THE APP/ Il flop della bulimia produttiva targata Netflix

- Emanuele Rauco

Il film di Elisa Fuksas non funziona da diversi punti di vista e potrebbe mostrare come la bulimia produttiva di Netflix può essere nociva

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Una scena del film

Tra le strategie più interessanti della politica di Netflix c’è il rapporto con i mercati locali, che negli ultimi tempi ha cominciato a interessare anche l’Italia con un numero crescente di progetti in lavorazione, tra film e serie tv, di budget e ambizioni sempre più alti. Per questo non si riesce bene a capire che senso e che ruolo abbia un film The App, diretto da Elisa Fuksas. Il film racconta, come il titolo fa supporre, di un’applicazione di incontri virtuali che una ragazza chiede al ragazzo di usare come studio per la sua tesi. Lui, un giovane rampollo aspirante attore, comincia a usarla, ma viene risucchiato nel vortice da una donna misteriosa, dalla voce suadente, che pare sapere tutto di lui.

Scritto da Fuksas (figlia del celebre architetto) e Lucio Pellegrini, il film sembra un’eco di “Black Mirror” nel plot (e non a caso, forse, “Black Mirror” è il titolo di un corto della regista), ma più che una riflessione sulla tecnologia applicata all’eros e alla seduzione il film s’incarta nel melodramma a sfondo cristologico.

Fuksas giustamente parla di ciò che conosce, di alta borghesia e “maledizioni” filiali, rapporti con famiglie ingombranti e tentativi di emancipazione artistica, il problema è che peggio di ogni altra sua opera (e ha spaziato tra cinema, letteratura, opera e altro) non riesce mai a trovare il tono narrativo e l’equivalente stile visivo per rendere interessante questo grumo di ambizioni: da una parte, il metafisico scarto tra peccato e redenzione sembra ridursi a una storia di corna con punitivo sotto-testo psicoanalitico sorretto da personaggi sopra le righe e fuori dal mondo e da dialoghi inadeguati.

Ma il peggio arriva dal comparto visivo: sorrentinismi sfacciati e a ruota libera tra “The Young/New Pope” e La grande bellezza, che arrivano al delirio misticheggiante di Greta Scarano governante col cilicio e processione fluo che si innamora del tenebroso protagonista (che infatti dovrebbe interpretare Gesù). Da metà in poi le pretese del film – che non è chiaro di cosa voglia parlare, cosa voglia comunicare, su cosa stia riflettendo – tracimano nel ridicolo e sembra la versione vorrei ma non posso di follie come Joan Lui di Celentano. O la versione molto tarocca di New Rose Hotel di Ferrara, che qui appare come se stesso in un’involontaria benedizione a un progetto siffatto, solo con ritmo assente, vittimismo di classe inaccettabile e valori produttivi da pomeriggio Mediaset.

Un film che è fuori da ogni possibile rivalutazione, che pare il paradossale suggello di una bulimia produttiva che a Netflix potrebbe nuocere.

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