TENSIONI FRANCIA-UK/ Dalla Manica alla Cina, ecco perché Johnson mostra i muscoli

- Giuseppe Di Gaspare

Causa Brexit, tensione fra pescherecci francesi e navi da guerra inglesi nella Manica sul diritto di pesca. Ma lo sfoggio di potenza riguarda anche il Mar della Cina

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La nave da guerra inglese HMS Queen Elizabeth (LaPresse)

La prevedibile guerra delle scartoffie da parte del governo del Regno Unito, dopo il “deal sul no deal” dell’accordo Brexit, offre un nuovo capitolo, anch’esso prevedibile, legato alla pesca.

Meno prevedibile questa volta – anche se già sperimentato prima della Brexit per bloccare l’accesso ai pescherecci spagnoli nel Mare del Nord – la nuova prova muscolare della flotta britannica di fronte all’isola di Jersey. Il governo locale avrebbe accertato che la documentazione presentata dai pescherecci francesi, ormeggiati a 20 miglia di distanza sulla costa della Normandia, non avrebbe passato il vaglio burocratico e quindi niente licenza di pesca. Esasperati – un po’ alla moda dei gilet gialli – i francesi avrebbero inscenato un tentativo di blocco dell’accesso all’isola. Subito sono accorse due navi da guerra britanniche a ricordare “Rule, Britannia! Britannia, rule the waves”.

Magari lo sfoggio sarebbe stato ancora più vistoso se il grosso della Royal Navy non fosse già impegnato nel riaffermare il Rule Britain nel Mare della Cina. La più imponente missione navale da tempi delle Falkland, si dice. E il riferimento alle Falkland qualcosa vuol dire oppure no? Odore di polvere da sparo?

È stata infatti inviata per un tour di sei mesi nel Mare della Cina – ma si pensi un po’ dove – una composita flotta da combattimento al seguito della portaerei Queen Elizabeth, la più grande nave inglese di sempre e che le fonti ufficiali attestano essere munita di ben 6 aerei a decollo verticale, integrati per l’occasione, a completare la pattuglia a decollo verticale, da altrettanti aerei statunitensi. Alla flotta si è accodata anche una fregata olandese. Che anche loro qualche lutto non pienamente elaborato da quelle parti, sembrerebbe, abbiano ancora. Il tutto per dire “siamo tornati e vogliamo restare”.

Nelle intenzioni, se non nelle speranze, l’esibizione di potenza dovrebbe aiutare a riaprire i traffici commerciali. Si fossero casomai dimenticati, da quelle parti, la guerra dell’oppio e di come la flotta di sua Maestà britannica, sappia, alla bisogna, riaprire le rotte commerciali a cannonate. Come a metà Ottocento per assicurare il libero accesso dei free rider per i narcotraffici, sotto la protezione della “Red Ensign” nei porti cinesi.

E oggi? Poco probabile che l’ostentazione della bandiera da combattimento della Royal Navy possa portare a qualche riapertura. Semmai cos’altro? L’apertura forse del mercato finanziario cinese ai prodotti derivati fabbricati nella City? O cos’altro ancora? Il sogno della Global England, ricorrente e ossessivo, turba i sonni dei leader inglesi, non solo di Johnson dopo la Brexit.

Un identico senso di frustrazione e di impotenza sembra emergere dall’apparizione delle navi da guerra intente a fronteggiare i pescherecci francesi nella Manica. Il governo francese, benché questi giorni di rievocazione napoleonica possano riattivare rimpianti di grandeur e reazioni sopra le righe, ha reagito con compostezza e fermezza senza lasciarsi intimidire, inviando due motovedette, a monitorare, appunto, la situazione. La risposta del segretario di Stato per gli Affari europei, che ha chiesto un’applicazione rapida dell’accordo di pesca post Brexit, ha girato la palla nel campo Ue.

Ed è qui però che le cose non girano proprio per il verso giusto. Qualcosa di analogo, non con la Gran Bretagna, ma con la Turchia, sempre in mare ma nel Mediterraneo, è appena successa anche a noi.

Il “sofagate”, come l’episodio ora sulla Manica, meno grave, così come le navi da guerra turche che stazionano attualmente davanti alle coste libiche, sono episodi che rimandano alle perplessità sulla debolezza della legittimazione e rappresentanza internazionale dell’Unione e sulla sua capacità di gestione unitaria delle relazioni esterne.

La Conferenza sul futuro dell’Ue, che inizia il prossimo 9 maggio, potrebbe essere il luogo adatto per discuterne. Convocata a presidenza congiunta, posta – come si legge nei comunicati ufficiali – “sotto l’egida delle tre istituzioni, rappresentate dal presidente del Parlamento europeo, dal presidente del Consiglio e dalla presidente della Commissione europea”, non sarebbe male se si chiudesse con la proposta,  per rafforzare il ruolo internazionale dell’Unione, di avere, al vertice, non una rappresentanza tricefala, ma una rappresentanza unica, magari legittimata dall’elezione diretta con il voto dei cittadini europei.

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