TESTORI/ “In Exitu”: Riboldi Gino, niente di noi andrà perduto

- Domenico Bilotti

“In exitu” di Giovanni Testori, l’opera nella quale meglio si uniscono il presente di una disfatta e il presentimento della grazia

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Giovanni Testori (1923-1993)

La storia socioeconomica di Milano dimostra bene i lati più plasticamente oggettivi di ogni capitalismo: la ferrovia, il credito, la fatica. Che in termini umani possono diventare angosciosi: il destino di un mondo sempre più pendolare perché si approfitta di distanze più brevi, soldi che girano ovunque e stanno poco in mano, attitudine o dovere di essere sfruttati. Due fuochi, vede, in fin di vita il grande drammaturgo italiano Giovanni Testori (1923-1993): quello già abbondantemente crepitato (e crepato, aggiungerebbe lui) di un mondo e un tempo diversi e precedenti, e quello sottilmente in ebollizione dell’abbattimento e della vendita sistematici del genere umano.

Date, coincidenze e biografie fanno certo il loro gioco. L’opera nella quale meglio si uniscono il presente di una disfatta e il presentimento della grazia, in Testori, è il denso monologo con molto di narrativo e attuoso In exitu. Sorta di grande fiaba per titoli di coda nella vita di un giovane tossicodipendente che va a morirsene nella Stazione Centrale nel delirio dell’overdose: è il 1988. Si sente, si sente per tutti gli anni Ottanta, che una certa raffigurazione geopolitica, giuridica e valoriale del “foro esterno” sta malamente eclissandosi: ultimo tempo supplementare dello scontro fasullo tra due Milano complementari, Milano da bere e Milano da pere. Non si vede il nuovo se non per salto. Testori muore quando quel salto è stato compiuto, ma… in direzione sbagliata.

Non si faccia però l’errore di credere che Testori arrivi a quella profetica coscienza del futuro soltanto per vissuto biografico: i mutamenti civili, l’indebolimento fisico, la precaria e cangiante geografia urbana milanese. La struggente prova letteraria di In exitu deve essere invece spiegata partendo da più lontano, più dentro la poliedrica e forse irriducibile opera testoriana, più in radice. La si prova a spiegare, si tenta di comprenderla, se poniamo caso a due istanze tipiche di tutta l’arte, il teatro e la critica maturati dallo scrittore lombardo: il rapporto col realismo e il rapporto col linguaggio.

In ordine a questo primo aspetto, bisogna ammettere che è un realismo tondo, solido, sincero, fascinoso. Tanto che qualcuno ha parlato anche di iperrealismo, ma se dal piano puramente teorico andiamo a toccare con mano la sostanza delle cose (i quadri, le recensioni, le antologie poetiche, i racconti) capiamo bene che il gioco è un altro. L’iperrealismo in senso stretto sovraccarica: quel sovraccarico è una compiuta, autentica, intenzionale deformazione. Testori, più che deformare, recupera: recupera alla realtà quel che della realtà vuol essere negato e rimosso, non detto.

E qui si arriva al rapporto col linguaggio, inteso non solo come griglia dogmatica, ma molto materialmente come uso e scavo della parola. Basti pensare alla narrativa testoriana, profonda anche quando immediatamente quotidiana: racconta per cicli di opere epopee sgangherate di una umanità che aveva un luogo (la nebbiosa cintura agricola, ormai industriale più che agraria) e uno specifico codice linguistico. Il dialetto che trabocca è efficace anche quando non direttamente comprensibile dal non meneghino: serve al ritmo, alle storie, al racconto sorprendente di atti, fatti e personaggi. È una scrittura drammatica, liturgica e comica e forse il genio di Testori è mescere i tre registri. Del dramma ha la forza palpitante: il divenire. Della liturgia ha la tecnica, lo stile, la cultura: i canoni. Del comico ha la capacità di fare immaginare gesti dove altrimenti ci sarebbero solo segni grafici: i monologanti chiamano il pubblico, le persone interagendo si toccano, hanno tic, pensieri, allucinazioni, sortite, infatuazioni, stramberie. La cui somma non è però il colpo a vuoto tracotante di certo avanspettacolo imitativo: no, la somma per eccesso di tutti quei difetti è il fulcro intangibile della dignità umana.

In exitu ne è il testimone meraviglioso. Il tossico omosessuale, Gino Riboldi o, alla milanese, Riboldi Gino, è approdato alla metropoli, sbandato di sofferenze familiari ed esistenziali, torvo becchino di sé proprio perché profondamente, incredibilmente, innocente. La città veloce in cui si accomoda (male) sembra una bara agognata non per gesto suicida, ma per estenuante consunzione della carne. Il feretro è lì: scaloni di Stazione Centrale. Un funerale a cielo aperto rispetto al quale abbiamo omesso di considerare l’unico possibile sviluppo: il battesimo di Dio alla nostra distratta coscienza.

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