nuova situazione politica chiude decisamente le porte di qualsiasi convento del paese alla giovane, ma le apre quelle dei movimenti cattolici clandestini; più precisamente, il ramo ceco della comunità “Rodina” (Famiglia) fondata dal gesuita croato Tomislav Kolaković, i cui esponenti di spicco in Boemia e Moravia sono i teologi Josef Zvěřina e Oto Mádr e lo storico e diplomatico Václav Vaško. È Zvěřina a presentare il movimento ad Anna, e lei aderisce subito con entusiasmo.

Nel 1953 però viene arrestata per “attività religiosa e sovversiva”. La “custodia cautelare” dura più di un anno: nel marzo 1954 si celebra infine il processo-farsa In cui la giovane viene condannata a 11 anni di carcere duro. Il commento della donna nel corso di una testimonianza di Oral History è lapidario: “Il processo? Andò come tutti gli altri processi del tempo. L’avvocato difensore era peggio dell’accusa!”.

Rinchiusa nel carcere femminile di Pardubice, Anna fa esperienza della diffidenza e del disprezzo che il regime nutre in particolare nei confronti di donne credenti come lei. Le compagne di cella cambiano molto frequentemente: per il regime è importante evitare che i legami di amicizia possano rafforzarsi. Ma questo non impedisce alle donne di organizzarsi per tenere lezioni o seminari clandestini, quando non addirittura celebrare la Santa Messa. Di fatto, l’appartenenza alla comunità di Kolaković è l’elemento che rafforza quei rapporti clandestini. Le difficoltà non svaniscono (le perquisizioni e i conseguenti sequestri di testi religiosi sono all’ordine del giorno), e i furti e abusi delle criminali comuni sono un’ulteriore complicazione; Anna però ricorda come anche il trauma della cella di isolamento non scalfisse la fede e la dedizione sua e delle sue compagne di sventura.

Nel 1960 molti dissidenti vengono liberati dal carcere grazie a un’amnistia presidenziale, ma Anna rimane scettica e non nutre particolare ottimismo per il futuro: infatti la realtà in cui si trova, da liberata, è tutto fuorché serena. Come ricorda lei stessa, fino al 1968 non ci sarebbe stata nessuna riabilitazione, nemmeno parziale. La condanna, la prigionia e il suo essere “sgradita” al regime sarebbero rimaste sempre come una spada di Damocle ad influenzare qualunque scelta di vita. E avrebbe dovuto accettare di lavorare come operaia.

Quando Anna si sposta, insieme alla madre, a Český Krumlov, i dirigenti dell’azienda per cui lavora scoprono finalmente le sue abilità linguistiche e lei inizia a lavorare come interprete e traduttrice. Senza aumenti di stipendio, si capisce: per quello serve la sottomissione ideologica al regime.

Nel 1968 Anna torna a Praga, dove inizia a lavorare come traduttrice per l’Università Agraria locale e ricostruisce i rapporti con Zvěřina e Mádr. Le sue abilità linguistiche sono fondamentali per la traduzione e quindi la distribuzione dei Samizdat (riviste e documenti clandestini) pubblicati dai due teologi: è anche merito suo se il mondo al di qua della cortina di ferro è a conoscenza di quanto avviene al di là della stessa (anche grazie al grande lavoro divulgativo di Radio Free Europe e Voice of America).

Tra il 1976 e il 1977 cambiano molte cose per Anna: prima di tutto va in pensione. Questo le permette di potersi dedicare alla questione della sua vocazione. Riesce così a ottenere il visto per lasciare il Paese e recarsi a Vienna e a Roma, dove convince i vertici dell’ordine a considerare valido e completo il suo noviziato con le Carmelitane di Jiřetín. Anna può finalmente prendere i voti (la professione perpetua arriverà nel 1980, a Cracovia) e diventare a tutti gli effetti una suora carmelitana, con il nome di suor Magdalena.

Da quel momento, fino alla Rivoluzione di Velluto del 1989, la voce di Suor Magdalena non manca mai negli ambienti del dissenso cecoslovacco: non solo quello cattolico. Il sostegno e la collaborazione alla stesura della Charta 77 (anche se l’ordine ne aveva vietata la firma), il supporto al Vons (Výbor na obranu nespravedlivě stíhaných, ovvero “Commissione per la difesa degli ingiustamente perseguiti”) significano una sola cosa: la polizia segreta non la perde mai di vista. Suor Magdalena subisce frequenti arresti, perquisizioni e interrogatori, addirittura il sequestro del passaporto nel 1980.

Nel 1985 le viene concesso un documento per l’espatrio, a patto che rinunci alla cittadinanza cecoslovacca: suor Magdalena lo usa per trasferirsi ufficialmente e definitivamente a Cracovia, dove muore il 2 gennaio 2017, non prima di aver ricevuto di persona le scuse ufficiali da parte di almeno due esponenti del regime comunista contro cui aveva strenuamente combattuto, e svariate onorificenze ufficiali dalle istituzioni ceche.

“Fin da quando andavo a scuola, da ragazzina, ricordo come tante persone, anche amiche, cercassero di convincermi della bontà del comunismo. Ma non ci potevano riuscire, nel ’38, nel ’45…Mai! Forse dipende dal fatto che sono credente. Mi sembrava tutto così chiaro: mi sono letta il Manifesto del Partito Comunista e sono rimasta inorridita, per come è tutto basato sull’invidia. Come proprio i comunisti usassero l’invidia come mezzo per diffondere i propri pensieri”.

Suor Magdalena ha sempre avuto le idee chiare, e non ha mai nemmeno nascosto la propria delusione per come la Chiesa cattolica ceca abbia gestito il periodo post-comunista. Forse anche per questo è finita un po’ ai margini della storiografia ufficiale. Ma rileggerne la storia oggi è sicuramente interessante.

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