THE EYES OF TAMMY FAYE/ Il film che resta appeso alla forza di Jessica Chastain

- Emanuele Rauco

Il film di apertura della Festa del cinema di Roma punta su quello che in America chiamano star power, ovvero il potere degli attori di trascinare un film e il pubblico a guardarlo

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Una scena del film

Per aprire l’edizione 2021, la Festa del cinema di Roma punta su quello che in America chiamano star power, ovvero il potere degli attori di trascinare un film e il pubblico a guardarlo. The Eyes of Tammy Faye, il film che ha aperto la manifestazione giunta al 16° anno di età, si basa per intero sulla forza di Jessica Chastain, protagonista anche di un incontro con il pubblico dell’Auditorium Ennio Morricone, e pronta per la camminata verso il premio Oscar.

Chastain interpreta la Tammy Faye del titolo, una vera tele-predicatrice che assieme al marito Jim misero in piedi un impero dell’evangelizzazione televisiva che però, poco a poco rivelerà una serie di dolorose crepe, lavorative e personali.

Diretto da Michael Showalter, attore e regista comico che si fece notare nel ’17 con The Big Sick, e scritto da Abe Sylvia a partire da un omonimo documentario realizzato da Fenton Bailey e Randy Barbato nel 2000, The Eyes of Tammy Faye segue la scia di film come Tonya o The Wolf of Wall Street, ovvero biografie di personaggi scomodi, che raccontano lati oscuri degli Stati Uniti in modi originali, giocando con lo stile per seguire quei personaggi.

Tammy Faye è uno di quei personaggi che permette di raccontare la cosiddetta “pancia” degli Usa, quell’America “profonda” come amano definirla i giornali che i media raccontano poco, perché raramente ci sono cose da raccontare, ma che magari, guardandola un po’ meglio negli occhi rivela e anticipa dati impensabili, come l’elezione di Trump o l’assalto a Capitol Hill. In questo caso, Faye è un personaggio che permetterebbe – come fa il documentario di partenza – uno sguardo sul capitalismo americano e il suo modo di sfruttare ogni tipo di credulità in nome della vendita di un prodotto, trasformando la fede in spettacolo kitsch, greve, a suo modo molto volgare.

Showalter sceglie di assecondare quell’estetica e gioca sui ridicoli mascheroni che Chastain, Andrew Garfield e gli altri attori si applicano per aderire alle sembianze delle vere persone al centro delle vicende, riempie il film di grafiche anni ’60 e ’70, non cerca una distanza ironica e aderisce alla melassa che Faye e Bakker spanderono sulla tv americana di quell’epoca, come fosse un sit-com d’altri tempi, fino a ribaltare la situazione quando lo scandalo economico venne fuori (a suo modo, una profezia della bolla immobiliare che rase al suolo l’economia mondiale nel 2008). Showalter, però, sembra non avere voglia di affilare il bisturi e affondare nei temi che le figure narrate sollevano, si accontenta di ritrarle e di distribuire colpe e assoluzioni, dimenticandosi il perché stia raccontando questa storia.

Forzando, forse, una prospettiva femminile di lettura della storia, The Eyes of Tammy Faye pare un racconto di redenzione e consapevolezza, concentrandosi su come agì in difformità al bigottismo religioso e quindi sul talento interpretativo di Chastain, indubbio, ma proprio così arriva a un buonismo che non solo, verso il finale, pare estenuante e poco sopportabile, ma soprattutto impedisce a regista e sceneggiatori di cogliere i nodi centrali di una vicenda come quella dei coniugi Bakker. Se non quello di truccare e imparruccare una grande attrice e vedere sullo schermo l’effetto che fa.

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