TERRASANTA/ Pizzaballa: in un tempo di violenza e rancore Gesù liberi il nostro cuore

- int. Pierbattista Pizzaballa

Pasqua di violenza in Terrasanta. Gli scontri sulla Spianata delle moschee e i razzi da Gaza sono segno di un rancore crescente. L'appello del patriarca latino di Gerusalemme

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Una Pasqua di violenza e tensione in Terrasanta. Agli scontri nella Spianata delle Moschee, cui sono seguiti lanci di razzi da Gaza e dal Libano, si aggiunge la morte di Alessandro Parisi, giovane avvocato romano, falciato sul lungomare di Tel Aviv da un arabo israeliano di 44 anni. Un atto di probabile matrice terroristica, una morte in ogni caso brutale. Da qui inizia il dialogo con mons. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che incontriamo per Tv2000 la mattina del sabato santo, prima della celebrazione della Veglia pasquale.

“Mi stringo al dolore della famiglia di Alessandro – ci dice mons. Pizzaballa – davanti a un atto che segna l’escalation a cui stiamo assistendo. Non dobbiamo, però, scoraggiarci, né impaurirci, dobbiamo guardare avanti con fiducia e sano realismo, sapendo che avremo tempi difficili. Dobbiamo lavorare tutti per calmare gli animi in questo periodo di grande tensione dove le Pasque cristiana ed ebraica e il Ramadan si mischiano e, purtroppo, si scontrano”.

Sono diversi i fronti aperti in Israele. Quello palestinese, riesploso nei giorni scorsi, ma anche quello interno alla società israeliana. Il Paese è stato paralizzato dallo sciopero generale e il Parlamento circondato dai manifestanti che protestavano contro la contestatissima riforma della giustizia. Aveva mai visto qualcosa di simile nei suoi 33 anni in Terrasanta?

Assolutamente no. La società israeliana è sempre stata molto vivace, con un forte criticismo all’interno, ma non ho mai visto una situazione di spaccatura così profonda e di tensione politica di questo genere. Non l’ho mai vista e penso che Israele sia a un punto di svolta molto importante della sua storia. E può prendere diverse strade. Nei prossimi mesi si vedrà quale sarà.

Si tratta di una divisione molto profonda. Quali sono le vere ragioni?

Non è tanto una divisione tra destra o sinistra, religiosi o laici, ma sull’identità stessa dello Stato. La riforma giudiziaria tocca nel vivo aspetti fondamentali della vita del Paese: l’equilibrio tra i vari poteri, l’aspetto religioso, l’aspetto dell’identità. È un tema che non può più essere rimandato e sul quale il Paese dovrà prendere una decisione.

Sembra che il premier di lungo corso Netanyahu non avesse previsto una protesta così trasversale, che è arrivata a lambire l’esercito e gli apparati di sicurezza. Si tratta di qualcosa di inedito anche da questo punto di vista?

È la prima volta in questa forma. Ci sono stati riservisti nel passato che facevano dichiarazioni concilianti a favore della pace e del dialogo coi palestinesi. La realtà dell’esercito è una realtà molto complessa. Non si era mai vista, però, una divisione così profonda. Credo indichi con quale gravità è stata vissuta questa nuova proposta di riforma che, ripeto, vuole cambiare gli assetti della vita del Paese e ha toccato alcuni valori che magari si ritenevano scontati.

Quanto ha inciso, a suo parere, il fatto che in ministeri chiave anche in termini di sicurezza del Paese ci siano i leader di due partiti noti per il loro estremismo nazionalista e religioso?

È vero che questi due partiti di estrema destra in questi mesi ci hanno regalato tante proposte di legge su tantissimi argomenti, sempre molto duri e sempre molto “contro” qualcosa. La riforma giudiziaria si trova, quindi, calata dentro un contesto di proposte di legge molto estreme e di linguaggio molto estremo, che hanno spaventato parecchia gente in Israele.

Da quando nel novembre scorso si è insediato questo Governo, sono aumentati attacchi e intimidazioni in particolare contro i cristiani per mano di estremisti ebrei. Che ne pensa?

Diciamo che Israele come stato di diritto viene molto messo in discussione in questo momento perché il sionismo religioso a cui si rifanno i settlers si sente incoraggiato da questi due ministri che sono al governo e li sostengono in maniera molto dichiarata. Gli attacchi ai cristiani non sono una novità, ci sono stati , periodicamente, anche nel passato, ma con questa frequenza e con questa aggressività è una novità. Per me è importante dire anche che le aggressioni ai cristiani non sono l’unica forma di violenza a cui assistiamo in questo contesto.  Ci sono violenze contro i musulmani e ci sono anche violenze da parte dei palestinesi contro gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei.  Siamo dentro un contesto di violenza, di sfiducia, di sospetto, di odio generale di cui i cristiani sono parte. Per noi piccola minoranza è quasi automatico, quando c’è un attacco, sentirsi vittima e sentirsi, diciamo così, l’obiettivo dell’odio del mondo. Mi preme, invece, dire innanzitutto che subiamo le stesse situazioni del resto della società, secondo cui sentirsi vittima è anche un segno di debolezza. Dobbiamo essere forti, e ciò non significa urlare. Essere forti significa sapere stare di fronte a queste situazioni con serena fermezza e con chiarezza, denunciando, chiedendo giustizia, ma senza permettere che l’odio occupi spazio nel nostro cuore.

Durante questo Ramadan ci sono state anche diverse intimidazioni ai cristiani di Nazareth da parte di alcuni musulmani. Colpi di arma da fuoco contro una scuola cattolica, intimidazioni notturne a un convento di suore, urla in nome di Allah durante una celebrazione maronita.

Gli episodi di Nazareth avvengono in contesto un po’ diverso e tenderei a minimizzare. Non voglio negare i problemi, ma quelli citati sono di un genere diverso. L’attacco alle suore francescane non aveva uno sfondo religioso, era semplicemente la famiglia di un criminale, ben conosciuta, che ha ricevuto un rifiuto a inserire i propri figli nella scuola. Purtroppo la violenza in Galilea sta crescendo, è diventata un po’ un far west, cosa mai vista nel passato. Gli altri due episodi hanno uno sfondo religioso, però sono episodi piuttosto isolati, fatti da persone non troppo mature. Sono ragazzini che magari volevano imitare qualcuno. È chiaro che c’è un contesto che nutre nel mondo islamico quei fenomeni. Va, però, sottolineata anche la reazione pubblica dei leader musulmani locali, che hanno condannato questi episodi.

Qual è il suo messaggio alla sua comunità, ma anche al mondo in questa Pasqua?

In genere a Pasqua si parla della vita che trionfa, ma vorrei dire un’altra cosa di cui abbiamo bisogno. La Pasqua è anche la misura dell’amore di Dio per noi. In questo contesto di odio, rancore, sfiducia e chiusura, abbiamo bisogno di gesti e parole di amore che ci ridiano quell’energia che ci serve per ricominciare il nostro cammino. Nessuno potrà impedire alla nostra bocca e al nostro cuore di pronunciare il nome più bello di tutti, che è il nome di Gesù.

(Alessandra Buzzetti)

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