TERZA DOSE VACCINO/ “Ok agli anziani, per gli altri abbiamo ancora pochi punti fermi”

- int. Guido Forni

La terza dose può aiutare i soggetti più fragili e anziani che tendono a perdere più in fetta gli anticorpi. Ancora però non sappiamo quanto durerà l’effetto immunitario

Gilberto Corbellini
(LaPresse)

Over 80, personale e ospiti delle Rsa, addetti alla sanità over 60 con patologie o con elevato livello di esposizione all’infezione Covid: una platea complessiva di oltre 6 milioni di persone. Sono le categorie a cui verrà somministrata la terza dose di vaccino, un “booster” di “richiamo dopo il completamento del ciclo vaccinale primario”, a distanza di almeno sei mesi dall’ultima iniezione. Così ha stabilito la nuova circolare del ministero della Salute intitolata “Avvio della somministrazione di dosi ‘booster’ nell’ambito della campagna di vaccinazione anti Sars-CoV-2/COVID-19”.

La stessa circolare prevede che, indipendentemente dal vaccino utilizzato nelle prime due dosi, sarà per ora possibile utilizzare “uno qualsiasi dei due vaccini a m-Rna autorizzati in Italia (Pfizer e Moderna)”. Per quanto riguarda invece l’ipotesi di una terza dose per tutta la popolazione, si valuterà l’andamento dell’epidemia e la decisione verrà presa “sulla base dell’acquisizione di nuove evidenze scientifiche”.

Quanto è opportuna la terza dose per i soggetti più anziani e più fragili? Quanto durerà l’effetto immunitario? Come sarà il dosaggio? Ed è giusto limitare la dose booster ai soli vaccini a mRna? Lo abbiamo chiesto a Guido Forni, immunologo e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

Cosa sappiamo finora sull’opportunità o meno di una terza dose booster?

I punti fermi sono pochissimi e si basano essenzialmente su altre malattie o sui dati sperimentali sugli animali, da cui risulta che un richiamo ulteriore di solito stimola una risposta immunitaria. Ciò che noi sappiamo è che il titolo anticorpale diminuisce di più e più velocemente nelle persone anziane: quindi ragioniamo in termini di probabilità.

Vale a dire?

È probabile che la terza dose sia una soluzione ragionevole. Ma, nel caso specifico del Covid, abbiamo dati ancora molto provvisori che risalgono a Israele, a tempi recenti e a una risposta nell’immediato e non sulla memoria immunitaria.

Perché la facciamo senza neppure sapere quanto duri l’effetto della seconda?

Perché, da un lato, il rischio è grande e, dall’altro, disponiamo di una gran quantità di dati scientifici che mostrano come la risposta immunitaria diminuisca, anzi svanisca più rapidamente nelle persone più anziane. Ecco perché è probabile che un richiamo negli over 65 possa essere utile. Però – ripeto – parliamo di probabilità. Dati certi non ne abbiamo.

Quanto durerà l’effetto immunitario della terza dose?

Purtroppo lo sapremo solo fra uno-due anni, oggi non è proprio possibile. I vaccini sono arrivati da pochissimo, la malattia è nuova e la terza dose è una soluzione ventilata solo da qualche mese. Qualsiasi prospettiva risulta schiacciata, non abbiamo la dimensione temporale necessaria per una valutazione specifica.

I dosaggi sono gli stessi delle due dosi precedenti?

Per ora sì. C’è anche chi suggerisce che la terza dose possa essere più bassa o chi invece propone che possa essere quella dei vaccini più specifici contro alcune varianti. Però, dato che la terza dose verrà inoculata adesso e c’è un problema di tempo, nonostante i vaccini contro le varianti già ci siano ma prima che vengano approvati ci vorrà troppo tempo, è probabile che faremo una quarta o quinta dose, semmai si rendesse necessario, con questi vaccini.

Si partirà con soggetti malati, over 80 e residenti nelle Rsa. Ma non sarebbe stato il caso di partire con il personale sanitario, che è stato vaccinato per primo a inizio 2021?

Difficile dirlo, ma considero ragionevole partire con le persone più anziane e più fragili proprio per lo svanire della memoria immunitaria.

Quanto dura la memoria immunitaria?

Non lo sappiamo. Abbiamo delle malattie, come il tetano, in cui la vaccinazione dura 25 anni e oltre, con una memoria immunitaria lunghissima. Ma non sappiamo ancora con questi antigeni bersaglio di questi vaccini quanto duri la memoria immunitaria. Abbiamo solo dati indiretti, in base ai quali si nota come una persona non si infetti in maniera grave ancora un anno dopo la vaccinazione. Siamo di fronte a una pandemia che ci ha costretto a una compressione temporale enorme: le nostre conoscenze sono forzatamene limitate dal tempo in cui è stata messa a punto la vaccinazione a oggi.

Perché limitare la terza dose solo ai vaccini a mRna Pfizer o Moderna?

Che io sappia non c’è una ragione scientifica. A mio parere, la ragione potrebbe essere essenzialmente emotiva e di pressione sociale, a causa dello stigma dato al vaccino di AstraZeneca dopo le polemiche dei mesi scorsi sugli eventi avversi. Si è pensato di agire probabilmente con i vaccini meglio accettati, anche negli altri paesi europei, per sopire eventuali ulteriori polemiche.

Prima di inoculare la terza dose non sarebbe il caso di fare preliminarmente un’indagine sierologica?

No.

Perché?

Le indagini sierologiche sono ancora molto aleatorie: è difficile valutare semplicemente il titolo anticorpale. I vari test sono complessi e variabili, per essere sicuri bisognerebbe svolgere dei test di neutralizzazione, ma sono relativamente complicati e non così perfettamente indicativi. E poi non sono ancora standardizzati. Per cui proprio le autorità italiane e statunitensi sconsigliano di attenersi alla valutazione del titolo anticorpale come dato per una procedura di vaccinazione o rivaccinazione.

Terza dose a tutta la popolazione: se, quando e come?

Dipenderà dal decorso della pandemia: se la pressione del Covid diminuirà, come sembra stia avvenendo in Italia, l’urgenza di una terza dose rimane molto più limitata. Se disgraziatamente, come sembrano evidenziare alcuni segnali da Israele, ci sarà un ritorno con l’inverno delle infezioni, la terza dose diventerebbe assolutamente necessaria per tutti. È sempre un rapporto di rischio/beneficio.

Giusto abbinare alla terza dose anche la vaccinazione anti-influenzale?

Assolutamente sì: sarebbe un’ottima soluzione, specie con i vaccini Novavax o quelli realizzati a Cuba. Il guaio è che questi vaccini non sono ancora stati approvati. Abbiamo anche qui il nodo del tempo.

Il virus è alle corde o è ancora in grado di reagire e di far male?

Nessuno obiettivamente può dare una risposta a questa domanda. Diciamo che saremmo tutti illusi se affermassimo che la pandemia è stata debellata, anche se oggi i dati sono molto incoraggianti. Ma da Israele arriva un monito: stiamo attenti a non venir drammaticamente disillusi.

(Marco Biscella)

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