Vigilanza Rai: una bagarre troppo politica che ha poco interesse per gli italiani

- Sussi Dario

L’impressione è che gli italiani abbiano considerato tutta la storia l’ennesimo teatrino della politica, alla stregua dei gossip di cui ci allietano riviste e tv, e che della Commissione di Vigilanza non gliene importi un granché. E credo abbiano ragione

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Commentando l’articolo di Francesco Morosini sulla faccenda vigilanza RAI, Alfredo Rossi osserva: «Ma vi sembra che l’atteggiamento di Berlusconi nel voler rifiutare il nome proposto dall’opposizione sia esente da colpe? A mio parere, qualunque nome avesse proposto l’opposizione avrebbe dovuto essere accettato senza problemi».

 

Fermandoci alla superficie dell’affaire, potremmo in effetti concordare che in questo braccio di ferro durato mesi anche la maggioranza ha delle responsabilità, richiamate dallo stesso Fini, come Presidente della Camera. Infatti, come nel caso parallelo e più importante della Corte Costituzionale, le beghe tra schieramenti, e all’interno di ogni schieramento, hanno compromesso il funzionamento di due organi istituzionali.

Tuttavia, vale la pena di ricordare che l’elezione di Villari è avvenuta secondo quanto prescritto dalla legge, rendendo quindi stravaganti le accuse di «omicidio politico della democrazia parlamentare» lanciate da Di Pietro. Ed è stata anche rispettata la prassi, instaurata da qualche legislatura, di assegnare la presidenza a un esponente dell’opposizione, visto che Villari è senatore del Pd.

Infatti, non mi sembra così scontato che la maggioranza debba accettare qualunque nome proposto dall’opposizione: per rispettare la legge, qualunque candidato ha bisogno di tutti o parte dei voti della maggioranza e sarebbe uno strano concetto di democrazia se una minoranza potesse imporre il suo candidato alla maggioranza, per di più in base a una prassi. Se lo ritiene opportuno, l’attuale minoranza può proporre una modifica della legge che porti a eleggere il presidente della Commissione con i soli voti della minoranza, ma questo non è ora consentito dalla legge e il candidato dell’opposizione ha bisogno del placet della maggioranza.

A me pare quindi che la bagarre sia solo partitica. A sinistra, il sostegno a oltranza di Leoluca Orlando sembrerebbe uno scotto pagato da Veltroni a Di Pietro, nella speranza di evitare una rottura che renderebbe disastrosa la già pericolante posizione del segretario Pd. A destra, oltre l’avversione per un partito, l’IdV, e il suo leader che hanno usato contro il premier toni sempre sopra le righe, ha giocato la possibilità di portare scompiglio nelle file avversarie, come infatti sta accadendo.

L’impressione è che gli italiani abbiano considerato tutta la storia l’ennesimo teatrino della politica, alla stregua dei gossip di cui ci allietano riviste e tv, e che della Commissione di Vigilanza non gliene importi un granché. E credo abbiano ragione.

Infatti, cosa sorveglia questa famigerata Commissione? Forse la qualità dei programmi? Alzi la mano chi trova una differenza qualitativa fondamentale tra i programmi Rai e quelli della Fininvest, a parte che per la prima paghiamo il canone, continuando peraltro a sorbirci anche la pubblicità. Sorveglia forse sulle caratteristiche pubbliche della Rai? Credo che tutti gli italiani siano ormai convinti che in questo caso pubblico non significhi neppure statale, ma addirittura partitico. Quindi, a meno di un interesse diretto personale o di famiglia, perché dovrebbero essere interessati a un ente che sorveglia la corretta applicazione della lottizzazione della Rai tra i partiti?

Penso inoltre, che la maggioranza degli italiani sappia anche che senza il canone, vale a dire un’impropria imposta sull’utilizzo della televisione della cui democraticità molto ci sarebbe da discutere, la Rai fallirebbe. E forse si chiedono come Fininvest possa invece continuare a esistere e cominciano a pensare che la risposta si possa ricavare dal confronto tra gli organici delle due società e nelle spese per consulenze esterne.

Si potrebbe obiettare che Berlusconi e la sua maggioranza hanno Fininvest, mentre gli altri partiti senza Rai non avrebbero televisioni, ma così si confermerebbe la natura del tutto privata di Rai, dato che a norma di Costituzione e di legge i partiti sono associazioni private. Quindi, l’ennesima società privata i cui deficit vanno a carico della collettività. Ed è questa la ragione principale per cui da decenni nessuna riforma della Rai riesce ad andare in porto.

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